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Anniversari

The Greatest “Aussie” Generation: Gli anni spezzati di Peter Weir

Tra l’agosto e il settembre del 1981 usciva in Australia e Nord America il film diretto dal regista australiano con protagonista Mel Gibson.

Tempo di lettura: 8 minuti

Leggendo i manuali di storia del cinema, ascoltando i dibattiti tra critici cinematografici, oppure passando in rassegna le classifiche che ogni tanto – riviste del settore e non – dedicano ai film più iconici, oppure ai registi più telentuosi, il nome di Peter Weir non compare quasi mai. Australiano, classe di ferro 1944, il regista sembra definitivamente condannato ad essere identificato come un Carneade qualunque. Il suo nome non è risonante quanto quello del suo connazionale – e quasi coetaneo (li separa un anno) – George Miller, autore della tetralogia di culto dedicata a Mad Max; eppure, filmografia alla mano, Weir non ha nulla da invidiare non solo a Miller, ma anche alla stragrande maggioranza dei registi che si sono guadagnati nel tempo e sul campo lo status di autori.

Basterebbe citare i titoli di alcuni dei suoi film per rendersene conto: l’inquietante Pic-nic ad Hangin’ Rock (1975), probabilmente il suo capolavoro, le prime due pellicole hollywoodiane, Witness – Il testimone (1983) e Mosquitos Coast (1985), L’attimo fuggente (1993), sicuramente il più amato dal grande pubblico, e ancora il classico di fine millennio The Truman Show (1998) e il sottovalutato Master & Commander – Sfida ai confini del mare (2003), tratto dal primo libro della saga letteraria di Patrick O’Brian. Per non parlare, poi, di Gli anni spezzati (1981), film che quest’anno compie 40 anni e racconta il dramma della Prima Guerra Mondiale dal punto di vista di due giovani australiani catapultati nel caos di quella che Papa Benedetto XV definì all’epoca una «inutile strage».

Mel Gibson in una scena de Gli anni spezzati
Mel Gibson in una scena de Gli anni spezzati

Sebbene pertinente, il titolo italiano non traduce alla lettera quello originale, Gallipoli, che anziché fare esplicito riferimento al destino che attende i due protagonisti (e con loro, un’intera generazione), chiama direttamente in causa un luogo ben preciso: la cittadina che sorge sullo stretto dei Dardanelli, in Turchia. Non si tratta di un’allusione casuale. Se alla maggior parte degli spettatori il riferimento può sfuggire, quelli australiani sanno benissimo di che cosa si sta parlando. Quel nome per loro evoca un determinato evento storico: il primo conflitto bellico mondiale. Un po’ come Caporetto per noi italiani, Gallipoli ha rappresentato (fatte ovviamente le debite differenze) una ferita aperta per la società australiana. Fu infatti in quel luogo che, tra il 1915 e il 1916, i soldati “Aussie” vennero mandati a combattere al fianco dell’esercito britannico contro l’Impero Ottomano. Il film di Weir racconta proprio la loro storia; senza retorica, bandendo ogni spettacolarizzazione, ed avvalendosi di un registro che potremmo definire elegiaco.

La Grande Guerra da una prospettiva inedita

L’uscita, lo scorso anno, di 1917 di Sam Mendes ha riacceso – in ambito cinematografico – i riflettori sulla Grande Guerra. Rispetto a quelli sul secondo conflitto bellico mondiale, i film ambientati durante il primo dal 1945 in poi sono molto pochi; pochissimi se ci spingiamo verso la contemporaneità: oltre al film di Mendes, ricordiamo anche l’italiano Torneranno i prati (2014) diretto da Ermanno Olmi. Eppure, la Prima Guerra Mondiale è stata al centro di innumerevoli film successivamente al suo scoppio, come testimoniato anche da una prospettiva dedicata qualche anno fa dal Festival del Cinema Ritrovato di Bologna.

Gli anni spezzati
Mark Lee e Mel Gibson in Gli anni spezzati

Gli anni ’30 furono, da questo punto di vista, i più prolifici e videro l’uscita di una serie di film pacifisti che ancora oggi sorprendono per il modo in cui mettono in scena l’orrore del conflitto: si pensi, ad esempio, al visionario Le croci di legno (1932) di Raymond Bernard, all’introspettivo L’uomo che ho ucciso (1932) di Ernst Lubitsch, e al poetico La grande illusione (1937) di Jean Renoir, film quest’ultimo dove la guerra assume – forse per la per la prima volta al cinema – una dimensione “storica”, come spartiacque tra i secoli XIX e XX. Nelle decadi successive, complice, come già accennato, lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, l’interesse scemò, salvo rari casi: La Grande Guerra (1954) di Mario Monicelli, ad esempio, oppure il colossal hollywoodiano Addio alle armi (1957) di King Vidor, tratto dall’omonimo romanzo di Ernest Hemingway.

