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Cinema

Pieces of a Woman, una traslazione del travaglio fisico sul piano spirituale

Pieces Of A Woman corregge l’idea della maternità mancata, da involuzione a catarsi tanto traumatica quanto liberatoria.

Tempo di lettura: 5 minuti

Pieces of a Woman è l’ultimo lungometraggio – ma il primo anglofono – del regista ungherese Kornél Mundruczó (con Martin Scorsese tra i produttori), presentato in anteprima alla 77esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e disponibile dal 7 gennaio in catalogo Netflix. La membratura della maternità – quella mancata, che lavora di una sottrazione aspraviene scarnificata sino all’osso in un film che durante il racconto decide volutamente di abbandonarsi a temi altrettanto allettanti e seducenti, che saprà però sfrisare solo (molto) in superficie.

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Anestetizzare il trauma della perdita

Senza ombra di dubbio il genius loci di questo film è Vanessa Kirby, che si sgancia dall’interpretazione della Principessa Margaret di The Crown e conferma la sua bravura portando meritatamente a casa la Coppa Volpi a Venezia77.
Il personaggio da lei interpretato, quello di Martha, è in attesa di un figlio ed è fermamente decisa a darlo alla luce in casa. I primi venti minuti lasciano spazio alla descrizione visiva del parto, in un piano sequenza che concede allo spettatore di empatizzare con Martha, tra le sue grida, impazienza e preoccupazione, ma incapace di palesare fino in fondo la potenza espressiva che il momento avrebbe richiesto e decisamente meritato.

A causa di una complicanza, la bambina muore davvero pochissimi secondi dopo essere venuta al mondo, giusto il tempo di consentire a Martha di tenere in braccio sua figlia per una prima e, senza ancora saperlo, ultima volta.
Solo dopo questo momento appaiono i titoli di testa, perché è da qui che il film inizia per davvero. I pezzi del titolo sono quelli di una vita che Martha conduce indolentemente dopo la morte prematura della figlia, ma sono anche i pezzi di una sé che si trascina nel mondo con una ‘strategia della negligenza’ mortifera, priva di disimpegno, finalizzata alla sopravvivenza e non alla ripresa.

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Vanessa Kirby cattura, stordisce, disorienta nei suoi sguardi monoespressivi, nei gesti anaffettivi, nell’abulicità e anedonia con le quali replica alla sua perdita inaspettata. Mundruczó la racconta nel suo microcosmo più intimo, quello della coppia, ma la cala anche in contesti altri, come il lavoro, la relazione con la madre, la corsa sull’autobus, frammenti asciutti che riescono a dare un quadro vivido e completo del fluttuare di Martha, che non ha forza a sufficienza per sradicare la nocività dell’esperienza – inconsciamente per volontà propria – ma nemmeno per risvegliarsi dalla vaghezza di una vita ormai senza scopo.

La spiacevole condizione dell’incomunicabilità

All’algidità che Martha mette in campo, fa da contraltare la cagionevolezza emotiva del marito Sean, fondamentalmente privo dei giusti requisiti per elaborare il suo lutto e convinto che una causa penale contro l’ostetrica possa chiudere correttamente il cerchio senza sbavature. Il personaggio di Sean (intenso quanto quello della Kirby per quanto largamente eclissato da lei) cui Shia LaBeouf dà il volto è peculiare per le sue incongruenze caratteriali, con un’ autenticità senza filtri e una tenerezza molto maldestra che non sono per niente in linea con la carnalità ferina e il genuino approccio alla vita di un uomo di umili origini come lui.

Pieces of a Woman si prende il lusso di annichilire tutte le etichette sociali ed invertire i ruoli, definendo l’uomo, che in questo caso si fa risucchiare da un vortice di tristezza, frustrazione e rabbia, come un fattore sacrificabile nell’equazione, un detrattore che sminuisce lo stoicismo di Martha solo perché, nel profondo, vorrebbe possederlo. Non a caso è l’allontanamento di Sean, imposto ma anche vergognosamente temuto e desiderato allo stesso tempo da entrambi, che consente a Martha di sentirsi svincolata dall’esigenza morbosa di doversi spiegare il perché delle cose.

