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Sylvester Stallone: storia di un’icona americana

Pochi giorni fa l’attore, sceneggiatore e regista ha compiuto 75 anni. Quale occasioni migliore per ripercorrere la sua carriera?

Tempo di lettura: 11 minuti

È proprio vero che il destino è imprevedibile. Alla metà degli anni ’70, Sylvester Stallone era un attore sulla trentina in cerca di un’occasione che aveva ormai assunto le fattezze del celeberrimo personaggio di Godot, “protagonista” dell’altrettanto celebre pièce di Samuel Beckett. Gli inizi come comparsa in film di basso livello, il porno (dove il suo cognome e le sue origini italoamericane vennero esaltate da uno dei titoli alternativi del film – per dirla alla Marco Giusti – stracult: Italian Stallion), e quel costante sentimento di frustrazione che accresceva ad ogni provino andato male. Poi, la svolta: inattesa, insperata, in fin dei conti, però, meritata.

Sylvester Stallone
Sylvester Stallone

E così, quell’attore dalla faccia asimmetrica, testimonianza di una venuta al mondo un po’ travagliata, divenne uno degli interpreti più iconici del cinema americano, quantomeno dagli anni ’70 in poi. Ma, sarebbe ingiusto considerare Stallone esclusivamente un attore. Perché se è vero che ci fu un tempo – parliamo degli anni ’80 – in cui il nostro poté fregiarsi del titolo di attore più pagato ad Hollywood, è anche vero che la sua fortuna è da imputare in primis alle sue doti di sceneggiatore.  Siamo sicuri che il successo di Rocky (John G. Avildsen, 1976) risieda esclusivamente nell’interpretazione dell’attore? Non è che il motivo per cui questo film di riscatto ancora oggi continua ad emozionarci è da rintracciare altrove?

Forse in una sceneggiatura capace di tratteggiare in modo convincente i personaggi, oppure nella tensione che scaturisce dalla progressione drammaturgica. E se al suo successo contribuì certamente il regista John G. Avildsen, è indubbio che il film sia farina del sacco di Stallone. Il suo biglietto da visita in una industria cinematografica che intravide incassi sicuri, ma che fu anche coraggiosa – dopo tutto erano gli anni della New Hollywood – ad investire soldi in uno sconosciuto che non voleva solo vendere un soggetto, ma pretendeva anche di interpretare il personaggio principale (nel quale, per inciso, si riconosceva).

Sylvester Stallone_Cop Land
Sylvester Stallone in Cop Land

Dopo il pugile Rocky, arriverà il reduce Rambo, e poi una serie infinita di personaggi e film – più o meno riusciti – che contribuiranno comunque a cristallizzare la fama dell’attore. Passano i ’70 degli esordi, gli ’80 dell’affermazione e i primi ’90 della consacrazione, e poi… già, e poi? All’avvicinarsi del nuovo millennio il destino sembra giocare un brutto scherzo a Stallone. Il cinema cambia, lo star system si nutre di nuovi volti, nuovi modelli. La sensazione è che per i “vecchi” non ci sia più posto. Continua a lavorare, Stallone, ci mancherebbe. Eppure a partire dal coraggioso Cop Land (James Mangold, 1997), dove si presenta al pubblico senza pettorali scolpiti, coperti da una pancia tutt’altro che attraente, la carriera dell’attore sembra imboccare il viale del tramonto. Anni, a cavallo tra i ’90 e 2000, in cui l’icona Stallone persiste nell’immaginario collettivo quasi esclusivamente attraverso le sue due più celebri maschere: Rocky e Rambo.

E non è un caso che si affiderà proprio a loro nel momento (forse) più difficile della sua carriera. Posto di fronte al rischio di uscire definitivamente di scena, Stallone anziché guardare al futuro, reinventarsi drasticamente, volge lo sguardo verso il passato. Dapprima riesuma il pugile di Philadelphia con Rocky Balboa (Sylvester Stallone, 2006), poi il reduce dal Vietnam ormai logorato da mille battaglie in John Rambo (Sylvester Stallone, 2008). Due film pressoché simili; malinconici, a tratti disperati, sicuramente impregnati di un amore profondo nei confronti dei due personaggi. Due figure verso cui Stallone sa di aver contratto una sorta di debito, che non ha mai rinnegato, ed è riuscito persino ad aggiornare ai tempi, come testimonia anche il ritorno di Rocky in Creed – Nato per combattere (Ryan Coogler, 2015).

