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James Dean: l’attore, l’icona, il mito a 90 anni dalla nascita

L’8 febbraio 1931 nasceva il grande attore icona di una generazione, tragicamente scomparso in un incidente stradale a soli 24 anni.

Tempo di lettura: 9 minuti

«James Dean va contro cinquant’anni di cinema. Ogni gesto, ogni atteggiamento, la mimica sono un affronto alla tradizione psicologica. La recitazione di James Dean è più animalesca che umana. Per questo è imprevedibile: quale sarà il gesto successivo?». Con queste parole il critico e regista François Truffaut evidenziò il contributo rivoluzionario offerto dall’attore alla recitazione cinematografica. Non è stato solo un’icona James Dean, e a novant’anni dalla sua nascita dovremmo forse prenderne definitivamente atto. A lui sono stati dedicati studi, saggi, articoli, spesso però più incentrati sul suo mito e la sua eredità nella cultura di massa che non sulla sua arte.

Una carriera contraddistinta da tre soli film, due dei quali usciti nei cinema dopo la sua tragica dipartita: La valle dell’Eden di Elia Kazan, Gioventù bruciata di Nicholas Ray e Il gigante di George Stevens, tutti distribuiti nel 1955. Quando gira le pellicole James Dean ha solo 24 anni ed è un diamante grezzo. La sua recitazione acerba, istintiva, talvolta eccessiva ed esasperata all’epoca probabilmente sconvolse. Oggi, a distanza di anni, ne apprezziamo la grande modernità. Ci sembra che con James Dean il cinema faccia un balzo in avanti verso la contemporaneità. Probabilmente è stato davvero così.

James Dean
James Dean ritratto nel 1955 dal fotografo Dennis Stock

La valle dell’Eden : l’esordio

Al di là di qualche sporadica comparsa, la prima vera immagine cinematografica di James Dean è quella che lo ritrae nei panni del giovane Cal Trask seduto su un marciapiede polveroso della cittadina costiera di Monterey mentre osserva da lontano una donna vestita di nero che ha appena scoperto essere sua madre. La valle dell’Eden, tratto dall’omonimo romanzo di John Steinbeck (di cui riprende però solo la quarta parte) segnò l’esordio cinematografico dell’attore. Dean non fu però la prima scelta di Kazan; il regista, infatti, inizialmente pensò di affidare la parte a Marlon Brando – con il quale aveva già lavorato in Un tram che si chiama desiderio (1951) e Fronte del porto (1954) -, o a Montgomery Clift, ma i due attori all’epoca avevano già più di trent’anni e difficilmente sarebbero risultati credibili nella parte di un ragazzo appena maggiorenne.

Forse con un po’ di incoscienza Kazan non solo scritturò per la parte l’esordiente Dean, ma decise coraggiosamente di non imbrigliarne la furia recitativa, lasciandolo libero di improvvisare. Il rapporto di forza tra macchina da presa e attore sembra capovolgersi. Non è un caso che per la prima (e forse ultima) volta nella sua carriera il regista adotta uno stile complesso: da una parte radicato nell’estetica allora dominante ad Hollywood – quella del cosiddetto “cinema classico” -, dall’altra contraddistinto da scelte figurative estreme e vagamente espressioniste capaci di mettere in evidenza l’equilibrio precario dei rapporti tra i componenti della famiglia protagonista, i Trask: il padre Adam (Raymond Massey), il figlio maggiore Aaron (Richard Davalos) e il minore Cal.

James Dean
James Dean (Cal Trask) in La valle dell’Eden

Quest’ultimo è già il tipico personaggio “alla James Dean”: un giovane complessato, afflitto dall’insensibilità paterna e dal confronto impari con il brillante fratello maggiore, oltre che dal trauma di non avere mai conosciuto la propria madre (il padre fa credere ai figli che è morta dopo la nascita del secondogenito). Perennemente imbronciato, maldestro, timido, introverso, eppure capace di gesti di estrema bontà, Cal testimonia un disagio latente. La frustrazione di non essere compreso, di non riuscire a capire lui stesso chi è, di non sapere quali sono le sue origini (la vera identità della madre) e qual è il suo posto nel mondo («Devo sapere chi sono, devo sapere di cosa sono fatto», dice al padre) è costantemente repressa; e quando deflagra si sublima in atti violenti fini a se stessi, sovente autodistruttivi.

Probabilmente La valle dell’Eden, pur essendo un grande film, non è il migliore realizzato da Kazan. Eppure emana un’aura attrattiva. Da spettatori ci sentiamo conquistati dal personaggio di Cal e dal suo interprete, e la sensazione è che persino l’esperto regista abbia subito – durante le riprese – il fascino di James Dean. Il suo sguardo, coincidente con quello della macchina da presa, ne rimane catturato. La recitazione di Dean a volte sembra fuori controllo, e raggiunge il sublime nelle sequenze più drammatiche. Si pensi, ad esempio, all’ultimo confronto/scontro con il padre. Dopo che quest’ultimo ha rifiutato i soldi che Cal ha guadagnato lucrando sull’imminente entrata in guerra degli Stati Uniti, il protagonista si dispera, cerca di convincere il genitore a prendere il denaro, poi lo abbraccia urlandogli: «Ti odio!». Una scena che, grazie anche alla funzionale regia di Kazan (che utilizza inquadrature sbilenche per acuire il dramma insito nel litigio), trasuda emozione.

