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Hereafter

Anniversari

Ritorno alla vita: Hereafter di Clint Eastwood

10 anni fa usciva nei cinema italiani uno dei film più ambiziosi e, al contempo, meno celebrati del regista americano.

Tempo di lettura: 9 minuti

Quando dieci anni fa uscì nelle sale Hereafter in tanti, tra critici e spettatori, rimasero un po’ spiazzati. Che Clint Eastwood fosse un regista da sempre coraggiosamente propenso ad affrontare qualsiasi tipologia di genere cinematografico, lo si sapeva già da tempo. Recuperando la tradizione hollywoodiana che voleva i registi capaci di adattarsi ad ogni tipo di storia, Eastwood ha sempre amato spaziare. Si è consacrato con il western, ma non ha disdegnato altri generi: il thriller (Potere assoluto), il poliziesco (Debito di sangue), il noir (Coraggio… fatti ammazzare), il melodramma (I ponti di Madison County), il biopic (Bird), il film bellico (il dittico sulla battaglia di Iwo Jima), il musical (Jersey Boys). Per non parlare, poi, delle sue opere prettamente autoriali: prodotti sfuggenti, non riconducibili a un genere predefinito, come i vari Mystic River, Million dollar baby e Gran Torino.

Hereafter però sembra essere un film a parte. Siamo nell’alveo del melodramma, naturalmente. Eppure vi è una componente al suo interno che lo fa apparire una scheggia apparentemente aliena nel panorama del cinema del suo autore. Si tratta di un film di fantasmi, un «thriller paranormale» come lo descrisse una rivista francese all’epoca delle riprese parigine: definizione un po’ superficiale, ma che testimonia la difficoltà ad inquadrare un’opera così complessa.

Matt Damon (George) in Hereafter

Un cinema di fantasmi

A ben vedere, però, il cinema di Eastwood ha sempre raccontato di figure fantasmatiche. Ne Lo straniero senza nome il pistolero protagonista, un vero e proprio “angelo sterminatore”, altri non è che lo spirito dello sceriffo brutalmente ucciso da una banda di malviventi che ha preso il controllo di un’inquietante cittadina di frontiera. Un espediente narrativo che verrà utilizzato dal regista anche ne Il cavaliere pallido. Ma gli esempi potrebbero essere molteplici.

In fin dei conti, non sono fantasmi anche i protagonisti di Bronco Billy e Honkytonk Man, entrambi rappresentanti di un mondo che non esiste più, caduto ormai nell’oblio? Il primo è l’impresario di un circo che ha l’ambizione di riportare in vita il mito del West, senza successo; il secondo, invece, tale Red Stovall, è un cantante country tisico che sta percorrendo gli ultimi metri del suo crepuscolare viale del tramonto, consapevole del fatto di non essere riuscito a raggiungere la tanto agognata fama.

Cécile de France (Marie) e Thierry Neuvic (Didier) in Hereafter

Anche Frankie Dunn (Million Dollar Baby) e Walt Kowalski (Gran Torino) sono figure spettrali: spiriti che vagano per il mondo recando sulle proprie spalle una pesante croce, emblema dei propri peccati; piegati dalla vita, disillusi, eppure speranzosi di guadagnarsi la redenzione. E che dire invece di Ira Haynes e dei suoi commilitoni (Flags of our Fathers), rappresentanti di quella “Greatest Generation” condannata a prendere parte – per giunta, in prima linea – a una delle più grandi tragedie del ‘900: la Seconda Guerra Mondiale? Morti che camminano, condannati in un limbo a metà strada tra la vita e la morte. Un po’ come il cecchino Chris Kyle (American Sniper), reduce dall’Iraq incapace di fare i conti con la propria vita dopo aver contemplato la morte durante il corso della campagna bellica a cui ha preso parte.

Bryce Dallas Howard (Melanie) e Matt Damon in Hereafter

Tenendo conto di questi aspetti, forse, Hereafter comincia ad acquisire un senso all’interno della filmografia eastwoodiana, delineandosi come un naturale approdo per il regista. Il film racconta di personaggi presenti nel cinema di Eastwood fin dai suoi esordi. A rappresentare una novità però sono: da una parte la scelta di dare forma a ciò che ci aspetta dopo la nostra esistenza terrena (l’aldilà evocato dal titolo); dall’altra, invece, il modo in cui viene descritta la morte, non più ultimo stadio della vita, ma elemento imprescindibile del vivere stesso.

