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Adam Driver e Marion Cotillard in Annette

Cinema

Annette di Leos Carax, perché vederlo sarà una terapia sentimentale

Leos Carax, con la sua ultima pellicola, vola basso ma riesce, ad ogni modo, a raggiungere alte vette di introspezione: “Annette” è un viaggio sì burrascoso, ma che ha come obiettivo quello di farci raggiungere la pace.

Tempo di lettura: 5 minuti

Leos Carax torna al cinema con il suo primo lungometraggio in lingua inglese, ma prima ancora fa tappa (ormai fissa) al Festival di Cannes, dove vince il Prix de la mise en scène, nonostante i suoi nove lunghi anni di fermo. E non poteva essere diversamente: il suo Annette è il fiore all’occhiello di una filmografia stringata ma ricca di contenuti, un film che illude con il suo poster fiabesco ed enfatico – che non può che riportare alla nostra memoria i Mia e Sebastian di Chazelle -, ma che in realtà è, al contrario, la fiera delle disillusioni, raccontate in maniera spettacolare e disincantata da un Adam Driver ed una Marion Cotillard capaci di muoversi, senza annaspare mai, nelle acque profonde di una sceneggiatura dalla forte carica suggestiva.

Annette

Annette: opera cinematografica borderline

Molto si è già detto di Annette, sin dal momento in cui ha ufficialmente aperto il Festival di Cannes di quest’anno. C’è chi lo ha definito una commedia musicale vera e propria, chi un’opera lirica, chi, senza dedicarvici troppa attenzione, semplicemente un film che straborda i margini del cinema canonico, un prodotto puntuale e a senso unico figlio dell’intramontabile e spesso mal digerito virtuosismo visionario – ma sempre velato – di Carax. La verità, tuttavia, risiede in quel mezzo che vede il regista strumentalizzare il musical per esporre il dramma, raccontare del brutto – anzi, del bruttissimo – attraverso un bello che sembra illuminare, ed invece acceca soltanto.

Non siamo più nel cantiere aperto ma al contempo angusto del Pont-Neuf, nelle scure fogne sotterranee di Holy Motors e nemmeno nei funerei nascondigli in cui il Marc di Rosso Sangue si rifugiava: la Parigi evocativa che faceva da cornice agli emarginati sociali delle opere prime è, in Annette, sostituita da una succedanea Los Angeles che brilla, con l’ausilio delle luci stroboscopiche delle strade, al chiaro di una luna che carezza le curve sinuose della Walt Disney Concert Hall. I protagonisti del film, Ann – attrice di opera – ed Henry – intrattenitore e comico – sono ‘eletti’, rappresentanti di quella minoranza che ha saputo incastrare la propria vita nella completezza, eludendo la precarietà di tipo pratico.

Annette

Ad Ann ed Henry non basta tuttavia essere ricchi, famosi, bellissimi ed innamorati follemente l’una dell’altro: c’è qualcosa che sfortunatamente ha saputo come prevalere su entrambi e sul loro amore, spezzandoli lentamente dal di dentro: l’autocompiacimento. La vanità di lei, osannata ogni sera dal pubblico in visibilio, la rende immotivatamente fedifraga; la frustrazione di lui, invece, lo colma di invidia nei confronti della sua partner e del suo successo. L’amore che provano non è nient’altro che una proiezione dell’amore nutrito per se stessi, per quel Narciso interiore che abita l’intimo di ognuno di noi e che inizia a fare i capricci al minimo sentore di senso di inferiorità.

Il paradosso sofistic(at)o dell’esposizione

Più che il come o il cosa, forse imperativo sarebbe chiedersi il perché. Perché Carax ha sentito il bisogno viscerale di lavorare di sostituzione, lasciando che le canzoni prendessero il posto dei dialoghi? Sembra che la soluzione sia da ricercare nel desiderio, sempre insito nelle opere del regista francese, di marchiare a fuoco la coscienza dello spettatore arrivando a lui nella maniera meno impattante possibile, mascherando tutto ciò che può essere mascherato, e procrastinandone il disvelamento.

