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Cinema

Civil war – Recensione del film di Alex Garland con Kirsten Dunst

Gli Stati Uniti sono lacerati da una violentissima guerra civile. Un gruppo di giornalisti vuole intervistare per l’ultima volta il presidente

Tempo di lettura: 2 minuti

Il passato è il futuro. Questo sembra dirci Alex Garland nel suo nuovo film con protagonista Kirsten Dunst. Non è solo un messaggio portato avanti dall’idea di base del film: gli Stati Uniti sono lacerati dalla guerra civile, ma è un messaggio che è legato soprattutto alla creazione delle immagini.

Le due protagoniste del film -in qualche modo contrapposte- sono infatti Kirsten Dunst (una famosa fotografa di guerra dalla lunga carriera) e Cailee Spaeny (un’aspirante fotografa di guerra che si unisce al gruppo della Dunst): la prima scatta con una macchina fotografica digitale, la seconda con una vecchia macchina analogica e si porta dietro un piccolo kit per lo sviluppo dei negativi su pellicola. Cailee è il futuro della fotografia ed è ancorata al passato: non solo per l’utilizzo di attrezzatura analogica, ma anche per come si veste: magliette e jeans, un’abbigliamento tipico degli anni ’70. Al contrario i suoi compagni di viaggio hanno un’abbigliamento più moderno: quasi mimetico.

Ma nel suo Civil war, Garland, riesce a portare avanti diversi discorsi interessanti: il primo, ovviamente, è sulle divisioni dell’America. Già oggi è evidente che gli Stati Uniti siano tutto fuorché “uniti”: sono anzi uno stato fortemente polarizzato. Le grandi città sulle due coste sono progressiste, mentre nel grande centro rurale lo sono infinitamente meno. Il presidente mente in modo seriale e non ha alcun vero potere. La violenza è ovunque, anche dove finge di non esserci. Il razzismo scorre sotterraneo, pronto ad esplodere. Garland estremizza la situazione odierna per trascinarci in una guerra senza quartiere: ovviamente noi (come i giornalisti protagonisti) non ci schieriamo. Del resto, la guerra è una follia: non c’è mai una parte che ha ragione e una che a torto e l’eroismo spesso semplicemente non esiste.

E poi c’è il discorso sulle immagini: in un mondo in cui le immagini possono essere artefatte, tutto è possibile: anche cancellare la morte di un collega come fa il personaggio di Dunst. In un mondo analogico, invece, questo non è possibile. Le immagini analogiche non possono essere artefatte o cancellate. Ancora una volta, sembra dirci il regista/sceneggiatore, il passato è il futuro. Allo stesso tempo ci interroghiamo continuamente, insieme con le due protagoniste, su cosa sia lecito o non lecito mostrare. E ancora una volta ci rendiamo conto che con la tecnologia il giornalista può farci vedere solo quello che conserva nella memoria della sua macchina fotografica, mentre il giornalista del passato non aveva questa possibilità: una volta che una foto era sviluppata, non c’era modo di cancellarla. Ed è così che la giovane Jessie racconta in tutta la pienezza tutto l’orrore e la morte che vede.

Civil war è un film splendido, con molti, moltissimi livelli di lettura. Garland riesce a calarci nella follia della guerra con diverse scene d’azione altamente spettacolari e con molte altre in cui la follia si manifesta per quello che è: orrore puro, senza logica.

Sebbene formalmente appartenga al genere della fantascienza di fantascientifico c’è poco. La situazione in America e nel mondo è dannatamente tragica e il pianeta sembra davvero sull’orlo di una immensa, folle guerra fratricida che qualcuno -forse- racconterà per immagini.

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