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Una scena di Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman

Cinema

Sto pensando di finirla qui è il più bel pasticcio di Charlie Kaufman

“Sto pensando di finirla qui” è il nuovo film scritto e diretto dal genio di Charlie Kaufman, disponibile su Netflix.

Sto pensando di finirla qui segna il grande ritorno di Charlie Kaufman, su Netflix, dopo il (non troppo) giocoso stop-motion di Anomalisa (2015).

Adattando l’omonimo libro di Ian Reid, Kaufman ci trascina in una storia densa e stratificata, nella quale, come di consueto, lo sgretolamento e lo spaesamento costituiscono i tratti esteriori più evidenti. Il film mescola i toni horror con quelli del dramma sentimentale, con ampie concessioni a un surrealismo inquietante e qualche divagazione scenografica nei campi dell’espressionismo. Tante suggestioni, dunque, con il disorientamento che si amplifica a causa del tono narrativo del progetto. Il racconto di Sto pensando di finirla qui rispecchia un mondo che non obbedisce alle ferree leggi della fisica, non osserva il principio di causa-effetto, non segue un tempo progressivo. La narrazione è ondivaga, liquida, indefinita, visto che si sviluppa attraverso gli occhi – e soprattutto la psiche – dei suoi personaggi.

Una scena di Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman

Senza precise coordinate temporali e topografiche, la trama – quella del viaggio dei due neo fidanzati Jake (Jess Plemons) e Lucy (Jessie Buckley) a casa dei genitori di lui – si rivela, in un certo senso, “fittizia”. Questa storia è simbolo d’altro. Tra rigagnoli di poesia disperata, ricordi, speranze, auspici, delusioni, identità apparentemente diverse e vite sottilmente disperate, in pieno stile Kaufman, quella di Sto pensando di finirla qui potrebbe essere anche la storia di una storia mai iniziata. Il dubbio è d’obbligo. È il metodo alla visione di Kaufman, dopotutto. Il titolo, ad esempio, suggerisce un’allusione a una volontà di suicidio o solo alla fine di una storia d’amore? C’è qualcuno che parla o qualcuno che ricorda? Chi ricorda che cosa? E soprattutto: esiste un qualcuno che funge da principio d’individuazione? Ogni enunciato, ogni suono, ogni parete, ogni suggestione, sono intrisi di soggettività predatrici, fagocitanti e deformanti. La grancassa psichica finisce per abbracciare tutto, e, quindi, per mettere in dubbio il visibile.

Esiste, ovviamente, un’interpretazione più plausibile di altre, specie per chi ha letto il libro di Reid. Per i puristi dello schermo, vale ancora il metodo per la visione di Kaufman: nella nebulosa di impressioni che cadono come fiocchi di neve dal cielo, i dettagli scenografici sono quanto di più vicino a una bussola, sia emotiva che temporale. Anche i dettagli, così, diventano protagonisti del film: intravisti, relegati ai margini dell’inquadratura, ripresi per pochissimi secondi. Sono queste schegge di visione le pietre miliari poste sulle incerte vie di una scenografia costantemente simbolica. Senza concessioni alla logica consequenzialità, Kaufman “pasticcia” con il montaggio, abbatte la quarta parete, costruisce una tensione a tratti insostenibile, e così facendo strattona il pubblico, al quale non resta che appigliarsi a quelle stazioni emotive in un viaggio tutto immaginario che si impantana su Strade (S)Perdute. La semi-citazione lynchiana non è peregrina, ma utile a evidenziare gran parte dell’ansiogeno surrealismo di certi segmenti del film.

Il tempo e la morte sono gli altri due compagni di viaggio di Sto pensando di finirla qui e vi si fa riferimento più o meno apertamente in diverse occasioni. Non solo con evidenti richiami scenografici, ma soprattutto attraverso le discussioni dei protagonisti. Sta forse in quest’ultimo ambito la maggior debolezza del film, una lieve prolissità della sceneggiatura che, per la natura dei riferimenti (a Guy Debord e David Foster Wallace; al film Una moglie di Cassavetes; alle scienze dure) rischia di fiaccare lo spettatore che poco o nulla sa delle opere citate.

Una scena di Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman

In qualunque punto del discorso lo si prenda, Charlie Kaufman fa il gioco del gatto e del topo. Mostra e poi nasconde. Suggerisce per poi sconfessare. Se il raffronto con l’opera di Lynch regge dal punto di vista estetico ed emotivo, è su quello della comprensione del testo-film che emergono le differenze più lampanti. Dove il regista di Missoula esige una sospensione quasi totale dei sensi, Kaufman ne richiede, in un certo senso, un potenziamento. Le sue atmosfere, ugualmente inquietanti, esibiscono un surrealismo più comprensibile e verificabile. Con Sto pensando di finirla qui Kaufman sembra ripiegare su un intimismo più cupo ed enigmatico rispetto alla sua precedente produzione. E questo aggiunge il fascino del mistero a un regista che, pur non muovendosi dalla (sua) mente, continua a regalare opere di ampio respiro e di gran pregio. Questo film, forse, è il migliore dei suoi, il più possente. Adesso, il buon Charlie, può a buon diritto essere annoverato come un uomo di cinema non solo alla macchina da scrivere, ma anche dietro la macchina da presa.

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