James Dean e Raymond Massey (Adam Trask) in La valle dell’Eden

La sequenza fu in buona parte improvvisata da Dean. Il litigio si sarebbe dovuto concludere con l’uscita di scena di Cal, dopo il rifiuto del padre di accettare il regalo. Durante le riprese, però, a sorpresa Dean – contravvenendo al copione, ma forse d’accordo con Kazan che gli suggeriva continuamente di seguire il proprio intuito – si scagliò improvvisamente contro Raymond Massey (con cui il rapporto sul set non fu idilliaco, tanto che più volte l’esperto attore confessò al regista l’impossibilità di recitare al fianco di quel giovane esagitato). Un gesto spontaneo, quello di Dean, grazie al quale la scena ha acquisito una forza incredibile. Ma è il film nella sua interezza a giovare dell’intensa prova del suo interprete principale.

Gioventù bruciata : l’icona

Jim Stark è, di fatto, un aggiornamento del personaggio di Cal. Gioventù bruciata uscì a quasi un mese dalla morte dell’attore. Probabilmente anche a seguito del successo del film di Kazan e della prematura scomparsa dell’attore il nome di Dean compare all’inizio dei titoli di testa a caratteri cubitali. È il film della consacrazione, benché postuma. Ed è quello dove si cominciano ad intravedere le enormi potenzialità dell’attore al di là del suo straordinario istinto recitativo. Benché il regista Nicholas Ray in diverse interviste dell’epoca sostenne che rispetto a La valle dell’Eden nel suo film Dean recitò in maniera più improvvisata, la realtà è che Ray riuscì a contenere l’istrionismo dell’ormai divo concedendogli una “libertà vigilata” e rendendolo – stando alle parole di Dennis Hopper, interprete di un piccolo ruolo nel film – quasi co-autore della pellicola.

James Dean
Natalie Wood (Judy) e James Dean (Jim Stark) in Gioventù bruciata

Il risultato, con buona pace di Orson Welles che non amava particolarmente il film di Ray, è straordinario. James Dean diviene icona di una generazione tormentata, e rivedere Gioventù bruciata oggi ci permette di prendere atto del fatto che si tratta di un film più sui padri (e la loro assenza) che non sui figli. Il titolo italiano tradisce quello originale, per certi versi ironico: Rebel without a cause, ovvero “ribelle senza motivo”. Eppure, a ben vedere, di motivi per essere arrabbiati con il mondo Jim, la fidanzata Judy (Natalie Wood) e l’amico Plato (Sal Mineo) ne hanno a bizzeffe. La gioventù americana descritta da Ray è afflitta dalla mancanza della famiglia. Il disagio già esibito singolarmente dal personaggio di Cal ne La valle dell’Eden si fa qui condizione di una generazione.

Jim soffre la debolezza della figura paterna e pretende dai genitori risposte che loro non riescono a dargli; Judy subisce l’anaffettività del padre; Plato ha i genitori separati ed è poco considerato da entrambi. Ai tre giovani, così, non resta che cercare di costruirsi una famiglia alternativa, anche se il loro esperimento sociale (Jim padre, Judy madre e Plato figlio) non solo fallisce, ma finisce pure in tragedia con la morte di Plato. Una scena indimenticabile, quest’ultima, con la recitazione di Dean capace di toccare le giuste corde emotive grazie a quel suo volto straziato dal dolore e a quell’urlo disperato rivolto alla polizia, rea di aver appena ucciso l’amico credendo carica la pistola da lui impugnata: «Avevo io i proiettili!».

James Dean
Una scena di Gioventù bruciata

In generale, comunque, la recitazione di Dean nel film appare più misurata. Solo raramente (ma significativamente) deflagra in estremizzazioni: la scena iniziale, quando Jim ubriaco si sdraia in mezzo alla strada giocherellando con una scimmietta meccanica; la lite con il padre (sequenza dove Ray adotta soluzioni registiche non dissimili rispetto a quelle utilizzate da Kazan ne La valle dell’Eden); il già citato finale al planetario di Los Angeles (il Griffith Park Observatory). Il suo Jim, con quell’aria svagata da bravo ragazzo afflitto dall’incombere di un destino più grande di lui, proietta Dean nell’Iperuranio cinematografico.

