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Indirizzo sconosciuto

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Indirizzo sconosciuto: la cattività espressiva di Kim Ki-duk

Kim-Ki-duk, tristemente scomparso da poco, è il provocatorio regista che da autodidatta ha saputo raccontare il New Korean Cinema da una prospettiva opposta, crudamente realista e profondamente sovversiva.

Tempo di lettura: 7 minuti

Film di apertura della 58ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, venti anni fa oggi veniva proiettato per la prima volta nelle sale cinematografiche sudcoreane Indirizzo sconosciuto (altresì identificato con il titolo Address Unknown), uno tra i film che più rappresentano la carriera di Kim Ki-duk, che ingloba prepotentemente tutti quegli elementi stilistico-espressivi che marchiano a fuoco il suo cinema, crudo e truce e, proprio per questo, instancabilmente vivo.

Indirizzo sconosciuto

Lo iato sospeso del cinema di Kim Ki-duk

Del silenzio, il regista sudcoreano, ne ha sempre fatto la sua arma più potente. Il suo è un cinema dei corpi, nel quale la comunicazione prossemica diventa linguaggio, codice poetico e chiave di lettura del film. Nulla è lasciato al caso, ma al tempo stesso tutto all’interpretazione dello spettatore, il quale solo attraverso il mutismo neralbo dei protagonisti appone la propria firma in calce per poter chiudere il cerchio della testimonianza filmica. L’assenza di dialogo è il fil rouge delle pellicole più icastiche, da La Samaritana (2004) a Ferro 3 – La casa vuota (2004), L’Arco (2005), Pietà (2012), fino a raggiungere l’apice con Moebius (2013), in cui a parlare è una morbosa sessualità endogamica e quasi mistica, che sa raccontare l’assiduità del dolore – personale e collettivo – più di quanto avrebbe potuto fare qualsiasi espressione linguistica. In Indirizzo sconosciuto Kim Ki-duk si abbandona (volutamente) ai canonici scambi verbali, seppur sporadici e comunque criptici, che denotano chiaramente una ancora non consapevole maturità stilistica.

Indirizzo sconosciuto
Un fotogramma tratto da Indirizzo sconosciuto

Si è sempre e comunque sospesi sul filo di una spazialità interiore ambigua, infedele a sé stessa, che fluisce assieme allo spettatore ma che gli lascia l’opportunità di intendere e (qualora ne sia capace) spiegarsi le esplosive e ingestibili incongruenze della vita. Chang-Guk, Jihum e Eunok hanno bisogno l’uno degli altri per poter dare un nome – e al contempo una voce – ai loro tormenti, così teneramente simili e dannatamente insopportabili, pur abbandonandosi spesso a confessioni frammentate e mai del tutto chiare.

La denuncia sociale di Indirizzo Sconosciuto

Assieme a The Coast Guard (di solo un anno più giovane), Indirizzo sconosciuto è il film più impegnato dal punto di vista politico. Il piccolo paese di Pyeongtaek è ormai in balia della base militare USA stanziata non lontano, la quale, attraverso la sua egemonia culturale, è un dominus silente ma incredibilmente prevaricatore. Per quanto i tre ragazzi non cadano preda dell’American dream che, dietro alle lattine di Coca-Cola e alle riviste erotiche come Playboy e Huster nasconde un’ingannevolezza e una vacuità morale, ne sono immancabilmente condizionati, in una spirale di recrudescenza ed autolesionismo.

