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I 5 migliori film (+1) del 2020 secondo la nostra redazione

I 5 migliori film (+1) del 2020 secondo il giudizio della redazione cinema di Ultima Razzia. Scopriamo quali sono.

Tempo di lettura: 5 minuti

In un anno in cui obtorto collo abbiamo dovuto rinunciare per molti mesi alla magia della sala cinematografica per godere dello spettacolo del cinema sul grande schermo, siamo riusciti allo stesso modo, grazie all’apporto fondamentale dello streaming, a stilare una piccola lista dei film migliori del 2020, secondo il parere della redazione cinema del nostro sito.

Ve li segnaliamo qui di seguito, i film migliori di questo 2020 che ci stiamo lasciando (fortunatamente) alle spalle. Aspettiamo il vostro feedback, per sapere se siete d’accordo o meno con i titoli che abbiamo inserito. Buona lettura!

Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman

Una scena di Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman

Charlie Kaufman torna dietro la macchina da presa adattando l’omonimo libro di Ian Reid. Come anticipato qualche mese fa nell‘analisi dell’opera, la storia – ondivaga, ellittica, reticente – e le atmosfere sono quanto di più lynchiano si sia visto negli ultimi anni. Nulla è certo né verificabile, e il film si dipana a partire da un dubbio metodico che impone una visione di tipo quasi investigativo. Vano sarà ogni sforzo di comprendere pienamente il meccanismo filmico. L’unico appiglio – per gli spettatori più attenti – proviene da una scenografia densa di simbolismi e di dettagli, tanti quanti sono i fiocchi di neve che cadono dal cielo.

I meccanismi del thriller si miscelano sapientemente con i canoni del surrealismo e con quelli dell’espressionismo. Il tempo e la morte, unici, costanti compagni di viaggio, sembrano due buchi neri in grado di fagocitare tutto. Personaggi, spettatori, riflessioni e messinscene. Un film ansiogeno, questo di Kaufman, certamente uno dei migliori prodotti mai realizzati su Netflix.

(Vito Piazza)

Tenet di Christopher Nolan

Una scena di Tenet

Raccontare in poche righe la trama di Tenet sarebbe un’impresa assai ardua e per questo motivo vi rimando alla nostra recensione del film. Christopher Nolan, nel corso della sua carriera, ci ha abituato a un tipo di film dove l’assoluto protagonista è il tempo, in tutte le sue sfaccettature. C’è il tempo dei e nei sogni (Inception), il tempo che può giocare a favore o contro (Dunkirk), il tempo inteso come viaggio (Interstellar).

Con Tenet – uno dei pochi film di punta ad essere uscito nei cinema nel 2020 sfruttando il momento di calma apparente tra la prima e la seconda ondata di covid – Nolan gioca ulteriormente con il concetto di tempo ambientando la storia in un presente che fa la guerra con il futuro. Un film complesso, talvolta macchinoso, ma non di difficile comprensione (checché ne dica chi lo ha criticato). L’incipit del film, che si trova anche online, vale da solo il prezzo del biglietto.

(Daniele Marseglia)

Mank di David Fincher

MANK

Mank, disponibile in catalogo Netflix, racconta di molto più di quanto possiamo aspettarci. La storia è quella di Herman J. Mankiewicz, lo sceneggiatore dell’intramontabile Quarto Potere dell’allora venticinquenne Orson Welles. Nel film sono snocciolate le numerose fasi vissute da Mank durante la stesura della sceneggiatura: dai momenti di noia a quelli di fertilità creativa, da quelli di pigrizia e scoraggiamento a quelli di intraprendente desiderio di raccontare, attraverso il potere della parola, la realtà gretta e sciovinista della Hollywood degli anni 40.

Poco spazio è lasciato – forse davvero solo gli ultimi minuti del film – alla disputa tra Mank e Welles in merito alla paternità della sceneggiatura; il tema fondante di Mank, infatti, è una puntuale e puntigliosa disamina sul lercio dell’industria cinematografica, legata abusivamente e vigliaccamente alla politica, sua musa ma anche un po’ sua padrona, e sulla eterna lotta competitiva tra le case produttrici che, anziché fare squadra per risolvere il problema comune – ovvero la vacuità dei teatri a causa della Grande Depressione – riuscivano ad emergere solo screditando le altre.

