fbpx
Connect with us
Gary Oldman in una scena di Mank

Cinema

MANK, il sigillo di approvazione della Hollywood degli anni ’40

MANK è una vivisezione creativa della realtà dell’epoca, una soffiata che porta la spia sul lercio di Hollywood e sulla sua mancanza di integrità.

Per i cinefili incalliti, un film che tratta di cinema è il paradiso sceso in terra che ci conduce a quell’orgasmo emotivo che solo le grandi passioni sanno regalare.
Con MANK, su Netflix dal 4 dicembre, David Fincher si disaffeziona momentaneamente dall’impronta thriller della sua prole come L’amore bugiardo – Gone Girl, Millenium – Uomini che odiano le donne, Panic Room, Mindhunter e incassa l’eredità familiare di un Fincher padre che negli anni ’90 aveva avuto un guizzo di interesse per la storia di Herman J. Mankiewicz – sceneggiatore dell’imperituro Quarto Potere (Citizen Kane in originale) di Orson Welles – e ne aveva abbozzato una sceneggiatura, mai divenuta trasposizione cinematografica.
MANK è quindi tanto un ovattato ossequio alla figura poliedrica e fluida dello sceneggiatore cinematografico -bistrattato e sminuito costantemente nel suo lavoro-, quanto una critica mordace che smaschera e denuncia i travestimenti di una Hollywood in piena golden age che naviga sott’acqua nel grande oceano della politica repubblicana dell’epoca.

MANK
Herman e Joseph Mankiewicz ed il magnate dell’industria cinematografica Louis B. Mayer

Viaggiare fuori dai binari

Il cinema hollywoodiano degli anni ’30 e ’40 è un cinema che ha da offrire molto, ma non sa come fare: siamo agli albori del sonoro e dei cinegiornali, il cui potenziale qualitativo è reso atrofico dai rovinosi strascichi della Grande Depressione del ’29.
Anziché fare squadra per cercare la soluzione ad un problema comune – quello di riportare la gente al cinema – le case di produzione battono il ferro sullo screditamento delle loro rivali, prima fra tutte la MGM, con al timone un infido e subdolo Louis Mayer la cui cupidigia di fama, di successo ma soprattutto di violenta tirannide era già stata ricalcata alla perfezione – seppur brevemente – nel biopic Judy di Rupert Goold.

E’ questa la cornice socio-lavorativa in cui volteggia la figura brillante, acuta e goffamente sincera di Herman J. Mankiewicz, il quale molto malvolentieri sottostà alle regole del grande gioco di società di Hollywood e che vede nell’alcool una via preferenziale per ottundere i sensi ed alienarsi dal patto faustiano che l’industria cinematografica aveva sigillato con gli esponenti politici, primo fra tutti William Randolph Hearst.


Mankiewicz è scomodo per il suo sarcasmo totemico, perché è espressione di un’ideologia futurista che ha bisogno di scendere in profondità e ‘provocare la riflessione’, un iconoclasta che si scaglia contro la magia nera del cinema, distruggendone l’immagine di velleità di cui era divenuta metafora.
Perde il favore praticamente di tutti, inizia lavori che poi è costretto ad abbandonare (come la sceneggiatura de Il mago di Oz e Gli uomini preferiscono le bionde), ma è l’emblema di chi va al tappeto per quello in cui crede. Il personaggio finchiano finisce per vestire così inevitabilmente i panni del tanto deriso e canzonato Don Chisciotte -da lui anche più volte citato- che scalcia contro le case produttrici, i suoi personalissimi mulini a vento.

Hollywood, una patina grezza che manca di onestà intellettuale

MANK è una vivisezione creativa della realtà dell’epoca, una soffiata che porta la spia sul lercio di Hollywood, sulla sua mancanza di integrità; è una storia in cui chi vive nel mondo del cinema è intrappolato nell’alternanza tra la libertà ed il castigo, come quando Orson Welles darà a Mank la possibilità di riscattarsi dalla galera espressiva della MGM, per poi sottrargli avidamente la paternità della sceneggiatura di Quarto Potere.

