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Cinema

Let Them All Talk e la caducità della comunicazione effimera

Let Them All Talk è un’opera disfattista, molto più vicina alla retorica drammaturgica che cinematografica, che passa al setaccio le inibizioni relazionali e le conseguenze dell’incapacità comunicativa.

Tempo di lettura: 6 minuti

Dopo due titoli lanciati sulla piattaforma Netflix – High Flying Bird e Panama PapersSteven Soderbergh, con Let Them All Talk, raggiunge per primi gli spettatori della HBO Max, sulla quale piattaforma di streaming il film è stato distribuito a partire dal 10 dicembre.

Una trama usata come una sorta di involucro protettivo

Alice Hughes è una scrittrice di fama internazionale alle prese con un nuovo manoscritto e la cui paura di volare le impedisce di andare personalmente a ritirare nel Regno Unito un premio da lei vinto – il Premio Footling. La sua nuova agente Karen, subentrata dopo il pensionamento di quella precedente, è intimidita dalla figura emotivamente giunonica di Alice che la accetta con reticenza e malcelato sdegno per la pressione sul suo lavoro, ma anela anche alla conquista della fiducia della scrittrice e le suggerisce un viaggio transatlantico a bordo di una nave da crociera per poter raggiungere in maniera alternativa la sua meta. Alice accetta, ma come una bambina un po’ viziata chiede in cambio di questa traversata di poter portare con sé suo nipote, al quale si sente particolarmente devota e affezionata, e le sue due amiche del college, Susan e Roberta, con le quali aveva ormai perso i contatti da quasi un trentennio.

Soderbergh si serve di questa trama (piuttosto elementare, direi) come una sorta di involucro protettivo, per evitare che gli spettatori collidano violentemente con una seconda storia più intima trasversale alla prima, che si sbroglia (o in questo caso si aggroviglia) latente e in maniera quasi abusiva. Nonostante la trasversalità di questo racconto in background – quello che indugia indiscretamente sui sentimenti dei protagonisti – è proprio questo aspetto diafano del film a racchiuderne la sua essenza prima.

Let them all talk

Let them all talk valuta con occhio critico la paralisi comunicativa che ha colpito Alice, incapace di raccontare alle sue amiche il rammarico, ancora tanto cocente dentro di sé seppur mai esternato, del loro allontanamento. Questa esperienza di embargo di Alice è ridicolmente in contraddizione con il suo intero percorso di vita, che la vede servirsi quotidianamente e, dato il suo successo, anche in maniera piuttosto abile dello strumento verbale. Ma la comunicazione vis-à-vis, quella che scotta sulla pelle perché non c’è nessun libro dietro il quale potersi nascondere, sa sfiorire scabramente, quando entrano in gioco le personali sofferenze.

Anche in Let Them All Talk, 3 è il numero perfetto. Ma…

Il settore tematico dal quale il film attinge è dunque quello amicale, che forse rispetto ai canonici racconti di storie d’amore, scalate al successo e genitorialità, è quello più labile, ondivago, in grado di offrire molte varianti, aperture e chiusure. Ingegnosamente, Soderbergh sceglie il numero 3, quello apparentemente perfetto ma che maschera una disfunzionalità relazionale che raggiunge puntualmente l’apice: Alice è indiscutibilmente la femmina alfa, che guida gli altri componenti del branco fingendo bonariamente di non riconoscere questa preminenza; Roberta è – ed è sempre stata – una donna fumantina, attaccabrighe e tremendamente invidiosa, convinta fermamente che il libro che ha consacrato il successo di Alice e contemporaneamente ha destabilizzato gli equilibri della sua vita sia ispirato proprio a lei; a placare gli animi, la modesta Susan, che per anni si è ritrovata a dover moderare il narcisismo e il desiderio di entrambe di primeggiare sull’altra senza mai riuscire nel suo intento.

Let Them All Talk

Quello di Alice, Roberta e Susan è un incastro miseramente malriuscito: i bisogni di Alice e Roberta hanno innescato meccanismi che le hanno lentamente straziate, una lotta continua che le teneva unite più di quanto riuscisse a farlo l’amore reciproco. Nel frattempo, Susan cerca sia di andare incontro ad Alice ed accettarne i suoi grandi limiti sia di dare conforto e fornire spunti di riflessione a Roberta, nel tentativo, ancora una volta, di poterle far riappacificare, ma una volta concluso il suo compito di jolly scompare nell’anonimato, divenendo quasi invisibile per entrambe, ossessionate morbosamente l’una dall’altra.

