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Cinema

Fear Street Parte 3: 1666, una conclusione sorprendente per una saga già cult

Tempo di lettura: 2 minuti

Si conclude la sorprendente saga horror che ci ha intrattenuto in questa prima parte dell’estate. Rilasciato il 16 luglio su Netflix, Fear Street Parte 3: 1666 conclude la sorprendente trilogia slasher prodotta da Netflix. Il finale non delude e la risoluzione della trama sorprende, mettendo in gioco le certezze acquisite nei precedenti film. Questo capitolo è ambientato nel 1666, un anno di fuoco in America con la caccia alle streghe al suo culmine. Probabile che Leigh Janiak abbia fatto tesoro della lezione di Robert Eggers e di The VVitch (2015), ricostruendo con un’attenzione niente affatto scontata il contesto storico e sociale. Sorprende, tuttavia, la scelta di inserire un salto temporale che ci riporta al 1994, dove tutto ha avuto inizio. Se il primo film attingeva principalmente da Scream e il secondo da Venerdì 13 (1980), questo si guarda bene dall’avere un punto di riferimento specifico e sfrutta con consapevolezza maggiore gli strumenti in suo possesso.

La maledizione di Shadyside

Il film inizia dove finisce il secondo capitolo. Conosciamo finalmente Sarah Fier, le sue origini e la vita che conduceva prima di essere accusata di stregoneria e impiccata. Una tranquilla comunità puritana, chiamata Union, viene sconvolta all’idea che le streghe siano tra loro e che il Diavolo sia responsabile delle loro disgrazie. Trovare un capro espiatorio per porvi fine pare essere la soluzione più logica: e quale miglior colpevole di una donna, responsabile anche di avere riprovevoli tendenze sessuali? Un salto temporale al 1994 riporta i protagonisti a misurarsi con la verità e sciogliere tutti i nodi venuti al pettine, con l’obiettivo di spezzare una volta per tutte la maledizione.

Un fotogramma tratto da Fear Street Parte 3: 1666
Un fotogramma tratto da Fear Street Parte 3: 1666

Due film in uno

Fear Street Parte 3: 1666 è diviso in due parti. Le origini delle vicende di Shadyside vanno ricercate nel lunghissimo flashback che occupa circa la prima metà del film. Far interpretare al cast i coloni della comunità è una scelta che suggerisce la voglia di continuità di un segmento narrativo che si discosta dai registri precedentemente adottati. Sentiamo la mancanza di dinamismo registico e ironia, così come è attenuata la componente splatter, ma è una scelta consapevole. Queste caratteristiche le ritroviamo nella seconda parte, al momento di ritornare al 1994, con le luci al neon e l’atmosfera anni ’90. Il finale è divertente e ingegnoso, costruito come l’avrebbe progettato Kevin McCallister.

Un fotogramma tratto da Fear Street Parte 3: 1666

L’Umanità, con tutti i suoi pregi e difetti

Fear Street è nostalgico e citazionista, ma anche per questo l’abbiamo amato. Tra pregi e difetti, resta però almeno un punto da non sottovalutare assolutamente, ma che anzi merita d’essere citato. Il riferimento è alla scrittura dei personaggi, che, soprattutto in questo capitolo finale, raggiunge ottimi risultati.

Leggi anche: Fear Street Parte 2: 1978, uno slasher dal sapore vintage

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