Sospesi tra la vita e la morte

Hereafter racconta la storia di tre personaggi in bilico. Figure borderline che hanno fatto la conoscenza della morte, e da questo incontro sono state cambiate per sempre. Si aggirano come zombi in una realtà che non riescono più a decifrare e da cui si sentono continuamente respinti. La giornalista in carriera Marie (Cécile De France) vive la drammatica esperienza dello tsunami che nel 2004 devastò il sud-est asiatico. Viene travolta dall’onda anomala che si infrange sulla costa. Cerca di salvare una bambina, ma non ce la fa. Prova, allora, a salvare quantomeno se stessa. Annaspa nell’acqua turbinosa, ed infine sprofonda priva di sensi. Il suo cuore si ferma. Parrebbe la fine, ma non è così. Mentre combatte tra la vita e la morte, Marie ha una visione: un luogo pacifico, dominato da una luce accecante e abitato da ombre indistinte che si muovono, placide, nello spazio. Dura solo un attimo, perché la donna riprende miracolosamente vita. Quando le acque si ritirano ritrova l’amato compagno nella desolazione post maremoto. Potrebbe essere già un lieto fine. Invece è solo l’inizio di un’altra storia.

Frankie McLaren (Jason) e George McLaren (Marcus) in Hereafter

A San Francisco, George (Matt Damon) è un uomo in fuga dai demoni del proprio passato. È un sensitivo. Per anni ha esercitato il mestiere di medium, ma un giorno si è reso conto che: «Una vita che riguarda solo la morte non è vita». Il fratello vorrebbe che lui sfruttasse il suo dono per fare soldi, ma per George entrare in contatto con i defunti non è altro che una condanna. Il suo “dono” l’ha costretto alla solitudine, all’esilio forzato. Ha provato a lasciarsi tutto alle spalle, a ricominciare. È diventato operaio presso i cantieri del porto, ma la crisi economica ha costretto l’azienda a licenziarlo. Conosce a un corso di cucina una ragazza con cui entra in sintonia, Melanie (Dallas Bryce Howard), ma quando lei scopre per puro caso il suo passato insiste per partecipare a una seduta: è l’inizio della fine. Lui prende le sue mani, stringe un contatto con lei e con i suoi fantasmi, apprende dei traumi sopiti di lei, e lei – per tutta risposta – fugge spaventata, come se quell’incontro fortuito avesse riaperto il vaso di Pandora della sua esistenza, liberando quegli spettri da cui ha cercato di fuggire per gran parte della sua vita. Un altro lieto fine possibile viene meno.

Anche il piccolo Marcus (George McLaren) entra in contatto con la morte, anche se indirettamente. Insieme al fratello gemello Jason (Frankie McLaren) conduce una vita di stenti (sebbene non completamente infelice) in un sobborgo londinese. La madre è una tossicodipendente, e i figli si prendono cura di lei, cercando al contempo di evitare che i Servizi Sociali li affidino a una famiglia surrogata. Il precario equilibrio in cui vivono si spezza quando Jason perde tragicamente la vita in un incidente stradale. Marcus si ritrova all’improvviso solo. Si appropria del berretto del fratello – vero e proprio simulacro del defunto -, e prova a mettersi in contatto con lui con l’aiuto (vano) di una serie di improbabili medium. È convinto che il fratello sia accanto a lui, che non l’abbia abbandonato del tutto. Un sospetto che si tramuta in certezza quando la caduta accidentale (?) del berretto che indossa gli fa perdere la corsa della metro destinata a rimanere coinvolta nei tragici attentati di Londra del 2005. Per Marcus è un segno. Da quel momento cercare di comunicare con il fratello diviene per lui una ragione di vita: l’ultimo passo da compiere per completare quel difficile percorso di elaborazione del lutto che ha intrapreso e che lo tiene, al momento, ancora sospeso tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Matt Damon e Jay Mohr (Billy) in Hereafter

Spiriti di un Natale passato

L’opera di Charles Dickens funge da leitmotiv all’interno di Hereafter. Il film è stato scritto da Peter Morgan, autore della serie Netflix The Crown, che ha strutturato la narrazione inserendo costanti rimandi ai romanzi dello scrittore britannico. Riferimenti che potrebbero apparire fini a se stessi, meramente strumentali, e che invece si rivelano essere il cuore nevralgico della narrazione: il trait d’union tra le tre linee narrative, destinate naturalmente a convergere (di fatto, George giunge a Londra, dove incontrerà casualmente Marie e Marcus, spinto non solo dalla volontà di fuggire da San Francisco, ma anche dal desiderio di visitare la casa dello scrittore).

Verso l’autore de Il Circolo Pickwick, proprio George nutre una vera e propria venerazione. Ogni sera, prima di coricarsi, ascolta l’audiolibro di un suo romanzo. I passi di alcuni libri dello scrittore fungono talvolta persino da commento alla sua esistenza. Quando, dopo la drammatica seduta con Melanie, George rimane solo in casa, la voce dell’attore e doppiatore Derek Jacobi recita alcuni significativi passaggi dal David Copperfield, che si relazionano immediatamente con lo stato d’animo del personaggio: «L’antico senso di desolazione che un tempo aveva pervaso la mia vita ritornò come un ospite non gradito e più profondo che mai. Mi colpì come la melodia di una musica triste, una consapevolezza disperata di tutto ciò che avevo perduto e tutto ciò che avevo amato. E l’unica cosa che restava era vuoto, rovine e solitudine, tutto intorno a me, ininterrotti fino al cupo orizzonte».

