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Gabriel Byrne in Crocevia della morte

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Crocevia della morte, il gangster movie secondo i fratelli Coen

Con “Crocevia della morte” i fratelli Coen riscrivono il gangster movie in equilibrio tra tradizione e innovazione.

Crocevia della morte (Miller’s crossing, il titolo originale) è il terzo film dei Fratelli Coen, uscito nel 1990.

Come per i due precedenti, il noir Simple Blood (1984) e la commedia Arizona Junior (1987), si tratta di un esperimento di riscrittura di un genere rigidamente codificato, nella fattispecie il gangster movie. L’operazione di scardinamento del “classico”, cifra stilistica del cinema postmoderno e marca autoriale dei Coen, viene condotta con occhio chirurgico: i registi si tengono a distanza dal loro prodotto, complice anche una fotografia piuttosto fredda, come se stessero elaborando uno studio sul genere. Questo distacco non favorisce il coinvolgimento emotivo e l’empatizzazione da parte dello spettatore e rende il film di non facile fruibilità. Ma allo stesso crea un’estetica nuova che anticipa, seppur con le dovute differenze, il pulp tarantiniano.

All’inizio la narrazione è ancorata agli stilemi del genere: la storia si svolge negli anni Venti in una città dell’est degli Stati Uniti. Johnny Caspar, boss italoamericano di una potente famiglia mafiosa, chiede a Leo O’Bannion, uomo di potere irlandese che controlla la città, il permesso di uccidere l’ebreo Bernie Bernbaum, speculatore di incontri truccati. Leo rifiuta la richiesta perché Verna, la sua giovane amante, è la sorella del bookmaker. Ne consegue una guerra senza frontiere che vede tra i due fuochi Tom, braccio destro di Leo e amante di Verna.

Una scena di Crocevia della morte
Una scena di Crocevia della morte

E’ proprio Tom Reagan, interpretato da un efficacissimo Gabriel Byrne, a risultare centrale: presentato inizialmente come un eroe bogartiano con whisky in mano e battuta ad effetto sempre pronta, si rivela poi un perfetto antieroe che, incapace di mantenere la pace tra le parti, resta coinvolto nella guerra tra le bande rivali.
Se il gangster movie tradizionale (cfr De Palma, Coppola, Scorsese) ci aveva abituato ad un’ascesa trionfale con conseguente caduta del protagonista (Scarface su tutti), qui ci imbattiamo in una figura ambigua e insondabile, sballottata a destra e a manca dagli eventi come il suo capello che svolazza ovunque.

L’esperimento dei Coen consiste nel contrapporre alla linearità del genere gangsteristico una narrazione circolare labirintica e disorientante in cui decine di personaggi intrecciano le loro storie, vengono presentate ancor prima di apparire sullo schermo, agiscono in modo incomprensibile e apparentemente senza alcuna spiegazione logica. Perché il mondo in cui si muovono Tom e gli altri personaggi è completamente privo di morale, tutti tradiscono tutti, la lealtà è un valore inesistente che non paga. Per questo motivo la citazione iniziale del Padrino, quando Johnny Caspar si riempie la bocca con la parola “virtu’”, suona come una beffa. Gli stessi boss sono figure che escono dalle convenzioni del genere: Leo, l’irlandese, è un romantico che commette errori per amore e Caspar, l’italiano, è un goffo grassone sempre arrabbiato che non spaventa nessuno e somiglia più ad un maiale che ad un mafioso. In questo difficile mondo fatto di scelte e bivi, Tom agisce secondo la sua etica, con tutti i suoi limiti: debiti, vizi e paure.

Le principali caratteristiche della cinematografia dei Coen, che ritroveremo nella loro produzione successiva, sono già tutte presenti anche se solo abbozzate: l’essere sempre in bilico tra leggerezza e complessità, il ricorso ad un simbolismo evocativo che talvolta va a scapito del realismo, l’uso massiccio di dialoghi serrati e mai banali, fin troppo raffinati per uscire dalla bocca di balordi di questo calibro. Anche il cinismo e la componente grottesca sono visibili in questa carrellata di farabutti: killer, truffatori, poliziotti corrotti, politici voltagabbana, nessuno si salva; non ci sono eroi, i personaggi sono sagome con contorni impossibili da delineare, complice la già citata complessità della trama, il montaggio confusionario, le decine di nomi difficili da memorizzare.
E alla fine, quando la matassa lentamente si dipana, la risoluzione è comunque parziale. Lo spettatore resta stordito, sballottato proprio come il cappello di Tom.

Gabriel Byrne
Gabriel Byrne

Il “Crocevia della morte” non è solo il luogo rituale in cui vengono regolati i conti in un drammatico tête a tête con la morte,; è anche il bivio davanti al quale ogni personaggio deve fare la propria scelta e assumersi le proprie responsabilità in un continuo cambio di prospettiva. Un crocevia a cui il film sembra restare ancorato senza alcuna epifania finale che lo spieghi con chiarezza perché nulla è come sembra, c’è sempre un colpo di scena che, senza facili spettacolarizzazioni, rimette tutto in discussione.

Se Tom alla fine risolverà in qualche modo la situazione, senza inseguire il suo personale egoismo e agendo secondo la sua etica, è anche vero che pagherà questa scelta con la solitudine in un mondo in cui la lealtà non serve a nulla. Nessuna ricompensa lo attende.
Gli restano due cose: un briciolo di dignità e il cappello, simbolo di un’estetica cinematografica che i Coen si divertono a riscrivere e reinterpretare rincorrendo un difficile equilibrio tra tradizione e innovazione.

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