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Cinema

La grande abbuffata: il cibo, il sesso, la morte

La grande abbuffata di Marco Ferreri è un film colpevolmente messo da parte. Riscopriamolo.

Tempo di lettura: 3 minuti

Il mio Marcellino è stato il primo ad andarsene. Bello come il sole nella sua unifome da pilota di volo, le mani salde sul volante del suo ultimo grande amore, quella Bugatti che era riuscito a rimettere a nuovo, come le aveva tenute salde sul mio corpo nei giorni precedenti. Era un grande amatore il mio Marcellino, un grande scopatore: ma non per voluttà, lui lo faceva per un bisogno quasi fisiologico. Il fatto che con me non ci sia riuscito non fa che acuire il mio dolore per la sua scomparsa, credo che me ne attribuisse la colpa. Ma era colpa sua; erano le conseguenze del suo piano, del loro piano.

Ci ho messo un po’ a capire; compresi invece subito le ragioni, le lessi negli occhi tristi di Philippe quando mi chiese di sposarlo, con un tono che era quello dell’uomo sinceramente convinto e contemporaneamente conscio che ciò non sarebbe mai successo. Ma per quei pochi giorni fu come se fossimo sposati, fu come se li sposai tutti e quattro sposando la loro causa, aiutandoli, accompagnandoli fino all’ultimo boccone.
Sono stata con tutti e non sono stata con nessuno, sono stata solo di Philippe e sono stata di tutti, li ho visti mangiare fino a scoppiare e morire per rinascere.

Mi risuona in testa quel motivetto che Michel strimpellava sempre al piano, al tempo stesso così bohemien, così lussurioso ma anche così triste, quasi funereo. Ha scandito parecchi momenti di questa nostra grande abbuffata finché Michel è stato tra noi. Che strano personaggio era, con i suoi pudori, la sua mania per la danza, i suoi sentimenti soffocati per Marcello, quegli strambi guanti da cucina che indossava sempre! Credo che la sua sia stata la fine peggiore, non la meritava; ma in qualche modo è stato anche ironico, se non fosse tragico, che a morire tra la sua merda sia stato il più pudico tra loro, il più timido, anche più di Philippe.

Niente di tutto ciò che è successo però sarebbe stato possibile senza Ugo, senza la sua creatività, senza la sua tecnica, senza la sua arte culinaria. Sono certa che sia lui il padre del loro piano poi condiviso da tutti, ma non ho avuto l’ardire di chiederlo, non c’era bisogno di fare domande tra noi. Era il più spiritoso il mio Ugo, quello che più di tutti aveva amato vivere, e vivere cucinando: per questo più di tutti adesso aveva voglia di morire mangiando.
Era un artista, Ugo, e da artista ha deciso di andarsene, divorando il suo capolavoro e divorato da esso, una basilica di fegati con tanto di cupola brunelleschiana.
Sul suo tavola da cucina lo abbiamo visto spegnersi lentamente, imboccato da Philippe e accarezzato dalle mia mani, e lì abbiamo deciso di lasciarlo, com’era giusto, il re al centro del suo regno.

E poi è toccato al mio Philippe, il mio piccolo Philippe. Sono stata per lui madre, moglie, amante, puttana, compagna, balia, come lo era stata la sua governante Nicole prima di me; ma certi uomini sono fatti così, hanno estrema necessità di una donna totale al loro fianco. Nonostante questa sua fragilità, queste sue incompletezze, queste sue frustrazioni, Philippe mi attirava in una maniera che non sapevo nemmeno io ben spiegarmi; credo molto dipendesse dal fatto che fosse un giudice impegnato costantemente nel far trionfare la Giustizia, o almeno così lo intendevo io. Fu grazie a lui se compresi che in fondo spesso si tratta piuttosto solo di applicare la Legge.

Se ne è andato quasi cullato dalle mia braccia, in giardino, come se lo tenessi a balia, come se la morte per lui fosse una nuova nascita, per lui eterno bambino che quelle fasce non aveva forse mai lasciato: per questo gli preparai un dolce a cui diedi la forma delle mia mammelle,accoglienti, calde, materne, amorevoli, letali.

Resto io e, con me, me stessa a tenermi compagnia. Ho un giardino pieno di carni in putrefazione e i miei quattro uomini a custodire il mio destino. Non so cosa farò. Vorrei restare ancora un po’ qui accanto al mio Philippe, vorrei non doverlo lasciare mai. Ma è quasi ora di cena, è meglio che vada…

1 Comment

1 Comment

  1. Davide Spinelli

    5 Maggio 2021 at 12:33

    Bravo, bellissima digressione dal punto di vista di Andrea. Mi è piaciuta molto, ancora Complimenti 😉

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