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Anniversari

Giulietta Masina, la musa di Federico Fellini

Nell’ottobre del 1965 usciva nei cinema “Giulietta degli spiriti”, il 6° film di Fellini con protagonista Giulietta Masina.

Quando nel 1993 Federico Fellini ricevette l’Oscar alla carriera, salì sul palco del Dorothy Chandler Pavilion di Los Angeles commosso e concluse i suoi ringraziamenti dedicando il premio alla moglie, l’attrice Giulietta Masina. Un gesto, quello di Fellini, probabilmente più profondo di quanto possa apparire. Tra lui e la Masina, infatti, non vi era un rapporto esclusivamente sentimentale ma anche professionale. I 55 anni dall’uscita del film Giulietta degli spiriti (1965) sono l’occasione per riflettere non solo su una collaborazione che ha segnato la carriera dei due personaggi e la storia del cinema, ma anche sul legame – spesso indissolubile – tra un artista e la propria musa.

Nell’antichità classica, le muse erano le 9 figlie di Zeus protettrici delle arti invocate costantemente dagli artisti. È a loro che si affida Omero per iniziare a raccontare la storia di Ulisse ne L’Odissea, ed a loro ciclicamente si sono rivolti pittori, scultori e letterati per trovare l’ispirazione necessaria per dare il là alle loro creazioni. Da figure indistinte e fantastiche, le muse sono divenute con il passare dei secoli persone in carne ed ossa capaci di “illuminare” gli artisti con la loro presenza. Una tradizione che ritroviamo spesso nelle arti figurative e che riscontriamo anche nel cinema.

Federico Fellini e Giulietta Masina

Sappiamo che spesso i registi hanno a cuore i loro (cosiddetti) attori feticcio. Le attrici-muse, però, non si limitano ad essere meri interpreti privilegiati, ma è come se collaborassero – seppur spesso indirettamente – alla fase creativa degli artisti a cui sono legate, almeno per quanto riguarda la costruzione dei personaggi che dovranno poi andare ad interpretare, sovente scritti appositamente per loro. Pensiamo, ad esempio, al rapporto tra Quentin Tarantino e Uma Thurman, non solo protagonista di Pulp Fiction ma anche nucleo del successivo dittico Kill Bill. E che dire, invece, del rapporto tra Pedro Almodóvar e le attrici Carmen Maura a Penélope Cruz (quest’ultima addirittura scelta per interpretare la figura materna nell’autobiografico Dolor y Gloria). E ancora potremmo citare il legame – molto indie – tra Noah Baumbach e Greta Gerwig, prima musa e poi allieva instrada alla regia cinematografica.

A volte, poi, il rapporto tra attrice-musa e regista si spinge ancora oltre. Non si ritaglia uno spazio unicamente a livello lavorativo, ma sconfina nel quotidiano di una relazione vissuta a 360°. È il caso di Roberto Rossellini e Ingrid Bergman, di Michelangelo Antonioni e Monica Vitti, senza dimenticare Woody Allen e Mia Farrow: tredici film insieme in dodici anni di relazione. Rapporti creativi e di vita, quindi, come quello che ha contraddistinto anche Federico Fellini e Giulietta Masina.

La presenza della Masina fu una costante nel cinema di Fellini, la cui centralità è riscontrabile a partire da La strada, primo film del marito per il quale l’attrice ottiene il ruolo di protagonista, fino ad arrivare a Ginger e Fred (opera, quest’ultima, dove il regista omaggia sia la sua musa che il suo alter ego cinematografico, Marcello Mastroianni). Solitamente, quando si parla del rapporto tra Fellini e Giulietta Masina è pensiero comune ritenere che la seconda sia stata resa grande dai film realizzati dal primo. Questo quid pro quo è stato alimentato dal fatto che, filmografia alla mano, la carriera dell’attrice non è stata densa come quella di molte sue colleghe coetanee.

Giulietta Masina in Le notti di Cabiria

Eppure la Masina, al di là dell’assidua collaborazione con Fellini (è presente in 8 film del marito, contando anche il documentario Block-notes di un regista), lavorò con altri grandi autori, tra i quali è doveroso citare almeno Rossellini (Paisà, suo esordio davanti alla macchina da presa, ed Europa ’51), Alberto Lattuada (Senza pietà), Julien Duvivier (La gran vita) ed Edoardo De Filippo (Fortunella). Certo, nessuno di loro gli diede i ruoli – perfettamente ritagliati su misura per lei – che gli offrì il marito. Ma ciò non vuol dire che il loro rapporto artistico stia stato univoco ed unidirezionale.

Per troppo tempo il ruolo della Masina nel processo creativo di Fellini è stato ignorato. Se ne è visto traccia laddove non c’era – si pensi agli sketch fumettistici con protagonisti Cico e Pallina, in realtà disegnati da Fellini ancor prima di conoscere la futura moglie e pubblicati sulla rivista “Marc’Aurelio” -, mentre invece si è sorvolato sulle possibili “influenze” dell’attrice relativamente alla creazione dell’universo cinematografico felliniano, limitandosi a considerarla solo un’interprete. È forse questa l’occasione di fare un mea culpa collettivo: per troppo tempo non ci siamo resi conto delle qualità dell’attrice, convinti che la sua figura non potesse essere considerata se non all’ombra di quella ingombrante del marito.