Poi, l’emergere di altri accadimenti – la Guerra di Corea, quella del Vietnam, e perfino quella “Fredda” – non fecero altro che indurre il cinema (Hollywoodiano e internazionale) a concentrarsi su altri eventi. Tutto questo per dire che quando nel 1981 esce nelle sale Gli anni spezzati, è da tempo che il cinema ha volto il proprio obiettivo verso altri luoghi, altri tempi e altri conflitti. Eppure, il film di Weir è importante non solo per aver “riesumato” il conflitto, ma anche per averne offerto una testimonianza se non inedita quantomeno alternativa. La maggior parte dei film prodotti sulla Grande Guerra sono dedicati al cosiddetto “Fronte Occidentale” (lo stesso “celebrato” da Erich Maria Remarque nel romanzo Niente di nuovo sul fronte occidentale). Quelli invece dedicati al “Fronte Orientale” sono assai pochi; tra questi, ovviamente, anche il film di Peter Weir, che anche per questo motivo rappresenta una visione imprescindibile.

Gli anni spezzati
Una scena di Gli anni spezzati

Gli anni spezzati racconta, infatti, una “piccola” storia pressoché sconosciuta al grande pubblico, di quelle che non vengono neppure menzionate sbrigativamente nei libri di storia: il contributo (militare e di vite) offerto dall’esercito australiano durante il conflitto. Weir narra questa (ingiustamente) misconosciuta pagina di Storia dal punto di vista della generazione che fu costretta suo malgrado a confrontarsi con le atrocità della guerra, eleggendo a protagonisti due giovani centometristi che sognano di replicare le imprese del loro idolo sportivo, Harry Lassales: Archy Hamilton (Mark Lee) e Frank Dunne (Gibson). Come i loro coetanei europei e nordamericani, anche i due australiani sono attratti inizialmente dall’idea di prendere parte a un conflitto visto – dal loro punto di vista – come un necessario rito d’iniziazione all’età adulta, salvo poi ritrovarsi al cospetto di un vero e proprio inferno.

Dall’Australia a Gallipoli: un viaggio picaresco

Per sottolineare l’ingenua speranza dei suoi due giovani protagonisti, Weir anziché realizzare un film propriamente bellico, decide di relegare il conflitto all’ultima parte del racconto, affidandosi a una struttura narrativa romanzesca che molto ricorda il genere picaresco. Dalle rossastre lande desertiche del South Wales, terra di mandriani e aborigeni, all’altrettanto desertico Sahara egiziano, fino alle brulle scogliere turche, il viaggio di Archy e Frank è un progressivo avvicinamento alla morte, evocata costantemente lungo il corso della narrazione. Gli anni spezzati è suddiviso in tre parti: la prima, ambientata in Australia, funge da incipit quasi romantico; la seconda, che racconta l’addestramento dei soldati in Egitto, e divaga volutamente per fare entrare lo spettatore ancora più in empatia con i personaggi (tra sano cameratismo e scherzi goliardici); la terza, invece, ambienta sul fronte di guerra, che rappresenta il vero e proprio climax del racconto.

Gli anni spezzati
Una scena di Gli anni spezzati

Tutte e tre i segmenti narrativi, per certi versi autonomi e legati tra loro da vertiginose ellissi temporali, sono disseminati di dettagli che, se da una parte cristallizzano il messaggio pacifista che caratterizza il film, dall’altra preannunciano il triste destino che attende i due protagonisti. Il tragico nonsense della guerra viene esplicitato già nell’incipit australiano, dove Weir e il suo sceneggiatore, David Williamson, mettono in bocca a un viandante che i due protagonisti incontrano per caso nel deserto una domanda tanto banale quanto significativa: perché stiamo combattendo? Contrariamente a quanto fatto ad esempio durante la Seconda Guerra Mondiale dagli Stati Uniti, che si affidarono ad Hollywood per alimentare il consenso nei confronti della giustezza del conflitto contro le potenze dell’Asse (fu prodotto persino un documentario nel 1942 dal titolo Why We Fight?, a cui collaborarono, tra gli altri, anche John Ford e John Huston), Gli anni spezzati non solo evidenzia l’assurdità della guerra in generale, ma si concentra anche sulla folle decisione del Governo Australiano (comunque all’epoca dipendente da quello Britannico, e gli inglesi nel film non fanno una bella figura) di mandare al massacro migliaia di soldati.

