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Cinema

Christopher Nolan compie 50 anni

Il nostro omaggio a Christopher Nolan in occasione del suo cinquantesimo compleanno

Christopher Nolan

Nel giorno del cinquantesimo compleanno di Christopher Nolan, in attesa dell’uscita del suo Tenet, il nostro omaggio a uno degli autori più influenti di Hollywood. Coniugando critica e pubblico, passando da opere a basso budget ai kolossal, Nolan si è rivelato l’abile prestigiatore che gioca con la macchina-cinema come pochi. Materializza i sogni, e nel frattempo smaterializza i cardini narrativi del racconto classico, in un moto perpetuo tra stilemi autoriali e logiche commerciali. Un moto, questo, che lo rende con ogni probabilità tra i capofila di quella schiera di autori che riescono a mettere d’accordo tutti, sulla via media di un cinema che parla trasversalmente e a pubblici diversi.

ATTO 1. LA PROMESSA: CONCRETIZZARE L’IMPOSSIBILE

«Ogni numero di magia è composto da tre atti. La promessa: l’illusionista vi mostra qualcosa di ordinario, vi mostra questo oggetto, magari vi chiede di ispezionarlo, per controllare che sia davvero reale, inalterato, normale. Ma ovviamente è probabile che non lo sia…»

Recitava così mister Cutter, scenografo dei giochi di prestigio di The Prestige (2006). Una citazione che calza a pennello con la trilogia di Batman, che ha permesso a Nolan di accreditarsi definitivamente come autore di riferimento nel cinema “commerciale”. Era l’inizio degli anni 2000, e il celeberrimo personaggio della DC Comics versava in condizioni pietose dopo il dittico di Joel Schumacher Batman Forever (1995) e Batman & Robin (1997). L’allora trentacinquenne Nolan si proponeva alla Warner Bros. per rilanciare il marchio dell’Uomo Pipistrello, in un’operazione, a un tempo, complessa e astuta. La stessa scelta di puntare sul reboot testimoniava non solo un indubbio coraggio, ma soprattutto la volontà di un giovane regista di misurarsi con un’ossessione, con alcuni concetti radicali. Esattamente come il Cobb di Inception (2010) e il suo meno celebre omonimo protagonista di Following (1998). Le idee di Nolan avevano evidentemente attecchito in profondità, da qualche parte, e infatti il simbolo del Batman burtoniano compariva già nella citata pellicola d’esordio, Following.

Nolan sul set di Batman

Nolan si assestava nel più classico dei solchi fandom, e lo faceva sia prestando un’attenzione filologica alla costruzione dei personaggi, sia – da bravo prestigiatore – dotando l’universo di Batman di un immaginario del tutto nuovo, che mai aveva raggiunto simili livelli di verosimiglianza o realismo. Nel processo di realizzazione dell’impossibile non si trattava più soltanto di veicoli realmente funzionanti come la Tumbler o il Bat-pod, dato che anche i mezzi dei film di Burton e Schumacher avevano simili caratteristiche. Per la primissima volta nella storia di Batman, tra gli altri, si sentiva parlare di tute in kevlar, il materiale realmente utilizzato per i giubbotti antiproiettile, o del sistema Skyhook, ideato dalla C.I.A. negli anni ’50 per recuperare direttamente in volo i soldati in territorio nemico. Si parlava di mantelli con un funzionamento simile agli odierni materiali a memoria di forma, e si parlava, soprattutto, di un sistema simile a un ecoscandaglio, attivato grazie ai telefoni cellulari di tutti gli abitanti di Gotham City che fungevano da unico, gigantesco sonar. Un tempismo notevole, visto che la trilogia vedeva la luce nella seconda metà degli anni 2000, proprio in concomitanza con l’affermarsi a livello globale dello smartphone quale oggetto di largo consumo.

ATTO 2. LA SVOLTA: L’INGANNO DEI RACCONTI ARTEFATTI

«Il secondo atto è chiamato la svolta. L’illusionista prende quel qualcosa di ordinario e lo trasforma in qualcosa di straordinario. Ora voi state cercando il segreto… ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando, voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati!»