Hereafter
Una scena tratta da Hereafter

Parole che si intonano anche con le esistenze di Marcus e Marie. Il segmento narrativo dedicato al primo è, di fatto, uno spaccato dickensiano. È come se fossimo di fronte a una libera trasposizione (quantomeno nello spirito) di Oliver Twist. Per quanto riguarda Marie: anche lei, come George, dopo aver incontrato la morte è sprofondata in un baratro di solitudine. Ha perso il lavoro, è stata abbandonata dall’uomo che amava, è osservata con diffidenza da colleghi e amici per quelle sue bizzarre teorie sulla vita ultraterrena. Ha perso ogni certezza, tranne quella di aver vissuto realmente un’esperienza extracorporea.

Ma c’è anche un’altra opera di Dickens con la quale il film dialoga: Canto di Natale. Come l’arcigno finanziare Ebenezer Scrooge, anche George, Marcus e Marie incrociano le loro strade con la morte e i fantasmi che popolano l’aldilà: George ha scoperto il suo “dono” dopo essere quasi morto durante una delicata operazione; Marie, come abbiamo visto, la incontra nel momento in cui rischia di morire a causa dello tsunami; Marcus, invece, ha perso una parte di sé (la metà speculare) dopo la dipartita di Jason. Eppure, come nel caso di Scrooge, anche per i protagonisti di Hereafter l’incontro con i fantasmi – del passato, del presente, del futuro, poco importa – paradossalmente non è altro che un inevitabile passaggio da compiere per ritornare alla vita.

Hereafter
Una scena tratta da Hereafter

Da qui in poi

In un articolo apparso su «Cineforum» poco tempo dopo l’uscita del film nelle sale italiane, il critico Alberto Pezzotta ha giustamente sottolineato che il termine “hereafter” ha un significato lievemente diverso rispetto all’italiano “aldilà” o al francese “au-delà”. In inglese, infatti, nasce come avverbio, traducibile con l’espressione: “da qui in poi”. Un’accezione certamente più laica, che ci aiuta anche a mettere a fuoco quale sia il vero significato della storia raccontata dal film. La morte in Hereafter non rappresenta la fine; la sua conoscenza, al contrario, segna un punto di svolta: una nuova consapevolezza per i vivi. In Mezzanotte nel giardino del bene e del male, uno dei film più misteriosi e conturbanti di Eastwood, profondamente intriso di elementi tipici della cultura vudù, la stregona Minerva afferma con certezza: «Per capire i vivi, devi comprendere i morti». In Hereafter la morale è leggermente diversa, ma non meno profonda: bisogna avere coscienza della morte per poter vivere.

Più che un film sull’aldilà, quello di Eastwood è un film sull’aldiquà. Lo stesso George confida a Marcus di non avere idea di cosa ci sia dopo la morte. Percepisce l’esistenza di un’altra realtà, interagisce con gli spiriti dei defunti che la popolano, ma il suo orizzonte è delimitato dalla vita terrena. Con un pragmatismo tipicamente americano, il regista non si pone mai il problema se effettivamente ciò che hanno visto Marie e George sia vero o meno. Semplicemente, ne prende atto. «Non so se c’è un aldilà. Sto aspettando di vederlo con i miei occhi. Sono tra quelli che: ‘Ci crederò quando lo vedrò‘», ha confessato Eastwood in un’intervista alla rivista francese «Positif». E, dato che George e Marie (e Marcus) sostengono di aver visto (e percepito) cosa c’è oltre la vita, perché non credere loro?

Hereafter
Una scena tratta da Hereafter

Nel 2009, lo scrittore francese Emmanuel Carrère ha dato alle stampe uno dei suoi libri più toccanti: Vite che non sono la mia. Contraddistinto dall’abituale autobiografismo, il romanzo inizia raccontando l’esperienza dell’autore durante una vacanza in Sri Lanka nei giorni in cui la regione venne colpita dallo tsunami del 2004: una curiosa analogia con l’opera di Eastwood. Per Carrère tale evento diviene un incentivo a riflettere sulla sofferenza del prossimo e a compiere un viaggio finalizzato a prendere coscienza del dolore degli altri e cercare – per quanto possibile – di farlo proprio. Di fatto, è un libro sulla morte. Per Eastwood, il medesimo evento ha un significato antitetico. La kantianamente sublime sequenza introduttiva di Hereafter permette a Eastwood di affrontare sì il tema della morte, ma nella prospettiva di raccontare una storia di rinascita. E, da ultimo, gettare forse per la prima volta nella sua carriera uno sguardo su un’umanità dolente composta da fantasmi viventi alla strenua ricerca di pace.

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