L’unica protagonista indiscussa è la parola, osannata come unico e valido strumento in grado di illuminare le menti infiacchite dalle falsità. Apodittica, stringata, vorace o forbita che sia, la parola resta la chiave di lettura attraverso cui filtrare la realtà per avvicinarsi il più possibile alla verità. Non a caso non saranno descrizioni, elogi o cinegiornali a descrivere davvero il Citizen Kane (ispirato alla figura di W.R. Hearst) ma una parola che apre e chiude il film (rispettivamente pronunciata e scritta): ‘Rosebud’.

MANK
La sceneggiatura di Quarto Potere (in originale Citizen Kane)

La grammatica cinematografica di MANK

La stesura del soggetto di Quarto Potere è solo un mcguffin al quale Fincher ricorre per approdare ad un film-matrioska che oltre a raccontare il processo creativo behind the scenes, amplia i confini narrativi affacciandosi sulla realtà del cinema dell’epoca -una realtà a tenuta stagna- e su quella politica in fermento a causa dello sviluppo del nascituro socialismo. MANK si trasforma così da timido biopic a un film dal valore corale, nel quale sanno farsi spazio anche altre personalità oltre quella di Mankiewicz, come i già citati Welles, Mayer ed Hearst, ma anche Marion Davies, compagna di Hearst, Irving Thalberg, che vive costantemente all’ombra di Mayer, e persino Upton Sinclair. Con Sinclair (autore di Petrolio!) il discorso è un po’ diverso poiché non appare mai sulla scena, ma la sua presenza riecheggia prepotente nei discorsi e nelle dispute politiche relative all’elezione del Governatore della California del ’34, elezione che perse a causa della diffusione di un cinegiornale diffamatorio prodotto proprio dalla MGM la quale, apertamente, sosteneva il suo rivale repubblicano Merriam.

Siamo su di una montagna russa che gioca sapientemente con i flashback i quali disposti in ordine non consequenziale insaporiscono la narrazione rendendola intricata come ‘una girella alla cannella’. I dialoghi sono puntuali e secchi, ricchi di massime e di richiami disincantati a Shakespeare, Shaw, Pascal. Il tocco vintage è palpabile nel bianco e nero, nel sonoro distorto, nelle dissolvenze tra una sequenza e un’altra, nelle bucature (fittizie) delle pellicole, tutte cose che rimandano a una grammatica cinematografica simbolo di una parentesi cinematografica tra le più vaste. Un omaggio non invadente a Quarto Potere, mai una copia.

MANK

Come moltissimi prodotti dell’ultimo anno, anche MANK sembra il riflesso perfetto del contesto in cui stiamo vivendo, con il cinema che deve reinventarsi nuovamente (l’ostacolo questa volta non è la povertà ma un’emergenza sanitaria) e sullo sfondo un conflitto politico statunitense troppo acceso e radicale.
Fincher, nel frattempo, si improvvisa semplicemente mago, dando la possibilità al linguaggio visivo di raccontare ed elogiare quello scritto.

Ti potrebbe anche interessare: The Social Network, lo spietato affresco della società americana compie 10 anni (ed è ancora un capolavoro)

Seguici su Facebook e Twitter!

Lascia il tuo commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ultimi articoli

Sostieni Ultima Razzia

Donazioni sidebar

Informazioni Personali

Totale Donazione: €100,00

Seguici su Facebook

Iscriviti ad Amazon Prime Video

Scarica l’app Immuni

Immuni

Leggi anche...

David Lynch David Lynch

David Lynch a lavoro su una miniserie Netflix dal titolo “Wisteria”

Netflix

L'age d'or L'age d'or

L’âge d’or: l’inno alla libertà di Luis Buñuel

Anniversari

Poetry Poetry

Poetry: la vita poetica declamata da Lee Chang-dong

Anniversari

Netflix Oscar Netflix Oscar

Netflix ai prossimi Oscar potrebbe fare la storia

Netflix

Connect