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Pieces of a Woman parla attraverso i silenzi rotti, quelli che indagano i luoghi disabitati dell’intimità claudicante di Martha e che hanno tutto il diritto di esistere. L’incomunicabilità tra lei e Sean disvela un’incompatibilità di fondo tra i due rimasta latente per molto tempo e sulla quale entrambi – forse Martha più di Sean – avevano chiuso un occhio. A tratti sembra quasi che il film viri in un’altra direzione, ponendo l’accento sulla valutazione di come e quanto la provenienza da contesti sociali differenti incida praticamente sul funzionamento o meno di una coppia che, per tale motivo, alla prima vera difficoltà abbandona la nave per non affondare con essa. La sceneggiatura di Kata Wéber riesce a spingerci oltre i limiti temporali del film e ci lascia con un interrogativo cocente, quello relativo a cosa effettivamente abbia potuto mantenere viva – prima della gravidanza – l’unione di due menti che nel dolore avrebbero se non voluto, quanto meno dovuto incontrarsi.

La centralità di una privazione forzata

L’audace Mundruczó racconta, tramite un’assenza che risulta però essere quotidianamente presente, una maternità insussistente, spogliata di ogni ornamento tipico di tale condizione, attraverso una Martha che appare come il negativo fotografico sterile di ciò che sarebbe potuta diventare.
Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, l’anestesia comunicativa di Martha, lungi dall’essere il punto di arrivo, è proprio il punto di partenza per sganciarsi dalla dimensione della perdita e spostarsi altrove. Con spazio e tempo adeguati, Martha riesce a lasciare andare il pensiero (ma non il ricordo) di sua figlia con una serenità che a Sean sarebbe sempre mancata e che non ha avuto bisogno di sgomitare maleficamente tra etica e funzionalità per trovare il suo posto.
Quella di Pieces of a Woman è una trasposizione metaforica che trasla il travaglio fisico sul piano spirituale, e che servendosi di simbolismi forse sì, un po’ troppo banali, come le due estremità del ponte che finalmente si collegano, o i semini che, messi a riposo nel frigo iniziano a germogliare solo dopo settimane, richiamano la rinascita di Martha.

Vanessa Kirby in Pieces of a Woman

Il film casca però rovinosamente sul finale troppo aperto, una finestra che affaccia su più strade di nessuna delle quali riusciamo a vedere la fine. Nell’assoluzione spontanea da parte di Martha dell’ostetrica il regista piazza, percettibile solo all’occhio più sensibile, una responsabilità primaria (in merito alla scomparsa della figlia) di cui Martha si rende conto con estremo ritardo e che, in parte, potrebbe spiegare validamente il bisogno di attenuare la propria capacità critica dinanzi all’evento. Dal porto materno Martha salpa molte volte e altrettante volte ci riapproda, in un via vai ambiguo che culmina con il racconto da parte della madre Elizabeth dei veri disagi della maternità, costretta ancora in fasce ad essere nascosta dalla sua di madre, dopo essere fuggite da un campo di concentramento. Anche in questo caso il tema della memoria (osteggiata dall’Alzheimer di Elizabeth), il motore d’azione che spinge Martha a smuovere le acque della sua coscienza, rappresenta un gonfiamento scomodo di una trama che aveva indagato già molte tipologie di sofferenze.

L’ultima scena, infine, porta in grembo un’ambiguità ridondante, che lascia spazio a quesiti soverchi e in parte si oppone (forse anche stravolgendolo) al senso del film per il quale la sceneggiatura ha lavorato di gomito, un film che rilegge la maternità mancata non come un parametro involutivo della donna, ma come una catarsi al contempo traumatica e liberatoria.

Leggi anche: Let Them All Talk e la caducità della comunicazione effimera

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