Chang-Guk è figlio di una ex prostituta coreana e di un soldato afroamericano rimpatriato molti anni prima, al quale la madre continua instancabilmente a scrivere, pur non ricevendo mai risposta alcuna. Il ragazzo è vittima di un ricordo che la madre ha cristallizzato e al quale si aggrappa per autoconservazione, una chimera che con perseveranza insegue, non rendendosi conto di quanto e come questo danneggi il figlio. Jihum, orfano di madre, si relaziona con un padre emotivamente asettico e ostico, quest’ultimo anche lui perseguitato da un sentimento di nostalgia – anche qui la guerra da lui combattuta contro l’esercito americano – che lo ha reso uomo nel coraggio e nella dignità, pur avendolo reso meno mascolino, storpiandolo ad una gamba. Eunok lascia Jihum, con il quale aveva instaurata una relazione pura e sincera, per diventare la fidanzata di un soldato americano, che in cambio le promette di pagare per l’operazione al suo occhio danneggiato in adolescenza dal rinculo di un colpo di pistola.

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Un fotogramma tratto da Indirizzo sconosciuto

Kim Ki-duk denuncia l’invisibilità degli emarginati, la rovinosa indifferenza di una società (in questo caso tanto quella sudcoreana quanto quella americana) che volta le spalle ai meno fortunati, quelli che dovendo lottare alacremente e di gomito con la loro claustrofobica debolezza, perseverano senza arrendersi, ma quasi mai riescono a farcela. Una ciclicità, la loro, che inevitabilmente li riconduce al punto di partenza, carichi di nuova sofferenza e di nuovi malesseri, come Tae-suk (Ferro 3 – La casa vuota) che dopo una peregrinazione fisica (ma soprattutto spirituale) condivisa con Sun-hwa, ritorna alla sua solitudine primordiale, all’esilio umano al quale la società lo ha condannato; o come Lee Gang-do (Pietà), che dopo il travaglio spirituale dell’accettazione di quella che crede essere la sua madre biologica, la perde nuovamente e questa volta definitivamente, riportandolo a quella condizione iniziale di miseria esistenziale.

In Indirizzo sconosciuto, dopo l’intervento che le ha restituito la vista all’occhio destro grazie all’intercessione di James presso la base militare, Eunok se lo enuclea personalmente, come protesta di un sistema servile e sciovinista come quello americano in cui vige solo ed esclusivamente la regola del do ut des. La ragazza preferisce la cecità alla costrizione sessuale (seppur velata e mai violenta) di James, che la tiene legata attraverso un abuso psicologico, rendendola inerme e sfibrata nei suoi sentimenti. Analogamente, anche Chang-Guk e Jihum si muovono in una sequenza ciclica che riusciranno a spezzare solo in maniera sovversiva, nella speranza di poter lanciare un messaggio che arrivi come grido d’aiuto.

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Un fotogramma tratto da Indirizzo sconosciuto

È l’arte del Risentimento quella di Kim Ki-duk, di una rabbia strozzata in gola, di una sofferenza patita e mai compresa, di un’esistenza inviperita dalla noncuranza altrui, che con la propria staticità operativa alimenta un divario sempre più grande. Un omaggio a tutte le persone vincolate alla loro condizione di vagabondi di emozioni, lontane dal tempo, dallo spazio e dalla realtà. Questa rabbia è trasformata sullo schermo in violenza carnale, quella di stupri, omicidi, evirazioni, e che se inizialmente distoglie l’attenzione dal profondo e doloroso significato rinchiuso nelle pellicole, alla fine ne favorisce la comprensione, individuandone e giustificandone l’alfa e l’omega narrativo.

La liturgia della paternità

Il topos cardine della storia personale di Kim Ki-duk e di quella che caratterizza – con sfumature d’intensità diversa – le storie passate e presenti dei protagonisti delle sue opere è il rapporto che unisce padre e figlio, quasi sempre solo biologicamente e mai emotivamente. La matrice genetica della sofferenza che accomuna Chang-Guk, Jihum e Eunok è, infatti, proprio la figura del padre: Eunok ne è orfana, quello di Chank-Guk vive oltreoceano e Jihum è costretto a competere con quello che suo padre percepisce essere il suo unico ed autentico figlio, ovvero il suo onore in battaglia. Pur lavorando di sottrazione, l’assenza paterna squarcia lo schermo e si impone irremovibilmente. E anche in quei film in cui (apparentemente) sembra non esserci spazio per questa tematica, la si legge comunque nascosta perfettamente tra le sue righe sottili: esempio calzante quello di Lee Gang-do (Pietà), orfano di entrambi i genitori, che vive una relazione morbosamente travagliata con la donna che crede essere sua madre. Del padre non se ne fa nemmeno parola, mai, eppure è dolorosamente evidente la genitorialità paterna mancata nella scena in cui Lee Gang-do stupra la madre, nel tentativo (freudiano) di ritornare nel suo grembo personificando contemporaneamente suo padre durante il coito fisico.