Sylvester Stallone_Creed
Sylvester Stallone e Michael B. Jordan in Creed

Ecco perché parlare di Stallone a pochi giorni dal suo 75esimo compleanno significa inevitabilmente riflettere su quelle che potremmo definire le sue due “maschere primigenie”, quelle dalle quali hanno tratto ispirazione (più o meno consapevolmente) tutti gli altri personaggi che l’attore ha interpretato (e, a volte, creato) durante l’arco della sua carriera, e che hanno permesso la definizione di quella che probabilmente è l’ultima vera e propria maschera dell’attore: il Barney Ross de I Mercanari – The Expendables (Sylvester Stallone, 2010).

Rocky: the underdog

Quando Rocky esce, nel 1976, il cinema pugilistico è una realtà già da molti anni. Tra anni i ’40 e ’50, ad esempio, Robert Wise girò due film (uno pessimista, l’altro ottimista) con al centro la storia di un pugile volenteroso di affermarsi. Nel 1949, in Stasera ho vinto anch’io, Robert Ryan vestiva i panni di un boxeur ormai a fine carriera ancora alla ricerca della sua grande occasione (che non arriverà mai); nel 1956, invece, Lassù qualcuno mi ama raccontava una storia di un giovane e promettente pugile di nome (guarda caso) Rocky (Paul Newman), il quale riusciva ad ottenere il successo dopo una vita difficile.

Sylvester Stallone_Rocky
Sylvester Stallone in Rocky

Il film di Avildsen sembra essere una summa delle due opere di Wise. Anche il Rocky di Stallone, come il protagonista di Stasera ho vinto anch’io, è in là con gli anni (ne ha la bellezza di trenta, ed è ancora un dilettante), ma, al contempo, come il suo omonimo interpretato da Newman riesce a ottenere un successo che cambierà per sempre la sua condizione di reietto (anche se la sua vittoria sarà esclusivamente morale). Tutto questo per dire che Rocky si affida a una narrazione che potremmo definire convenzionale. Eppure, il film di John G. Avildsen ancora oggi continua ad infiammare gli animi ogniqualvolta viene trasmesso in televisione. Il motivo di tale attaccamento al personaggio da parte del pubblico risiede principalmente nel fatto che tutti noi siamo portati ad identificarci in lui, perché dopo tutto amiamo entrare in sintonia con i perdenti, con coloro che – un po’ come noi nella vita di tutti i giorni – non riescono a rendere concrete le loro aspirazioni, frenati talvolta non tanto dalla mancanza di talento, ma da un nemico subdolo: la vita.

Talentuoso pugile di strada che non è mai riuscito a fare neppure la metà della metà delle cose che si era prefissato, condannato (almeno all’inizio) a un’esistenza misera da operaio, figlio dei sobborghi tristi di Philly, Rocky è il classico eroe che sembra destinato a non farcela. Eppure, il destino lo costringe alla ribalta; gli permette di prendersi una rivincita nei confronti di tutti – della vita, dei suoi detrattori, persino di sé stesso -, dandogli la possibilità di sfidare il campione dei pesi massimi Apollo Creed (Carl Weathers). Un pugile professionista contro un dilettante. Una storia che, nella realtà, avrebbe un’unica conclusione. Ma, si sa, il cinema è fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni. Così, Rocky non fa altro che rimettere in scena il biblico scontro tra Davide e Golia, pur raccontando la vicenda con il giusto realismo. Perché va bene credere nei sogni, ma è meglio non esagerare.

Sylvester Stallone_Rocky
Sylvester Stallone in Rocky

Anziché concludersi con un trionfo, il film propende per una conclusione che assomiglia molto a un brusco risveglio. Seppur vicino alla meta, Rocky non riesce a raggiungerla. Ma, in fin dei conti, va bene così. È stato sconfitto, è vero; eppure esce a testa alta. È lui il vincitore morale dello scontro, tanto che Apollo non solo si congratula con lui, ma nei film successivi gli cederà anche il proprio posto nel pantheon dei campioni. I vari Rocky II, III e IV (documento storico di notevole importanza che testimonia il rigido clima tra Stati Uniti e Russia alle metà degli anni ’80) sono esercizi di stile fine a sé stessi, realizzati solo sull’onda dell’entusiasmo del successo di pubblico ottenuto. Nonostante conservino qualche spunto interessante, tendono più che altro ad atrofizzare la storia, mutandone anche il senso: da perdente, Rocky diviene un vincente in senso assoluto.

Più coerente con l’originale è invece Rocky V; non un gran film, eppure più coraggioso dei precedenti nel mettere in scena un personaggio diverso, che oltretutto deve confrontarsi con una (doppia) paternità (biologica e putativa) non semplice da gestire. E chissà, forse è proprio grazie a questo film, che rappresenta un po’ un cambio di rotta, che Stallone matura l’idea di riaffrontare per l’ennesima volta il personaggio in Rocky Balboa. In maniera non dissimile rispetto a quanto fatto da Clint Eastwood in Gran Torino (2008), Stallone riprende la sua celebre maschera raccontando una storia dall’incedere malinconico.

