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Anniversari

Toro scatenato, i primi 40 anni di un capolavoro

Il 13 novembre 1980 veniva presentano a New York il biopic di Martin Scorsese con protagonista uno straordinario Robert De Niro.

Racconta lo storico latino Svetonio nel suo Vite dei Cesari, che Augusto in punto di morte pronunciò le parole: «Acta est fabula», ovvero “il dramma è finito”. Un’uscita di scena teatrale, e proprio dal teatro trasse spunto l’imperatore, citando le parole abitualmente recitate a conclusione di ogni spettacolo. La vita, diceva Augusto (o Svetonio per lui), altro non è che una mera rappresentazione: può essere commedia, ma anche tragedia. In ogni caso, direbbe il boxeur Jake LaMotta, è entertainment. O almeno è quanto gli fa dire Martin Scorsese in Toro scatenato (1980), caposaldo della storia del cinema, presentato a New York il 13 novembre di 40 anni fa ma non invecchiato di un giorno.

Toro scatenato
Robert De Niro (Jake LaMotta) in Toro scatenato

Una parabola discendente quella che racconta il film, sceneggiato da Paul Schrader (Taxi Driver) e Mardik Martin. Tratto dall’autobiografia del pugile italoamericano, Toro scatenato è la quintessenza del cinema di Scorsese, contraddistinto da un furore estetico non ravvisabile nelle opere precedenti del suo autore. La mobilità della macchina da presa, gli stacchi vertiginosi di montaggio, il dialogo costante tra immagini e musica: tutti elementi che diverranno poi una costante del cinema scorsesiano, qui ancora più evidenti perché inseriti nel contesto di un film che, all’apparenza, sembrerebbe voler recuperare il classicismo del cinema americano dei primi anni ’50: per intenderci quello ravvisabile nei film di Howard Hawks ed Elia Kazan, del quale è citato esplicitamente Fronte del porto. In realtà, le soluzioni registiche adottate in Toro scatenato ci riconsegnano un’opera profondamente moderna, dove lo stile di Scorsese si cristallizza in una poetica estetica ravvisabile nelle sue opere successive fino alla contemporaneità (basti pensare alle “assonanze stilistiche” del film in questione con il recente The Irishman).

Sebbene Toro scatenato sarebbe dovuto essere soprattutto il “film della vita” per Robert De Niro, finì per diventare anche “il film della svolta” per la carriera Martin Scorsese. E pensare che il regista italoamericano non aveva alcuna intenzione di realizzarlo. Declinò per anni l’offerta del suo attore feticcio di dirigere il biopic su LaMotta, poco interessato a raccontare una storia ambientata in un mondo, quello del pugilato, che non lo aveva mai appassionato. A fargli cambiare idea furono una serie di contingenze – artistiche e familiari – che lo riguardarono da vicino. Per comprendere l’importanza di Toro scatenato nel cinema di Scorsese, infatti, è necessario fare un passo indietro. Negli anni ’70, il regista si impose come una delle voci più autorevoli della New Hollywood. L’insuccesso dell’ambizioso musical New York New York segnò però una battuta d’arresto per Scorsese, costretto a riconsiderare la sua idea di cinema. Se a questa “crisi creativa” sommiamo i problemi privati del regista– divorzio dalla prima moglie ed entrata nel tunnel della droga – il quadro è completo.