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Un fotogramma tratto da Indirizzo sconosciuto

In Indirizzo sconosciuto le storie dei tre ragazzi sono labili e lasciano spazi a tentativi di cuciture spirituali che falliscono miseramente, incapaci di riempire vuoti ormai troppo profondi. Chang-Guk, piuttosto che accettare la vicinanza del nuovo compagno della madre che vorrebbe fungere da padre-surrogato, la rifiuta fino al compimento del gesto intriso di simbolismo ed estremo per la sua dialettica visiva, quando immobilizza la madre per strappare violentemente quella parte di pelle su cui era tatuata una frase sbiadita in lingua inglese, come a voler sradicare d’un fiato la sua infelicità esistenziale. Nonostante il faticoso impegno, la catarsi del momento non saprà comunque modificare il finale.

La dimensione salvifica del numero 3

Nelle rappresentazioni tra le più svariate, il cinema di Kim Ki-Duk elogia il numero 3. Non c’è storia che non sia intessuta in una triangolazione relazionale, biunivoca o asimmetrica, pleonastica o intirizzita, funzionale o disfunzionale. In Ferro 3 – La casa vuota, il triangolo amoroso; in Moebius il triangolo familiare; in Pietà il triangolo etico tra Lee Gang-do, sua madre e le persone dalle quali riscuoteva il denaro prestato; in La Samaritana il triangolo ereditario, Yeo-jin, Jae-young, e i clienti di quest’ultima, e con la scomparsa di Jae-young il nuovo successivo triangolo, i clienti di Jae-young, Yeo-jin e suo padre. La solitudine dell’uno e la polarizzazione del due si fondono per dare vita al numero tre, un processo dinamico che il regista sudcoreano strumentalizza per la scoperta di nuovi scenari.

La triangolazione umana Chang-Guk, Jihum e Eunok funziona, si spoglia di qualsiasi vena tossica e morbosa per dare vita ad una rappresentazione candida dell’amicizia, una tipologia di relazione che forse Kim Ki-duk indaga troppo poco o non al suo meglio. Tutti e tre sono sempre con lo sguardo puntato verso quegli aerei che costantemente sorvolano il paese, simbolo di libertà e riscatto, con un inconscio così silentemente allineato che ad un certo punto si ritroveranno ad avere ciascuno una ferita all’occhio destro, cecità fisica ma simbolicamente specchio riflesso dell’indifferenza della società di cui prima che non li vede, un tenero omaggio, questo, alla Michèle di Leos Carax, anch’essa emarginata, anch’essa quasi cieca, anch’essa anima tormentata.

Indirizzo sconosciuto

Si dice che «il dolore che non trasformi, lo tramandi». Il regista coreano, con i suoi film impattanti per la loro assonanza con la realtà (esterna ed interna, collettiva e personale) aveva trovato il modo per attuare questa trasformazione. L’indirizzo sconosciuto del titolo, quello del padre di Chang-Guk al quale la madre continuerà comunque a scrivere, non è nient’altro che l’indirizzo di tutti noi: sconosciuto, appunto, perché costantemente in cambiamento lungo il nostro percorso; desiderosi di mettere radici, ma consapevoli che solo il dinamismo è la chiave di salvezza per questa vita (ed altre mille future).

Leggi anche: Il soggetto come realtà e finzione in Kim Ki-duk

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