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House of Gucci

Cinema

House of Gucci, l’arte di Ridley Scott di fare centro restando in superficie

Nei cinema dal 16 dicembre, House of Gucci, l’ultimo film di Ridley Scott, ha diviso aspramente la critica tra sostenitori e detrattori.

Tempo di lettura: 5 minuti

Che House of Gucci sia il film più discusso di questo 2021, non c’è ombra di dubbio alcuna. Con quattro première mondiali – Londra, Milano, New York e Los Angeles – un incasso internazionale al box office di 106 milioni di dollari ed un all-star-cast, non meraviglia che l’ultimo lungometraggio di Ridley Scott abbia fatto parlare di sé ancor prima del suo arrivo nelle sale cinematografiche. Un biopic talmente controverso questo sull’assassinio di Maurizio Gucci ad opera della sua ex-moglie Patrizia Reggiani, che ha saputo dividere critica, spettatori e tabloid in due macro-categorie: i sostenitori indefessi e i detrattori incalliti.

House of Gucci

La scialba prospettiva del biopic

La storia dell’assassinio di Maurizio Gucci, pur avendo fatto assai scalpore all’epoca, è sicuramente conosciuta a pochi, a chi ha vissuto la sua piena gioventù a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 o agli amanti del mondo della moda, e regge molto male il confronto con una situazione abbastanza analoga sotto tanti aspetti, quella dell’omicidio di un altro grande faro della moda italiana – Gianni Versace (del quale se ne parla nella serie antologica American Crime Story di Ryan Murphy) – che nel corso del tempo e attraverso generazioni diverse ha avuto una risonanza di gran lunga più impattante sull’immaginario collettivo.

L’idea di Ridley Scott di puntare l’occhio di bue sulla famiglia Gucci e sui suoi panni sporchi da lavare in famiglia non è per niente da condannare, anzi, al contrario da elogiare, per aver desiderato di portare sul grande schermo – e diffonderne, così, la conoscenza – uno tra gli eventi di cronaca nera che ha segnato maggiormente il mondo del fashion design e, più in generale, l’Italia degli anni ’90, che resta la terra d’origine della famiglia Gucci – nonostante poi il marchio sia riuscito a diventare famoso a livello mondiale.

House of Gucci

Quello che poco convince è un piccolo dettaglio (forse poi non così piccolo) di natura tecnica, ovvero la linearità con la quale la storia di Patrizia e Maurizio – e, più alla larga, di Rodolfo, Aldo e Paolo Gucci – viene raccontata. Il regista – che per il soggetto sceglie come punto di partenza il libro di Sara Gay Forden The House of Gucci: A Sensational Story of Murder, Madness, Glamour, and Greed – racconta l’epocale decadenza del marchio (e contemporaneamente anche della famiglia) attraverso l’identificazione degli eventi più salienti, dall’incontro tra Patrizia e Maurizio ad una festa, passando poi per il matrimonio, la morte del padre Rodolfo, l’estromissione di Aldo, il fallimento di Paolo, la vendita ad Investcorp e l’arrivo di Tom Ford.

Il film appare, così, una mera e maccheronica successione di scene cronologicamente già predisposte dall’effettivo dipanarsi degli eventi storici (tranne per il breve flashforward iniziale), con un tempo del racconto assai dilatato all’inizio, ed una condensazione, in meno di mezz’ora, dell’episodio principale e al contempo anche il maggior attrattore dell’attenzione dello spettatore: l’assassinio di Maurizio. Ridley Scott si mantiene (magistralmente) in superficie, senza indagare poi chissà quanto la psiche umana, in parte per pigrizia, in parte perché forse per davvero i protagonisti della storia hanno agito spinti da moventi indecifrabili ed ambigui, contribuendo a creare un alone di mistero ed occulta incognita comportamentale. Ne consegue che House of Gucci è un prodotto di certo non scadente, ma nemmeno di prima qualità, piatto e succedaneo per quanto capace di primeggiare per brillantezza.