Gli anni spezzati
Una scena di Gli anni spezzati

Nel segmento egiziano, invece, prevale soprattutto la volontà di descrivere la quiete prima della tempesta/battaglia. A tenere banco sono le esercitazioni militari farlocche nel deserto, le partite di rugby contro i cugini/rivali britannici, le bellezze locali, l’interazione con gli indigeni e la contemplazione delle monumentali piramidi. Riconsiderata a posteriori, dopo la visione del film, la parte centrale di Gli anni spezzati rappresenta un cantuccio che amplifica la tragedia. Tra danze, balli, goliardia, la guerra sembra davvero un miraggio lontano. Sembra…

Una corsa a perdifiato incontro al proprio (tragico) destino

Una piccola spiaggia sormontata da una scogliera a strapiombo sul mare. È questa Gallipoli. Una landa brulla e inospitale, la cui importanza strategica rifugge alla comprensione umana. Eppure bisogna conquistarla, o almeno così dicono i pomposi generali britannici. E i soldati australiani? Il loro ruolo è semplice: devono recitare la parte del “diversivo” per permettere alle truppe sua maestà di sbarcare senza problemi. Di fronte, i feroci ottomani (che poi non sembrano neppure tali come sottolinea un soldato quando se ne trova uno davanti, imprigionato). La guerra, fino a pochi attimi prima lontana, si fa terribilmente vicina. Tale prossimità non è ancora sufficiente per scalfire l’animo dei giovani soldati. Durante un bagno in mare, una scarica di proiettili fende l’acqua; un soldato rimane lievemente ferito. Nessuna scena straziante in stile Salvate il soldato Ryan (1998), ma il riso compiaciuto del ferito che sa di aver già conquistato una fetta di maturità.

Una scena di Gli anni spezzati

E come, dopo tutto, dare torto a quei giovani inconsapevoli, sembra dirci Weir. In fondo, sarebbe tutto così romantico, se non fosse che la guerra incombe. Così, i soldati australiani sono chiamati al sacrificio supremo. Quello che doveva essere un diversivo in attesa del contrattacco britannico assume le fattezze di un massacro premeditato dagli stessi generali inglesi. Archy, che ha rifiutato la possibilità di fare la staffetta tra i reparti, lontano dal campo di battaglia vero e proprio, è in prima linea. Al suo posto, l’amico Jack, che intuendo quanto sta accadendo corre come mai prima nella sua vita, sfidando le pallottole nemiche; corre a perdifiato lungo i crinali sabbiosi e scivolosi della scogliera per convincere i suoi superiori a modificare gli ordini, ad annullare l’operazione.

Gli anni spezzati
Un fotogramma della scena conclusiva di Gli anni spezzati

Ci riesce, ma la sua corsa si conclude con un nulla di fatto. Mentre torna per dare finalmente l’ordine di arrestare l’avanzata, le truppe – tra cui vi è Archy – partono all’assalto. Il finale è prevedibile. Archy corre incontro al suo destino, ma questa volta davanti a lui non si palesa più la gloria insita in una vittoria in pista, bensì il macabro traguardo della morte. Un fermo immagine ce ne restituisce il giovane corpo martoriato dai proiettili. L’inquadratura finale del film se da una parte sembra debitrice dell’iconografia del martirio di San Lorenzo, dall’altra rappresenta una citazione piuttosto esplicita alla celebre foto di Robert Capa, Il miliziano colpito a morte. Nel caso dell’immagine catturata dal fotografo americano si trattava di un’altra guerra (quella Civile Spagnola del 1936), ma in fin dei conti – sembra dirci Weir – quando si parla di guerra le distinzioni tra un conflitto e l’altro sono assai labili. Certo, possono essere differenti i “fattori politici” che li determinano, ma l’orrore che generano – come direbbe il generale Kurtz di Apocalypse Now (1979) – è sempre il medesimo.

Leggi anche: I Compari: Robert Altman e la revisione del Western

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