Il prestigiatore Nolan rivela la sua abilità non solo in fase realizzativa, a proposito della quale, assecondando i suoi detrattori sarebbe facile obiettare che con i budget delle major sarebbe arduo realizzare brutti film. In parte è vero. Ma è vero anche che l’autentica svolta, Nolan, la realizzi in fase di restituzione e di mostrazione. Le trame delle prime opere, di Following come in maniera ancor più eclatante del minimalista Memento (2001), o dello stesso The Prestige, risultano non solo ben congegnate e strutturate (svolta numero 1), ma soprattutto sono ancor meglio mostrate, con  un’importante aiuto dei trucchi della post-produzione (svolta numero 2). In questa camera oscura avviene la trasformazione di qualcosa di ordinario in qualcosa di straordinario. È in questo duplice processo che storie dopotutto semplici, raccontate con movimenti di macchina e inquadrature mai troppo leziose, acquistano il loro indiscutibile fascino.

Nolan sul set di The Prestige

Così, la trama spesso sfocia nell’impalpabile frammentarietà di una realtà dubbia (The Prestige), nella ricorsività di un racconto ancorato all’eterno presente, sempre fuggevole e zeppo di omissioni o amnesie (Memento), o, ancora, nel crescendo di repentine contraddizioni dei punti di vista illusoriamente acquisiti (Following). I film di Nolan giocano con l’intreccio di analessi e prolessi, con l’illusione o la realtà del doppio, con un tempo della storia che retrocede per avanzare, e che avanza solo retrocedendo. E cos’è, il cinema, se non consapevolezza dell’inganno? Cos’è il racconto cinematografico, se non l’impareggiabile possibilità di giocare con grandezze fisiche come il tempo o la gravità? Lo spettatore vuole essere ontologicamente ingannato, specie al cinema. Nolan sa tutto questo, e ci ammalia con storie spesso semplici, eppure raccontate in modo terribilmente complicato.

ATTO 3. IL PRESTIGIO: LA FINE DEL PUZZLE

«Ma ancora non applaudite. Perché far sparire qualcosa non è sufficiente; bisogna anche farla riapparire. Ecco perché ogni numero di magia ha un terzo atto, la parte più ardua, la parte che chiamiamo “il prestigio”».

Guardare un film di Nolan è come comporre un puzzle: sai che il disegno d’insieme sta già lì, nei singoli pezzi del racconto, nei singoli frammenti di tempo, eppure non lo vedi ancora nel suo insieme. Come un detective metti insieme i pezzi, e da bravo investigatore provi a cucire insieme i singoli frammenti di storie, cercando di rammentare il più insignificante dei dettagli per collocarlo nella giusta zona del quadro. Difficile, in questi casi, non essere sopraffatti dalla mole di informazioni dispensate sullo schermo: i pezzi sono tanti, e talvolta fuorvianti, nel numero di magia costruito da Nolan. Ad esempio: siamo proprio sicuri che in Inception (2010) occorra guardare quella trottola per trovare il bandolo della matassa? Non si tratta forse del vecchio adagio per cui l’uomo meravigliato (raggirato) guarda il dito, anziché la luna? Eppure, è ancora l’incipit di The Prestige a far da monito allo spettatore di Nolan. Due semplicissime parole: «Osserva attentamente!».

Nolan sul set di Inception

Ancora il pubblico non applaude, perché “il prestigio” si realizza solo quando riappare ciò che si è fatto sparire: l’unità di un disegno polverizzato in mille tessere. È questo il cuore del terzo atto, che vede un pubblico rimbambito, meravigliato, ormai in balia del flusso delle immagini, ricomporre il quadro d’insieme. L’applauso non può non sgorgare quando, dopo mille voli pindarici, salti dimensionali, sfasamenti e sincronie, Nolan concretizza il mondo onirico in Inception, restituisce visivamente lo spazio del tesseratto e del mondo oltre le nostre tre dimensioni in Interstellar (2014), o la simultaneità tripartita di Dunkirk (2017), con un montaggio alternato di non sempre facile comprensione. Nel completare il numero di magia Nolan punta spesso molto in alto. Ma si sa: l’alto rischio è figlio naturale dell’ambizione. Quella di un regista che si muove nel proprio labirinto di ossessioni con cura e precisione autoriale. Di un narratore che coinvolge continuamente il suo pubblico. Di un architetto che costruisce incredibili strutture per farci perdere tutti. Cinefili e non. Buon compleanno, Christopher!

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