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Ugo Tognazzi

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Ugo Tognazzi, i mille volti di un istrione nato

A 30 anni dalla scomparsa, un breve ricordo di Ugo Tognazzi

A volte la censura può salvarti la carriera. A volte ti ritrovi a guardare indietro e quasi a ringraziare la prepotenza di un Potere ottuso, che ti ha chiuso la trasmissione per una battuta innocua sul Presidente della Repubblica. Ma l’Italia di fine anni ’50 era anche questa roba qua. Forse senza la chiusura di Un due tre Ugo Tognazzi sarebbe rimasto ottimo attore da scenette comiche televisive e da film dal tono vagamente farsesco.

Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello

Forse, e paradossalmente, quella censura è stata la sua fortuna. Forse il conformismo e il perbenismo della Rai e di certo cinema popolare di quegli anni avevano cominciato a soffocarlo. Forse quel «chi ti credi di essere?» con cui Vianello lo apostrofò durante quella diretta televisiva non fu per lui solo battuta fulminante di uno sketch comico. Mi piace pensare che lo rivolse anche a se stesso: «Ugo, chi ti credi di essere? Chi sei?», quasi a fare un primo bilancio della sua carriera fino a quel momento.

Mi piace pensare che andò così. E in fondo a guardare gli effetti si può ben pensare che qualcosa di simile sia avvenuto a partire da quel 1959: la fine del sodalizio televisivo con Vianello, il ruolo da protagonista indiscusso nella neonata commedia all’italiana a partire dai primi anni ’60 con titoli che sono rimasti nell’immaginario collettivo e popolare. Da I mostri a Straziami ma di baci saziami, da Io la conoscevo bene a In nome del popolo italiano a La Terrazza, fino alla trilogia di Amici miei e de Il vizietto.
Ma Tognazzi era tanti attori insieme. Era l’ istrionico cavaliere della commedia all’italiana. E poi c’era l’altro Tognazzi, quello che all’istrionismo e alla satira, anche corrosiva, dei costumi e del Paese sostituiva il grottesco se non il surreale. Il Tognazzi provocatorio, quello che rivendicava sempre e per sempre il diritto alla cazzata, il Tognazzi della collaborazione con quel genio tutto italiano di Luciano Salce, a partire da Il Federale, e poi con Marco Ferreri, da L’ape regina a La donna scimmia, fino al celeberrimo La grande abbuffata.

Ugo Tognazzi

E poi c’è l’uomo ridicolo e la sua tragedia. C’è una Palma d’oro a Cannes strameritata e la definitiva consacrazione autoriale di un attore di razza proprio all’inizio del suo viale del tramonto. È il 1981, e Bernardo Bertolucci mette al centro del suo cinema un Tognazzi in tono minore, misurato e tormentato, padrone di una azienda in crisi, padre di un figlio rapito.
La tragedia di un uomo ridicolo è forse il film più importante della carriera di Ugo Tognazzi, sicuramente la sua migliore prova d’attore, il punto più alto di una carriera che da lì in poi gli riserverà ben poche altre soddisfazioni, tanto da ripercuotersi anche sulla sua vita privata.

Il rapporto tra padri e figli nell’Italia del Terrorismo, in un’Italia scollata che ha smesso di ascoltarsi e che non si comprende più, in cui anche nella piccola provincia un tempo oasi felice possono vedersi riprodotte le stesse dinamiche delle grandi città. La crisi delle relazioni sociali, il rapporto con le cose che ci circondano. E gli eterni dilemmi etico morali. La salvezza di un figlio di sangue o la salvezza della azienda trattata, considerata alla stregua di un figlio, fondata non a caso nello stesso anno di nascita del primogenito. E lui, l’uomo, lì in mezzo, solo, meschino e ridicolo, piccolo, pavido, inadeguato e nonostante questo sempre lì, perché c’è un figlio da salvare e un figlio/azienda da portare avanti, e non importa il modo, anzi preferisce non saperlo, non importa.

Ugo Tognazzi

Se n’è andato troppo presto Ugo Tognazzi, questa è la verità. Avrebbe potuto dare ancora moltissimo al nostro cinema. Se n’è andato forse nel suo momento migliore, quando cominciava a dare l’idea che le sue interpretazioni migliorassero con l’età come il vino, basti vedere il pure sfortunato Ultimo minuto di Pupi Avati.

Alla fine mi torna in mente ancora quella domanda: «Ma chi ti credi di essere?».

È facile, Ugo Tognazzi, il capo delle Brigate Rosse.

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