(Martina Morìn)

JoJo Rabbit di Taika Waititi

Jojo Rabbit

Liberamente tratto dal romanzo Il cielo in gabbia di Christine Leunens, Jojo Rabbit invita lo spettatore a confrontarsi con uno stralcio storico-sociale che ha segnato la storia del mondo e che già in molti – con libri, saggi, film, serie Tv ecc. – hanno già voluto affrontare: il nazismo e la persecuzione degli ebrei da parte dei tedeschi. Il punto di vista non è né quello di un nazista persecutore, né quello di un ebreo perseguito: il protagonista è un bambino di dieci anni, Jojo, che si confronta quotidianamente con il suo amico immaginario, una versione singolare, comica e goffa del temibile (e terribile) Hitler.

Si scende, dunque, su un campo neutro: Jojo è estraneo ai conflitti politici vivendo sotto una campana di vetro che per molto tempo gli ha impedito di affrontare la realtà dei fatti, ovvero la corruzione del genere umano. La situazione cambia decisamente quando Jojo perde la madre (un’attivista dell resistenza contro il regime nazista) e incontra Elsa, un’ebrea fuggiasca cui la madre aveva dato rifugio. Jojo è uno spaccato singolare di una serie di vicende che hanno fortemente segnato la Storia dell’uomo, e ci insegna quanto e come l’ingenuità (come quella di un bambino come Jojo) possa spesso essere l’unica chiave per salvarsi.

(Martina Morìn)

Diamanti grezzi dei Fratelli Safdie

Diamanti Grezzi con Adam Sendler

Uscito in Italia direttamente su Netflix, il nuovo film dei fratelli Safdie farebbe parlare di sé solo per un presenza apparentemente avulsa al contesto del cinema autoriale, se non fosse che quella presenza – che ha un nome e un cognome: Adam Sandler – ha già avuto modo di dimostrare il suo talento in un film di una ventina di anni fa di Paul Thomas Anderson (un nome che non fa certo rima con cinema commerciale).

I fratelli Safdie mettono la firma su un’opera concitata, adrenalinica, frenetica. Un diluvio di dialoghi e di parole che Howard, il protagonista, “vomita” a chiunque gli capiti sotto mano. Un personaggio sì detestabile, ma capace di creare empatia grazie all’elevato carisma che emana.
Diamanti grezzi rappresenta la prova di maturità dei Fratelli Safdie, in attesa di vederli all’opera con il loro prossimo lavoro.

(Daniele Marseglia)

Menzione speciale: Ema di Pablo Larrain

Ema, com Mariana di Girolamo e Gael García Bernal

Proiettato alla 76ª Mostra di Venezia, Ema è l’ultima fatica di Pablo Larraín,. Arrivato al Lido con oneri e onori di titolo papabile di Leone d’Oro, il film, che non è certamente il migliore del regista cileno, è un’opera visivamente ineccepibile e che non passa inosservata. La storia è quella della ballerina Ema (di Girolamo) e del compagno Gaston (García Bernal), ex genitori adottivi di Polo alle prese con traumi familiari e ricerca di libertà.

Film dalla lunghissima gestazione, e dalle vicende distributive ancor più travagliate in quest’anno infausto, Ema è un’opera sentimentale ma non lacrimevole, che alterna riflessioni sulla maternità e sulla famiglia allargata come “dispositivi” capaci di offrirsi come liberatorie alternative a una vita normale, canonica. Certo, per stessa ammissione del regista, la musica e le coreografie giocano un ruolo fondamentale in questa sorta di inno alla vita e alla libertà, e forse alla lunga assumono un ruolo preponderante nell’economia filmica, a svantaggio della coerenza e verosimiglianza narrativa. In ogni caso, il risultato finale è di sicuro impatto, e restituisce l’immagine di un Larraín forse lontano dal realismo minimalista delle sue prime opere (su tutte, la trilogia cilena), ma comunque capace di rapire i sensi.

(Vito Piazza)

Leggi anche: i titoli più sottovalutati del 2020

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