Toro scatenato
Joe Pesci (Joey LaMotta) e Robert De Niro in Toro scatenato

Non che l’ultimo biennio dei Seventies per Scorsese sia stato contraddistinto da inattività. Il regista firmò nel 1978 il film-concerto L’ultimo valzer e, nello stesso periodo, si dedicò anche a due progetti a cui teneva molto: Gangs of New York, che poi sarebbe stato realizzato nel 2002, e il più sfortunato Neighborhood, scritto con Nicholas Pilegi (Quei bravi ragazzi) e mai trasposto sul grande schermo. La carriera del regista stava comunque vivendo una fase di stallo. Non stupisce, quindi, che in questo clima di incertezza, quando De Niro tornò alla carica con il progetto di un film su La Motta, Scorsese contrariamente al passato accettò l’offerta. Una scelta, come confidò lo stesso regista ai Cahiers du cinèma, che fu determinata anche dal periodo negativo che stava attraversando, grazie al quale comprese come il film gli avrebbe permesso di mettere in scena, attraverso le vicissitudini del pugile italoamericano, il dramma universale della vita, con il quale oltretutto lo stesso Scorsese si stava confrontando in quel periodo: «Mi accorsi che io ero lui… che quel film parlava di me», disse sempre alla rivista francese.

Partendo da questi presupposti è facile comprendere perché, pur essendo dedicato a un boxeur, Toro scatenato non può essere considerato un film sportivo; così come non può essere definito un biopic canonico. A Scorsese, che rimaneggiò la sceneggiatura insieme a De Niro, non interessa né ripercorrere cronachisticamente la carriera del pugile, né la vita dell’uomo. Il regista mette al bando ogni forma di realismo, optando sì per una narrazione in ordine cronologico (tolto il prologo, ambientato nel 1962) ma comunque non propriamente lineare. Il film copre un arco di tempo che va dal 1941 al 1964, ma lo fa “giocando”, per dirla alla Paul Ricoeur, con il tempo del racconto, in questo caso filmico. Il tempo, in Toro scatenato, è costantemente alterato: dilatato o contratto a seconda delle circostanze (e delle esigenze narrative), ma anche “vittima” di vertiginose ellissi.

Toro scatenato
Robert De Niro in Toro scatenato

Così, più anni vengono condensati in una manciata di minuti: basta un interludio a colori in formato filmino di famiglia. Al contrario, pochi secondi sul ring sono espansi a tal punto da trasformare un mero incontro pugilistico in una solenne battaglia da combattere sia contro l’avversario di turno che contro sé stessi. Frammentare la temporalità non risponde a un mero esercizio di stile. Contribuisce, invero, a creare quel clima di perenne conflitto che, secondo Scorsese, ha caratterizzato la vita di Jake LaMotta (e che, di fatto, contraddistingue la vita di ogni essere umano). Una conflittualità che Toro scatenato mette in scena anche a livello squisitamente narrativo: ad esempio, la tensione tra comunità ed individuo (il burrascoso rapporto tra Jake e la malavita newyorkese), nonché quella più circoscritta tra individuo e famiglia (dal rapporto malsano con la moglie Vickie, costantemente sospettata di tradimento, agli scontri con il fratello Joey).

Tornado, però, alla “manipolazione” del tempo del racconto filmico, è necessario sottolineare come questo espediente permetta a Scorsese di ottenere un altro risultato oltre a quello enunciato poc’anzi: avvolgere la narrazione di una cappa di fatalismo, in puro stile noir. Non è un caso che il film inizi pressoché dalla fine. LaMotta ci viene mostrato per la prima volta nel 1962, quando ha appeso ormai da anni i guantoni al chiodo e si è riciclato in qualità di stand up comedian. Cita Shakespeare in maniera ironica, facendo di Riccardo III un incallito scommettitore ippico («Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo…. sono 6 mesi che non ne becco uno!»), e soprattutto si presenta fin da subito come consapevole attore di quel tragico spettacolo che è la vita: «Quando entra nell’arena, Jake il toro si scatena; perché oltre al pugilato, sono attore raffinato». E se effettivamente la vita del “Toro del Bronx” può essere paragonata a una pellicola cinematografica, tra successi esaltanti e rovinose cadute, il film a lui dedicato assume durante l’arco della narrazione i connotati di una “blasfema” passion christi che anticipa di qualche anno quella più “canonica” (si fa per dire) descritta dallo stesso Scorsese ne L’ultima tentazione di Cristo.