House of Gucci

Ridley Scott avrebbe potuto osare – e se l’avesse fatto ci sarebbe anche riuscito – romanzando l’opera, galvanizzandone il punto di vista, avrebbe potuto semplicemente farsi guidare dall’istinto consolidato di una regia di fama mondiale, eppure ha preferito adagiarsi su un copione letterario rivelatosi abbastanza sterile, almeno in quanto trasposizione cinematografica. House of Gucci è un film fine a sé stesso, che forse sin da subito punta in alcun modo a farsi portavoce di nessuna grande morale di favola, fatta salva quella per la quale la bramosia di potere, di fama e di denaro, una volta che t’inghiottisce, ti sbudella dall’interno lentamente in milioni di pezzettini.

Il giocoforza di House of Gucci

Paradossalmente, la visione d’insieme del film fila liscia come l’olio, senza momenti di stallo né un minimo di palpebra calante nonostante le quasi tre ore complessive. Questa illogica contraddittorietà va da ricercarsi nella capacità della pellicola di riuscire ad ammaliare lo spettatore, facendolo immergere nel mondo dei sogni di agio, ricchezza e sfarzo sfoggiati dalla famiglia Gucci. Borse, tailleur, mocassini su misura con foglie d’oro al di sotto della suoletta, party sfarzosi, Klimt alle pareti, suite a New York, Lamborghini Countach superstar e vacanze invernali a St. Moritz, stordiscono e incantano così come hanno stordito e incantato, in misura e modalità diversa, gli stessi protagonisti della storia.

House of Gucci

A ciò si aggiunge una gran bella scenografia (al contrario della fotografia, altamente scadente e basilare) – che saltella tra le città di Roma, Firenze, Milano e Como – un trucco e parrucco degno di nota – specialmente per il personaggio interpretato da Jared Leto – e una colonna sonora di Harry Gregson-Williams, che annovera tra le musiche del film le voci più iconiche del panorama pop degli anni ’80/’90, come George Michael, Anne Lennox, Tracy Chapman, Donna Summer, David Bowie e tantissimi altri.

Il vero punto di forza – e questo non lo si può di certo negare – risiede, tuttavia, nella recitazione impeccabile da parte di tutti gli attori coinvolti nella pellicola, da Jeremy Irons (Rodolfo Gucci), capofamiglia granitico ed orgoglioso, ad Al Pacino (Aldo Gucci), magnate bonario e avido, passando per Jared Leto (Paolo Gucci), macchietta esuberante ed estrosa, per arrivare ad Adam Driver (nella sua annata d’oro come protagonista in altri due film, The Last Duel e Annette) e, ovviamente, a Lady Gaga, che per gran parte della durata del film ne stringe tra le mani le redini, pur non essendone l’assoluta protagonista – dimostrando ad un pubblico fortemente scettico di poter replicare meravigliosamente dopo A Star is Born.

House of Gucci

Di certo non siamo di fronte al miglior Ridley Scott, quello di Thelma & Louise, Black Rain – Pioggia Sporca o Il Gladiatore, giusto per citare alcuni dei film con cui è riuscito a raggiungere alte vette di introspezione, eppure House of Gucci è un film che ha saputo come salvare se stesso, nonostante la sua precarietà. Sarà la magia del Natale, sarà la presenza dell’icona pop più famosa di tutti i tempi, ma noi non ci sentiamo di condannarlo in toto. E, come sempre, la prova del nove ci aspetta agli Oscar 2022.

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House of Gucci
trama: Il biopic di Ridley Scott racconta la storia della famiglia Gucci, dagli anni ’80 – anni in cui Maurizio Gucci conosce Patrizia Reggiani, sua futura moglie – sino al giorno in cui fu compiuto l’omicidio dell’erede di una delle casate di moda italiane che hanno segnato il panorama artistico globale.
regia: Ridley Scott
sceneggiatura: Becky Johnston, Roberto Bentivegna
con: Lady Gaga, Adam Driver, Jeremy Irons, Jared Leto, Al Pacino, Salma Hayek
durata: 157 minuti


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