Annette

Annette viaggia sulla lunghezza d’onda di una illogicità strutturale e tematica: strutturale perché, pur essendo il dramma di Ann ed Henry terreno fertile per far proliferare il verbo, il film si concede di portarsi al mondo in maniera alternativa, con un cri du coeur firmato Sparks che non subisce interruzione alcuna per tutta la sua durata; tematica, invece, perché la difficoltà di Henry a gestire la sua crescente rabbia repressa è in severo contrasto con l’immaginario collettivo del comico, l’umano (o meglio il sovra-umano) capace di affrontare la vita con positività e autocontrollo.

E così, mentre canticchiamo le canzoni del film, tra cui quelle più iconiche come l’intro corale So may we start? o We love each other so much, in realtà ci stiamo inconsapevolmente affacciando ad un mondo di sofferenze e dolori soffocati che si nascondono dietro agli applausi quotidiani e ad una fama anodina. Carax è provocatorio, beffardo, mordace; puntella la sua opera di un tocco barocco e kafkiano in alcuni tratti e, allo stesso tempo, di uno brutalmente realista in altri, a cavalcioni su di un’altalena emotiva che si nutre di metafore visive e simbolismi forse sì, abbastanza elementari – come la mela che Ann mangia spesso, a simboleggiarne il peccato, o la figlia di legno, burattino impersonale di due genitori narcisisti – ma che sono anche completamente riusciti.

Un acredine catartica per Henry McHenry

Si fa presto a raccontare l’invidia e la frustrazione di chi non ha niente, quasi come se il non avere niente fosse la motivazione valida e tollerabile che, nella maggior parte dei casi, spinge gli outsider ad un riscatto sociale spesso raggiunto tramite il canale univoco della violenza. Ma Henry McHenry non è un outsider, per niente. Anzi: la sua fama ed il suo successo lo hanno reso martello e non incudine; è colui che include o esclude con un solo giro di freddure, dal cui umore dipende quello di centinaia di persone. Eppure, non si capacita di come il pubblico di Ann sia più caloroso del suo: del resto, tra i due, quello a ricoprire un ruolo scomodo è proprio lui, perché mentre l’opera riesce ad emozionare, il sarcasmo riesce a estrapolare verità forti ed incresciose, anche se nessuno sa (o vuole) riconoscerlo.

Annette

E’ qui, quando l’occhio di Henry si fa sempre più languido e ferocemente geloso nei confronti del successo di Ann, che cala il sipario sull’idillio della coppia perfetta: emergono frustrazione, debolezza, imperfezione, inadeguatezza, perversione. La nascita della figlia Annette – che lo costringe a casa più di quanto vorrebbe – può solo accompagnare una crisi esistenziale (personale e di coppia) già in nuce da tempo. E mentre Henry lotta drasticamente contro la sua natura, riluttante ad accettarsi per l’uomo fallace qual è, Carax invece ci illustra una verità nuda e cruda, e cioè che tutti, indipendentemente dai nostri successi e dalle nostre vittorie, possiamo essere vittime di sentimenti negativi.

E’ solo abbracciando la sua miserabile condizione che Henry potrà, paradossalmente, liberarsene. Graduale ma incalzante è l’acredine che nutre per Ann e per il mondo e che contaminerà persino il suo rapporto con la figlia, strumentalizzata per fini prettamente economici, ma catartico e purificatorio il risultato finale, e cioè una certosina ed ineluttabile presa di coscienza della propria fragilità. Carax vola basso ma riesce, ad ogni modo, a raggiungere alte vette di introspezione: Annette è un viaggio sì burrascoso, ma che ha come obiettivo quello di farci raggiungere la pace.


Annette
trama: Ann ed Henry – la prima attrice di opera lirica, il secondo comico – intessono una relazione magnetica e passionale. Sono la coppia che tutti desidererebbero essere: belli, famosi e ricchi. Dietro questo velo di perfezione, tuttavia, si celano disagi e crepe che porteranno la coppia a vivere dei momenti di stallo, fino ad un punto di non ritorno.
regia: Leos Carax
sceneggiatura: Sparks, Leos Carax
con: Marion Cotillard, Adam Driver, Simon Helberg
durata: 139 minuti


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