Ad inizio film Alice si dice che ‘dev’esserci un modo migliore e diverso di descrivere le cose e ordinare le parole in un modo nuovo’ e si convince a ricorrere alla grammatica del gesto, invitando le vecchie amiche a trascorrere questo viaggio insieme, per poi tirarsi nuovamente e costantemente indietro nascondendosi dietro l’impellenza di lavorare al suo nuovo manoscritto. Inconsciamente Alice racconta in maniera paradossale attraverso la sua assenza il bisogno di una presenza che non riesce più a dare; testimonia silentemente la sua solitudine, il suo abbandono e la sua alienazione da un mondo nel quale vorrebbe tornare, perché i molteplici personaggi sgorgati dai suoi racconti non sanno più tenerle compagnia come un tempo.
Anche la presenza del nipote nel team – piuttosto bizzarra – era stata pensata da Alice come un’estensione di se stessa, una sorta di surrogato identitario che potesse ripristinare l’antico trio al suo posto. Anche questa operazione, inconcludente dall’inizio, muore sul nascere.

Let Them All Talk

Una narrativa introspettiva

In campo scende una narrativa introspettiva, innocente sicuramente nei suoi propositi – quelli di svelare le conseguenze dell’assenza di comunicazione – ma indiscreta, a tratti umiliante e sproporzionatamente invadente. Mette in atto una certosina analisi al microscopio, senza che nessuno abbia dato il consenso al trattamento del quadro dinamico, che ricorda il processo di eviscerazione forzata di Carnage dell’ultimo Polanski, dove ci si spinge alla sincerità cruda per insofferenza, più che per onestà.
L’asfissia dialogica, la penuria di condivisione e la sensazione costante di disagio vissuta da ciascuno dei personaggi (persino da Tyler che sarà impegnato in un’altra personale lotta contro i mulini a vento) è palpabile grazie alla scelta del regista di lasciare libertà agli attori di improvvisare gli scambi sulla base di un trattamento cinematografico solo abbozzato. E’ così che, sentendosi loro in primis fuori posto, scomodi per aver ricevuto l’incarico di guidare in prima linea la storia, arriva di rimbalzo a noi questa sensazione di sgradevolezza e di impaccio.

Let Them All Talk emerge anche con la sua fotografia (firmata dallo stesso Soderbergh sotto pseudonimo di Peter Andrews), che alterna colori freddi a colori caldi, come quelli dei tramonti goduti dal pontile. Agli oggetti di scena – il manoscritto di Alice, i libri, il cibo sui vassoi, le scarpe, il fotografo riserva dei primi piani, cui alterna delle carichissime contre-plongée dalle quali emerge appunto la forza predominante di Alice; nelle scene in cui Roberta denuncia l’opportunismo della vecchia amica e il livore che prova nei suoi confronti opta, al contrario, per una plongée, che incarna manifestamente la piccolezza di Roberta e la sua oppressione interiore, mentre Alice riecheggia come quel narratore onnisciente che sa tutto, pur non essendo presente sulla scena.
Candice Bergen e Dianne Wiest lavorano di gomito per la riuscita dei loro personaggi, ma la scena la padroneggia Meryl Streep, che si ritrova in un ruolo diametralmente opposto a quello di The Prom (al quale ha lavorato durante lo stesso anno, il 2019) e nella quale tendiamo a preferirla, per quanto sia versatile al limite dell’ecletticità.

Una scena di Let them all talk

Dare a ciò che si prova il suo vero nome

La circoscrizione limitante della crociera ben si presta ad un confronto obbligato/obbligatorio, cosa che effettivamente avverrà, ma solo alla fine, tra Roberta ed Alice. Mentre Alice cerca di porre fine all’embargo emotivo tra le due, Roberta è invece determinata a ricevere quel riscatto sociale ed economico che, a suo avviso, Alice le deve. Il finale del film racconta di quanto, al contrario di ciò che si credeva, Alice non era la siberiana ed insensibile donna che voleva relegare Susan e Roberta a figure subalterne, ma al contrario sono sempre state loro due a voler vivere consapevolmente all’ombra di Alice, capaci di spiccare il volo solo quando il trio si scoglie definitivamente per forza di causa maggiore.

La traversata di Alice (avvenuta per davvero sul transatlantico RSM Queen Mary 2) si dimostrerà essere più che fisica soprattutto spirituale, un viaggio attraverso gli ormai fuori mano meandri della propria coscienza, che cerca di far emergere il proprio bisogno di espiazione e di sincera comprensione da parte delle amiche. Let Them All Talk esplicita, con il suo stesso titolo, la necessità di entrare nelle relazioni cristallini e senza filtri ed inibizioni, ma soprattutto di saper dare a ciò che si prova il suo vero nome, senza mistificarlo o occultarlo con altro. Alice, del resto, quest’ultima cosa la ripete a se stessa più di una volta, quando al nipote racconta, con un sorriso amarissimo, che il personale del transatlantico ci tiene che la ‘ship’ non venga chiamata ‘boat’.

Leggi anche: I’m Your Woman, il potere dell’evolversi e del reinventarsi

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