Il gigante : il mito

E se fosse invece Il gigante di George Stevens il film dove è possibile rendersi effettivamente conto della grandezza di James Dean? La pellicola in cui l’icona diviene mito. Il kolossal, tratto dal romanzo di Edna Ferber, racconta mezzo secolo di storia americana attraverso le vicissitudini di una famiglia di allevatori texana: i Benedict. Si tratta di un film enorme, che rischia ad ogni inquadratura, ad ogni risvolto narrativo, ad ogni ellissi temporale di fagocitare i propri interpreti. Eppure, nonostante la sua complessità, il suo gigantismo, quello di Stevens è anche un grande film d’attori. E per la prima volta in carriera, Dean si trovò a condividere (non senza problemi, oltretutto) la scena con due star di primissimo ordine: Rock Hudson ed Elizabeth Taylor.

James Dean
James Dean (Jett Rink) in Il gigante

Il personaggio da lui interpretato, Jett Rink, è una delle molteplici figure secondarie presenti nel film. Ciò naturalmente non gli impedì di farne una caratterizzazione memorabile: il poveraccio al soldo dei Benedict che sogna la rivalsa e diviene la quintessenza del capitalismo grazie al petrolio, ma che naturalmente non potrà pretendere di mantenere intatta la propria integrità morale. Una parabola, quella di Jett, non dissimile rispetto a quella raccontata da Paul Thomas Anderson ne Il petroliere (2007). Forse meno oscura, ma altrettanto tragica.

Il personaggio di Jett è una rilettura disincantata del mito del self-made man, e per Dean rappresentò sicuramente una sfida. Condividere il set con due divi non deve essere stato semplice, ma riuscire a rendere plausibile la trasformazione – caratteriale e fisica – del personaggio di Jett deve essere stato davvero ostico: da giovane idealista testardo ma dal cuore d’oro a magniloquente uomo d’affari di mezza età che vuole costantemente esibire la propria ricchezza.

James Dean
Una scena de Il gigante

Ad impressionare è soprattutto la capacità di James Dean di sapersi adattare alla psicologia del personaggio. Se nella prima parte de Il gigante la caratterizzazione di Jett dimostra affinità con quelle precedenti di Cal e Jim, nella seconda acquisisce una dimensione propria. Anche se chiamato ad immedesimarsi in un personaggio molto più anziano di lui, Dean riesce a trasmettere veridicità. Solo sul finale, di fronte alla caduta inesorabile di Jett, l’interpretazione di Dean si fa più gigionesca. Eppure anche in questo caso, pur percependo l’utilizzo di un registro mimetico più esasperato, la sua recitazione appare incredibilmente funzionale nel descrivere un Jett ormai schiavo del proprio personaggio e condannato all’autodistruzione.

Il lungo addio

Fa un certo effetto pensare che la sequenza in cui Jett – di fronte a una sala convegni ormai vuota – recita il suo delirante monologo (di fatto, una confessione) e poi stramazza ubriaco sul pavimento portandosi dietro buona parte del tavolo d’onore sia l’ultima immagine cinematografica di James Dean. Chissà se George Stevens e la Warner hanno mai rimpianto di non aver dato al personaggio (e allo stesso attore) un finale meno ignobile. Mentre c’è un che di beffardo in quella che spesso viene erroneamente spacciata come “l’ultima intervista” di Dean, in realtà uno spot pubblicitario rivolto ai giovani americani e incentrato sulla sicurezza stradale. E chi meglio di lui – emblema delle nuove generazioni – poteva farsi carico di trasmettere un messaggio edificante ai propri coetanei?

James Dean
James Dean in un’immagine promozionale di Gioventù bruciata

Lo sketch venne girato quando Dean era ancora impegnato sul set de Il gigante. Non a caso appare in scena vestendo gli abiti di Jett: ha un cappello da cowboy in testa e giocherella con un lazzo. Dean è seduto su una sedia, accanto a lui c’è l’intervistatore. Domande e risposte sono palesemente concordate. Sul finale viene posta all’attore un’ultima domanda: «Hai qualche consiglio speciale per i giovani che guidano?». «Siate prudenti nella guida. La vita che salvate potrebbe essere la mia», risponde Dean con sguardo sornione mentre esce di scena. Paradossalmente sarà proprio un incidente stradale, qualche mese dopo (il 30 settembre 1955), a portarselo via. Da cinefili rimane il rammarico di non essere riusciti a veder sbocciare definitivamente un talento condannato dal destino all’eterna giovinezza.

Che attore sarebbe stato James Dean nel proseguo della sua carriera? Sarebbe riuscito a slegarsi dal ruolo del giovane ribelle, oppure ne sarebbe rimasto vittima? Come avrebbe affrontato il passare degli anni e, di conseguenza, il cambio fisiologico di ruoli e personaggi? Domande certamente suggestive, eppure vanamente retoriche, che non possono ambire – ovviamente – a una risposta. E allora, più realisticamente, non ci resta che consolarci con i suoi film. Tre capolavori impreziositi dalle performance di un mito, di un’icona, ma soprattutto di un grandissimo attore.

Leggi anche: Clint Eastwood tra pistole, violenza e tenerezza

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