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L’Arco, elegante affresco magico firmato da Kim Ki-duk

A 15 anni dall’uscita in sala de L’arco, rituffiamoci nell’universo filmico di Kim Ki-duk

L’Arco (Hwal, 2005) è il dodicesimo film di Kim Ki-duk, regista coreano che non ha certo bisogno di presentazioni.

La storia si svolge su un vecchio peschereccio che fluttua in mezzo al mare dove il tempo sembra essersi fermato e in cui vivono un vecchio burbero e una ragazzina adolescente che l’uomo ha misteriosamente trovato ed accudito. I due vivono in perfetta armonia tra mille colori, quelli sgargianti dei divani che accolgono i pescatori, e quelli pastello degli abiti della ragazza. Le loro giornate sono scandite da piccoli, rassicuranti rituali fatti di tenerezze e sguardi complici, finché un giorno l’arrivo di un ragazzo stravolgerà le cose.

Una scena tratta da L'arco
Una scena tratta da L’arco

Nel film sono fin da subito rintracciabili molti dei topoi della filmografia del regista coreano, presentati però in modo più sfumato e simbolico rispetto alla produzione precedente in cui l’atmosfera risultava più claustrofobica e disturbante. L’Arco sembra essere un’opera di passaggio, che riassume in modo più disimpegnato i temi principali delle sue pellicole più famose come a voler preparare il terreno per un nuovo corso della sua poetica.

In primis si affronta il tema del rapporto insano tra i due protagonisti: c’è un (anti)eroe bruto e taciturno che prova per la ragazza un amore puro ma inaccettabile per la società, pronto ad aprirsi a tenerezze imprevedibili (si veda ad esempio la scena del bagno serale, o il momento in cui afferra la mano della ragazza prima di addormentarsi). Così come in Crocodile (1996), L’isola (2000) e Bad Guy (2001), l’amore nasce come qualcosa di viscerale e incontrollabile, una pulsione animalesca e pericolosa che al contempo da e toglie molto. Infatti se nelle prime scene la ragazza sembrerebbe essere la nipote del vecchio, capiamo ben presto che l’uomo nutre per lei una passione malata che lo porta ad attendere il compimento dei diciassette anni per sposarla, data che ha contrassegnato sul calendario, in modo tenero ed infantile, con un piccolo cuore rosso.  Il tutto nel bel mezzo del mare, dove l’acqua, elemento immancabile nella filmografia di Kim Ki-duk (Crocodile, L’isola) è simbolo sì di purezza e rinascita ma anche di prigionia e malessere, perchè impedisce alla ragazza, relegata da sempre sul peschereccio, di conoscere il mondo.

Una scena tratta da L'arco
Una scena tratta da L’arco

Il vero protagonista della storia è però un oggetto, l’arco, corrispettivo della mazza da golf in Ferro 3 (2004), insieme arma, sfera di cristallo per prevedere il futuro (bellissime le scene in cui il vecchio scocca le frecce mentre la ragazza ondeggia su un’altalena davanti alla figura di Buddha) e strumento musicale. È tramite l’arco che i due comunicano, non proferendo per tutta la durata del film neppure una parola, affidandosi esclusivamente alla gestualità e alla mimica del volto. Sono frecce di ammonimento quelle che il vecchio indirizza a chiunque avvicini la ragazza, ribadendo che si tratta di una sua proprietà, ma sa anche usarlo come un violino liberando una melodia struggente per dimostrale il suo amore. È con l’arco che in un certo senso la terrà per sempre legata a sé nella scena finale.

C’è anche un altro tema caro a Kim Ki-duk, quello del triangolo amoroso che però in questo caso risulta diverso dagli altri film. La presenza del ragazzo che viene a inclinare l’equilibrio tra i due è un espediente narrativo, perchè non c’è alcun approfondimento del personaggio: è una pedina, utile e svelare la tragicità del rapporto quasi incestuoso tra vecchio e adolescente. Sarà la conoscenza del ragazzo e della sua musica (diversa da quella dell’arco che ha sempre ascoltato) a far capire all’adolescente di essere in trappola, a darle la possibilità di uscire e ribellarsi a quella situazione.

Una scena tratta da L’arco

Il film si regge su una trama piuttosto esile in cui, come già detto, vengono fuori in modo più velato l’ambiguità della poetica del regista e le sue ossessioni. Quello che colpisce è soprattutto la sua capacità di trasformare la poesia in immagine cinematografica, creando delle istantanee di bellezza in grado – senza il ricorso ai dialoghi, ma grazie ad una forte potenza simbolica – di raccontare senza mezzi termini la crudezza e l’illogicità dei sentimenti terreni, delle reazioni umane che rispondono a pulsioni molto spesso animalesche ma che sono, proprio perché umane, universalmente riconoscibili. Le lotte quotidiane, le passioni d’amore, la curiosità, le paure, i pensieri inconfessabili. La perfezione delle immagini, la ritualità dei gesti, la nitidezza dei colori, prescindono dalle parole e dalla coerenza narrativa: davanti a tale spettacolo lo spettatore non ha bisogno di porsi troppe domande.

Sicuramente al film mancano l’originalità e la potenza provocatoria cui il regista ci aveva abituati, ma questo non è un limite: dovremmo vederlo come un punto di rottura che lo porterà alla creazione di pellicole più naif come Time (2006), Breath (2007) e Dream (2008). Kim Ki-duk, meglio di chiunque altro, sa costruire affreschi magici in cui ogni gesto è un rito. E anche se allo spettatore occidentale questo ermetismo potrà risultare incomprensibile, è vero che soprattutto il finale del film offre mille diverse chiavi di lettura che ognuno interpreterà attraverso il suo personale filtro emotivo. A me piace sottolineare l’eleganza con cui l’ambiguità del vecchio viene descritta: a fare da contraltare al suo scandaloso punto di vista, alla sua possessività e crudeltà, ci sono la disperata umanità e la debolezza che lo porteranno alla commovente svolta finale.

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