Lo abbiamo già accennato, Toro scatenato attua una trasfigurazione della realtà, e lo fa utilizzando un’estetica filmica che si affida sovente a soluzioni stilistiche che potremmo definire espressioniste: sia puramente narrative (si è detto del tempo del racconto) che squisitamente visive. Da quest’ultimo punto di vista, la sequenza introduttiva del film, che accompagna i titoli di testa, rappresenta un manifesto. Una ripresa monopuntuale, da borgo ring: Jake LaMotta in campo lungo che si riscalda prima di un incontro. Il suo “molleggiare” si trasmuta in una danza sulle note della Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni; il ring diviene un palcoscenico. Si alza il sipario, lo spettacolo va in scena. La sequenza è importante, a livello concettuale, perché ci informa sin dal principio sul quale sarà lo stile che Scorsese adotterà per tutto il film. L’atmosfera rarefatta che avvolge il pugile, scalfita solo dai flash (attutiti) delle macchine fotografiche, fa slittare il racconto filmico nella dimensione del mito o dell’apologo.

Toro scatenato
Robert De Niro in Toro scatenato

Toro scatenato mette in scena la tragicità insita nella storia di LaMotta. Non c’è gloria per il pugile, prigioniero in un fatale loop contraddistinto da rimpianti ed errori di cui egli stesso è, al contempo, responsabile e vittima. Una parabola autodistruttiva quella di Jack: una scalata al Golgota che non ammette pentimento, assoluzione, o possibilità di riscatto. “Le jeux son fait” ancora prima che abbiano inizio e di fronte all’ineluttabilità del destino non si può fare altro che accettarla, esserne quasi complici e persino interpreti. Indicativo, da questo punto di vista, l’ultimo incontro con Sugar Ray Robinson, che si esaurisce in un sanguinolento finale in cui La Motta veste consapevolmente i panni del martire (non senza sadismo).

Il pugile italoamericano si mette letteralmente in croce: poggia la schiena sulle corde tese che delimitano il ring, distende le braccia orizzontalmente avvinghiandosi alle corde stesse. Invita così l’avversario a colpirlo, il quale non si fa pregare. I fendenti di Robinson si susseguono uno dopo l’altro; il montaggio scompone l’azione soffermandosi, di volta in volta, su nuovi macabri particolari: il sopracciglio di LaMotta che si frange, il sangue che cola lungo le gambe tremanti del pugile e che sgocciola sulle corde. Il volto di LaMotta si trasfigura in una maschera emaciata che non ha neppure il sollievo di sprofondare nel morbido candore di un velo della Veronica di turno.

Toro scatenato
Johnny Barnes (Sugar Ray Robinson) in Toro scatenato

Un primo piano del protagonista, che continua imperterrito a stuzzicare il suo avversario, permette un contro campo in soggettiva (di LaMotta) di Robinson, la cui figura minacciosa (quasi spettrale) è avvolta dal vociare indistinto del pubblico che improvvisamente scema irrealisticamente. L’artificio della zoommata in avanti con contemporanea carrellata all’indietro acuisce il presagio della catastrofe. Ed infine il colpo decisivo inflitto all’ormai stremato LaMotta, che perde ed accetta così il suo destino, ma non si piega ad esso: «Non sono andato giù, Ray. Non mi hai fatto andare giù», dice fieramente allo sfidante subito dopo il “gong”.

Nel raccontare la parabola di LaMotta, lo sguardo di Scorsese non è mai giudicante. Di fronte al dramma dell’esistenza, ogni tipo di moralismo mostrerebbe la corda. Il regista, che ha sempre raccontato storie di personaggi ambigui e contraddittori, lo sa bene; e da questo punto di vista il protagonista di Toro scatenato è un personaggio totalmente scorsesiano. Il Jack LaMotta descritto dal film è una figura complessa; un martire, uno sconfitto che anche quando assapora (raramente) la vittoria non riesce mai a goderne, perché lo sgambetto del destino è pronto a farlo capitombolare di nuovo. Un antieroe tragico, che non avrebbe sfigurato in un dramma dell’amato Shakespeare.

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