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Donald Sutherland nei panni di Casanova

Anniversari

Il Casanova di Federico Fellini, il film della maturità del regista riminese

Concludiamo l’omaggio a Federico Fellini a 100 anni dalla nascita ricordando uno dei suoi film più complessi, Il Casanova.

Ricorre il centenario della nascita di Federico Fellini, regista riminese che ha dato lustro al cinema italiano vincendo 4 volte l’Oscar per il miglior film straniero con La strada, Le notti di Cabiria, 8 ½ e Amarcord, l’Oscar alla carriera nel 1993, oltre ad aver vinto 2 volte il Festival di Mosca, la Palma d’Oro a Cannes con La dolce vita e il Leone d’oro alla carriera a Venezia nel 1985.

Rievochiamo qui uno dei suoi film probabilmente migliori, il Casanova, del 1976, che nel 1977 fece incetta di premi: Oscar per i costumi a Danilo Donati, David di Donatello per la colonna sonora al grande Nino Rota, Nastro d’Argento per la scenografia, i costumi e la sceneggiatura, oltre a vincere nel 1978 ai British Academy Film Award per costumi, scenografia e fotografia.

Donald Sutherland nei panni di Casanova

Se il cinema di Fellini, all’indomani del neorealismo di cui pure fu valente partecipe, si caratterizza per essere un atto ludico informato dal fervido immaginario del regista, ecco che il Casanova viene ad esserne un episodio significativo. Il viaggio dell’esteta veneziano attraverso l’europa, narrato nell’autobiografico “Histoire de ma via” di Giacomo Casanova, viene interamente riproposto negli studi di Cinecittà. Tutte le location sono quindi fonte di un artificio il quale, sommato alla “polvere” della storia, in quanto facciamo un salto a ritroso nel tempo di tre secoli partendo dalla Venezia del settecento, dà la misura di quanto per Fellini il cinema sia un momento di meraviglia e di estasi dell’immaginario più che di realismo e stretta congruenza narrativa, di come si senta un artista visuale senza mai dimenticare la narrazione, eccetto forse per 8 ½ che rimane il suo film più sperimentale.

Le atmosfere che il regista costruisce con cura per il Casanova, tanto da aver fatto incetta di premi per costumi e scenografia, sono particolarissime, una vera e propria cifra stilistica. Attraverso di esse si attua una vera e propria sospensione del plot narrativo, una vertigine onirica in grado di far breccia su orizzonti di senso che potremmo definire “allargati”. Qui l’ironia, il gioco erotico leggero sono sempre contigui all’idea della morte, cui si fa esplicito cenno quando Casanova flirta con una entomologa tedesca, la quale gli fa notare che non riesce a corteggiarla senza far riferimento a immagini di morte. Questo contrasto, allusione al tema di cui si occupò Freud in “Al di là del principio del piacere” ricorrendo ai termini greci di “eros” e “thanatos” per designare la compresenza negli individui delle istanze della pulsione di vita e di quella di morte, attraversa tutto il film.

Una scena tratta da Casanova di Federico Fellini

Il Casanova offre un’ampia carrellata di personaggi bizzarri, attraverso i quali la verve visiva del regista, estetizzante, “barocca” potremmo dire, il che ben si attaglia all’epoca storica rappresentata nel film, è libera di seguire il suo flusso. Stravaganti caratteristi truccati in modo da raffigurare una trasfigurazione verso l’incorporeo, come alcune delle amanti di Casanova e i due ballerini in costume che sollazzano una delle corti attraversate dall’impenitente veneziano, sono il ponte attraverso cui la vita ammicca al regno dell’inanimato, cui poi si giungerà nel finale, che non riveliamo. Anticipiamo solo che alla fine la ricerca estetica del Casanova arriverà alla sua estremizzazione attraverso l’elisione completa della soggettività, il trionfo di thanatos su eros potremmo dire, in quanto attraverso di essa la vita stessa diverrà insignificante, un inutile orpello da sacrificare sull’altare della perfezione formale, il puro gesto autoriflessivo.

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