Ancora oggi, quando si sente parlare della Masina la si identifica in qualità di “moglie di Fellini”. Il talento dell’attrice è stato spesso bistrattato, depotenziato da una critica e da un pubblico concentrati su altri modelli di femminilità, cinematografica e non. Da questo punto di vista, la carriera della Masina non deve essere stata semplice. Specie in anni – quelli del dopoguerra – in cui il cinema italiano fu caratterizzato da una parte da una recitazione emotiva ed “urlata”, come quella di Anna Magnani, dall’altra da una serie di figure femminili contraddistinte da una fisicità importante: dalla Silvana Mangano di Riso amaro alla Gina Lollobrigida di Pane, amore e fantasia, fino ad arrivare a Sofia Loren, che non a caso sostituirà la rivale “Lollo” nel sequel Pane, amore e…

Quelle che abbiamo citato sono naturalmente grandi attrici, ma certo le loro figure e il loro stile recitativo sono in evidente antitesi con le qualità della Masina: fisicamente minuta e caratterizzata da un talento mai sfacciato, bensì misurato. L’attrice si affermò già nella seconda metà degli anni ’40, ma certo fu con Fellini che riuscì a trovare la sua dimensione. Lui ne comprese le potenzialità – e ne fece una figura aliena nel panorama del cinema italiano tra gli anni ’50 e ’60 –, lei invece si affidò al marito e, al contempo, gli diede la possibilità di rendere cinematograficamente reali personaggi che, senza la sua interpretazione, sarebbero rimasti probabilmente sulla carta (quale altra attrice avrebbe mai potuto interpretare, ad esempio, l’ingenua Gelsomina senza renderla caricaturale?).

La collaborazione con il marito iniziò con Luci del varietà, primo film di Fellini (diretto insieme a Lattuada). Si ritagliò poi ruoli di contorno in Lo sceicco bianco e Il bidone, un’opera quest’ultima che andrebbe riscoperta perché progenitrice dei capolavori futuri. L’affermazione avvenne però con le interpretazioni di Gelsomina in La strada e di una prostituta in Le notti di Cabiria. È proprio in questi ultimi due film che la Masina ha la possibilità di mettere maggiormente in evidenza i tratti distintiti della sua “estetica attoriale”: in primis la capacità camaleontica di immedesimarsi in personaggi borderline, vittime designate di un destino ormai per loro tragicamente segnato.

Giulietta Masina in Giulietta degli spiriti

Con Giulietta degli spiriti, film come ricordato all’inizio uscito nell’ottobre di 55 anni fa, la Masina aggiunge un altro personaggio tormentato alla sua filmografia. Si tratta del primo lungometraggio che Fellini gira a colori, contraddistinto da temi a lui cari: l’interesse per l’universo onirico, naturalmente, ma anche quello per lo spiritismo (quest’ultimo testimoniato pure dall’amicizia con il sensitivo Gustavo Rol). Ma è anche una sorta di complemento di quella che potremmo definire la trilogia “Masina-centrica” felliniana, in cui la regia di Fellini e l’arte recitativa della Masina sembrano dialogare costantemente sullo stesso piano: un po’ come se la creatività non fosse appannaggio più dell’una che dell’altra, ma determinata proprio dalla conversazione creativa tra i due artisti.

Eppure Giulietta degli spiriti sarà per molti anni (all’incirca venti) l’ultimo film che vedrà collaborare insieme marito e moglie. Tra la fine degli anni ’60 e la metà degli ’80, infatti, Fellini va incontro a una fase sperimentale del proprio cinema per la quale la Masina sembra non essere più un’attrice funzionale. Sono anni in cui l’estro creativo felliniano teorizza un’idea di cinema più radicale, volta a bandire progressivamente il realismo per una costante messa in scena dell’artificiosità cinematografica (si pensi alla scena del passaggio del Rex in Amarcord).

Poi, nel 1986, quando Fellini scrive un film che è un omaggio al glorioso mondo del Varietà e, al contempo, una critica feroce all’allora contemporaneo showbiz italiano – il già citato Ginger e Fred –, il regista non può che affidare la personificazione dei due protagonisti ai suoi attori prediletti: Mastroianni e Giulietta Masina. Il film racconta la storia di Amelia e Pippo, due anziani ballerini sul viale del tramonto che vengono “ripescati” per fare una comparsata in un programma tv. Tentennano, rischiano di rimetterci reputazione ed anche, ma alla fine salgono sul palco e ballano divinamente (nonostante gli evidenti acciacchi di lui), con una soavità che appartiene a un passato in cui era ancora lecito sognare, travolto ormai da un presente pieno zeppo di volgarità.

Marcello Mastroianni e Giulietta Masina in Ginger e Fred

Al di là delle qualità del film, rivendendolo oggi sembra quasi che l’atteggiamento di Amelia racchiuda un po’ l’essenza dell’arte della Masina: un talento che ha danzato sulle punte – con impercettibile leggerezza – lungo la storia del cinema italiano. Menzionata raramente da critici e studiosi, dimenticata dal grande pubblico, è come se non fosse mai stato consentito alla Masina di sedersi al medesimo tavolo delle varie Loren, Magnani e Lollobrigida. Probabilmente è vero che non è mai stata un’icona – né di bellezza, né di schietta italianità –, ma è pur vero che ci ha regalato personaggi – quelli sì, iconici – indimenticabili. E alla fine non dovrebbe essere proprio questa la principale peculiarità di un attore cinematografico (e non)? Celarsi silenziosamente dietro ai propri personaggi, non primeggiare mai su di loro ma, attraverso il proprio talento, farli “vivere” e risplendere in autonomia sul grande schermo.

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