Sylvester Stallone_Rocky Balboa
Sylvester Stallone in Rocky Balboa

Mette in scena la vecchiaia – la sua personale, e quella del personaggio -, mostra il lato oscuro del successo e sebbene conceda a personaggio e ai suoi fan un ultimo combattimento fuori tempo massimo, riesce sempre a mantenere l’equilibrio tra dramma e commedia. Il tono è quello di un commiato e il fatto che a distanza di anni Stallone abbia accettato di riprendere il personaggio in Creed nulla toglie alla forza di un’opera attraverso la quale l’attore, sceneggiatore e regista rende omaggio al suo personaggio-icona prediletto, rilanciando al contempo anche la sua carriera.

John: the renegade

La Guerra del Vietnam ha rappresentato una profonda ferita per la società americana. Fin dagli anni ’60 il cinema l’ha descritta con drammatica disillusione, ma è a partire dalla decade successiva che Hollywood comincia ad interessarsi a una particolare tipologia di personaggio legato indissolubilmente a quell’esperienza bellica: il reduce. Nel 1976, Martin Scorsese dirige Taxi Driver; due anni dopo escono Il cacciatore di Michael Cimino e Tornando a casa di Hal Ashby. Nel 1982, invece, è la volta della trasposizione del romanzo di David Morrell Rambo (in originale First Blood) ad opera di Ted Kotcheff. Anche in questo caso non si tratta di una novità, ma ciò non vieta al film e al suo protagonista di divenire immediatamente iconici.

Sylvester Stallone_Rambo
Sylvester Stallone in Rambo

A differenza di Rocky, John Rambo è un perdente che dalla vita ormai non si aspetta più nulla. Non è alla ricerca di trionfi, ma solo di pace. Lo incrociamo la prima volta lungo una strada, al limitare di un bosco, mentre si sta recando a far visita a un amico commilitone. All’apparenza sembra un vagabondo desideroso di farsi i fatti suoi. Dopo aver scoperto che l’amico è morto, riprende la strada di casa, salvo decidere di fermarsi a mangiare un boccone nella cittadina di Hope (nome volutamente ironico). Scambiato per un poco di buono dallo sceriffo della contea, John si scontra contro i fantasmi del suo recente passato. Lo screzio con le forze dell’ordine fa maturare in lui la convinzione che la guerra non sia ancora finita. Fugge nei boschi, dove si affida alle sue conoscenze militari per scatenare una guerra contro tutto e tutti. Nel romanzo, il reduce, impossibilitato a reinserirsi nella società, muore; il film, da questo punto di vista, è meno drastico, ma non meno doloroso.

È vero che John alla fine è salvato dall’intervento del colonnello Samuel Trautman (Richard Crenna), sorta di padre putativo per l’ex militare, ma la conclusione è tutt’altro che consolatoria. Sebbene sia un ottimo film, la sensazione è che a livello mediatico Rambo fu percepito più come un blockbuster che non un film “impegnato”. Ad incentivare questa percezione spettatoriale fu la scelta di stemperare la tragedia con i cliché tipici del cinema d’azione. Non è un caso che quando il personaggio torna in scena in Rambo II (indimenticabili le frecce esplosive) e Rambo III (ricordiamo: dedicato al valoroso popolo Afghano, quando ancora i Talebani erano amici dello Zio Sam) quello che rimane è un superomismo spicciolo figlio dell’era reaganiana.

Sylvester Stallone_Rambo
Sylvester Stallone e Brian Dennehy in Rambo

Una svolta che si potrebbe definire epocale è rappresentata invece dal quarto capitolo della serie cinematografica, che, anziché propendere per la continuità, si discosta dai precedenti legandosi in particolar modo al primo capitolo: John Rambo (Sylvester Stallone, 2008). Come per Rocky Balboa, anche l’ultimo capitolo delle gesta dell’ex soldato diviene una riflessione su personaggio, attore e icona. Dallo Stato di Washington, teatro del primo film, la narrazione si sposta nella Thailandia contemporanea, falcidiata da una guerra civile. Perseguitato dall’orrore della guerra, John è forse tornato nell’unico luogo che può definire casa: la giungla del sudest asiatico.

