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Viva Zapata

Anniversari

Viva Zapata! e viva Marlon Brando

Elia Kazan dirige Marlon Brando nel film capolavoro sul generale rivoluzionario Emiliano Zapata nel suo Viva Zapata!

Tempo di lettura: 4 minuti

Siamo nel 1952 quando esce per la prima volta nelle sale Viva Zapata! diretto da Elia Kazan, scritto da John Steinbeck, con protagonista Marlon Brando.

Harry Truman è il Presidente degli Stati Uniti successore di Roosevelt e predecessore di Eisenhower. La guerra, la Seconda Guerra Mondiale, è finita, ma anche “la pace è un problema difficile” se sei a capo della superpotenza occidentale che lavora per evitare nuovi conflitti sostenendo l’uso dell’atomica. 

L’allora ventottenne Marlon Brando è solo al suo secondo film prima di accettare Viva Zapata!, ma è già molto noto al grande pubblico grazie ad Un tram chiamato desiderio che, da subito, ha definito la linea editoriale del suo lavoro di attore drammatico ed impegnato. 

Steinbeck ha cinquant’anni, è prossimo al Nobel per la letteratura, arrivato poi nel 1962, ma è già autore di Furore, considerato il romanzo per eccellenza del realismo americano, vincitore infatti del premio Pulitzer. Scrive l’autobiografia su Zapata e poi il soggetto e la sceneggiatura del film ad un punto della sua carriera ben definito, maturo. “La macchina da scrivere è la spada della mente” fa dire ad un suo personaggio, come potente dichiarazione di intenti e di poetica.  

Elia Kazan aveva già vinto un Oscar alla regia nel 1948 per Barriera Invisibile con protagonista Gregory Peck ispirato all’omonimo bestseller, aveva diretto lo stesso Brando in Un tram chiamato desiderio, arriva dunque a dirigere Viva Zapata! con una certa sicurezza e maestria. 

Infine Emiliano Zapata. È il rivoluzionario ed anarchico messicano, padre del movimento zapatista, cui il film è dedicato. Nel 1952 il generale Zapata mancava da una trentina di anni, ma la sua eredità è negli anni Cinquanta evidentemente ancora valida, riconosciuta ed apprezzata. 

Sono oggi settant’anni da quella prima uscita. Questo film ci serve, oggi, per ricordare la buona storia del cinema ed anche la buona Storia del nostro tempo. 

Marlon Brando in Viva Zapata!
Marlon Brando in Viva Zapata!

Viva Marlon Brando

La carriera di Marlon Brando è costellata di grandiose interpretazioni, di premi, di collaborazioni con registi e attori tra i più importanti del cinema moderno e contemporaneo e di ottime scelte artistiche. Non mancano le controversie, ma non può essere che così quando si parla di una delle maggiori stelle di Hollywood, icona del cinema e della cultura statunitense. 

Brando si approccia al film, al suo terzo lavoro da attore di cinema, con eleganza. L’interpretazione gli vale la candidatura all’Oscar, il premio BAFTA e soprattutto il premio al Festival di Cannes. Si inserisce così dall’inizio della sua carriera nell’olimpo degli attori più famosi e richiesti. Il suo Emiliano Zapata è un uomo di poche parole, è un uomo d’azione, ruvido, ma carismatico. Il regista conosce il potere seduttivo di Marlon Brando, già sperimentato nel film tratto dall’opera di Tennessee Williams, perciò il suo Zapata è anche attraente e sensuale. 

Non ci sono poteri buoni

Negli anni dieci del Novecento in Messico il generale Porfirio Diaz aveva lasciato che i proprietari terrieri sequestrassero i possedimenti dei piccoli agricoltori costringendo così questi ultimi alla fame. Emiliano Zapata si fa loro portavoce insieme al fratello Eufemio (l’attore Anthony Quinn si merita l’Oscar alla miglior interpretazione da non protagonista per questa parte) e altri compagni, come Pancho Villa e Francisco Madero. I dissidenti cercano di rovesciare lo status quo, ma anche quando il generale Diaz è sconfitto, come in un moderno Gattopardo, i capi tornano ad occuparsi di loro stessi e del loro potere. Zapata deve essere ucciso, lui e le sue idee sono pericolose. 

La sequenza finale che Elia Kazan dedica all’esecuzione del protagonista è costruita meravigliosamente. Non siamo più davanti ad una scena di un film, siamo a teatro, tutto è fermo e statico. L’atmosfera è quasi religiosa, si vedono infatti le donne pregare. La suspence cresce nel silenzio fino al momento in cui si odono solo gli spari dei fucili sul corpo del rivoluzionario. 

Il cadavere viene allora posto in piazza come simbolo della fine della rivolta. Qui l’immagine realizzata da Kazan richiama immediatamente la Pietà di Michelangelo. La camera si abbassa per lasciare che solo Marlon Brando sia in scena, sdraiato sul marmo della piazza con il campanile isolato sullo sfondo. In primo piano il suo braccio senza vita pende come quello di Cristo in braccio alla Madonna nella scultura dell’artista rinascimentale. Zapata è anch’egli un martire. 

Durante l’assassinio ai generali sfugge il cavallo bianco del rivoluzionario. Il regista chiude il film con l’immagine del cavallo imbizzarrito, simbolo di speranza. “Qualche volta un uomo morto può essere un terribile nemico” dice qualcuno, e, nel caso di Zapata, la Storia ci insegna che è andata proprio così. 

Scena finale di Viva Zapata!
Scena finale di Viva Zapata!

“Non puoi piantare se è tempo di raccogliere”

Nel film c’è tempo anche per sviluppare la trama amorosa. Jean Peters interpreta la moglie del rivoluzionario con il corretto tono drammatico, saltuariamente melodrammatico. Trattasi dell’unico, o quasi, personaggio femminile presente nella storia. Oltre a Josefa infatti solo la madre e la nutrice. Non c’è spazio per i sentimenti in effetti. 

La grande donna protagonista è la rivoluzione.

Siamo nel 1952, un momento storico in cui gli Stati Uniti soffrono le ambiguità di un successo postbellico. Viva Zapata! arriva a ricordare agli americani che “un popolo forte è l’unica forza duratura”. È giusto ricordarcene anche oggi, a distanza di settant’anni. È giusto non solo ricordare la grande lezione di cinema e scrittura che Kazan e Steinbeck hanno dimostrato, ma anche la lezione di Zapata, quella rivolta ai suoi compagni e quindi anche a noi, ovvero che “non puoi piantare se è tempo di raccogliere”. 

Leggi anche: James Dean: l’attore, l’icona, il mito a 90 anni dalla nascita; Apocalypse Now: un viaggio lungo 40 anni.

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