John Rambo
Sylvester Stallone in John Rambo

Sebbene Stallone sia consapevole del desiderio dello spettatore medio di ritrovarsi al cospetto del Rambo guerrafondaio capace di mimetizzarsi ovunque e di uccidere decine e decine di nemici da solo, John Rambo non solo riesce a far convivere un’anima spettacolare con una critico-espressiva, ma ribalta completamente la mitologia del personaggio trasformandolo in un guerriero disilluso ormai schifato persino dagli efferati gesti che compie (anche se sono inevitabili e, dal suo punto di vista, persino giusti). E concedendo a John – finalmente! – il meritato riposo, in un finale commovente dove il protagonista torna a casa dopo la bellezza di più di trent’anni. Salvo poi riesumarlo un’ultima volta (di troppo) nel recente Rambo: The Last Blood (Adrian Grunberg, 2019), dove il personaggio – immemore forse dell’episodio precedente – torna ad essere una copia (ormai sbiadita) di quello protagonista del secondo e terzo episodio, ma questa – è il caso di dirlo – è un’altra storia.

Barney: the expendable

Rocky Balboa e John Rambo, quindi. Ma è davvero possibile condensare l’intera carriera di Stallone in questi due personaggi? Sebbene qualcuno potrebbe storcere il naso, con una certa dose di sana approssimazione la risposta non può che essere affermativa. E questo per stessa (indiretta) ammissione dello stesso Stallone. Dopo tutto, è stato lui ad affidarsi ai due personaggi per rilanciare la propria carriera. Con questo non si vuole dire che il cinema dell’attore, sceneggiatore e regista sia stato contraddistinto esclusivamente da queste due figure; si prende solo atto del fatto che la loro presenza è stata (ed è tutt’ora) molto ingombrante. La filmografia di Stallone ci restituisce, infatti, personaggi altrettanto affascinanti ed efficaci; eppure, è come se tutti questi non fossero altro che copie di una matrice comune, anzi di una doppia matrice.

I Mercenari
Sylvester Stallone, Jason Statham e Randy Couture in I Mercenari – The Expendables

Vi è però un personaggio che più di altri sembra aver subito – consapevolmente – l’influenza congiunta di Rocky e John: Barney Ross. I Mercenari – The Expendables (Sylvester Stallone, 2010) ha sancito il rilancio definitivo di Stallone e il suo “distacco”(temporaneo, col senno di poi) dalle proprie maschere primigenie. Un film che ha avuto molto successo, ma che ha rappresentato anche una sfida. In un’epoca in cui il cinema d’azione ha trasformato i personaggi in accessori, Stallone riporta al centro proprio loro, i protagonisti, ispirandosi al cinema degli anni ’80 in palese antitesi con i tonitruanti prodotti contemporanei. Ancora una volta, decide di affidarsi a un perdente, uno sconfitto, un mercenario in procinto di partecipare alla sua ultima missione. L’azione si stempera nella commedia, e talvolta (specie nel prefinale) si sublima nel dramma; mentre un retrogusto malinconico accompagna l’intera narrazione.

Stallone sembra far dialogare gran parte del suo cinema. Torna l’ironia tipica di film quali Fermati, o mamma spara (Roger Spottiswoode, 1992) e Demolition Man (Marco Brambilla, 1993), ma anche il fatalismo che aveva contraddistinto le sue opere più ambiziose (i citati Rocky Balboa e John Rambo su tutti). Ma non solo, perché I Mercenari – The Expendables diviene quasi una sorta di manifesto di un cinema che non esiste più, o comunque destinato a finire triturato dalle mode imperanti. Conscio di non poter combattere la propria battaglia da solo, Stallone si fa affiancare da un cast che è giusto definire “tosto”: Arnold Schwarzenegger, Bruce Willis, Wesley Snipes, Dolph Lundgren, Mickey Rourke, il più giovane Jason Statham.

I Mercenari
Sylvester Stallone e Mickey Rourke in I Mercenari – The Expendables

Il risultato finale è un film fuori dal tempo. C’è un che di romantico nel primo capitolo de I Mercenari – The Expendables. Mentre i due sequel cercheranno di reinserirsi (più il terzo che il secondo) nell’alveo di una spettacolarità più in sintonia con i gusti dello spettatore contemporaneo (fallendo, è chiaro), il film diretto da Stallone è contraddistinto da un’innocenza che genera uno stupore quasi infantile. La trama passa in secondo piano, così come l’azione, e ciò che rimane sono le dinamiche tra i personaggi e i sentimenti più elementari che contraddistinguono il rapporti che hanno tra di loro: amore, amicizia, odio, vendetta, ecc. Ed è per questo che il film può essere interpretato come una summa del cinema del suo autore, a più livelli: concettuale, registico, narrativo, attoriale. Con quel protagonista così indolente, poi, nelle cui movenze, così come nelle battute, intravediamo quel fil rouge che lo lega indissolubilmente ai personaggi venuti prima di lui, a cominciare naturalmente da Rocky e John. Maschere di un artista che ha saputo scrivere una pagina indelebile nella storia del cinema.

Leggi anche: James Dean: l’attore, l’icona, il mito a 90 anni dalla nascita

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