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Tales from the Loop

Serie Tv

Tales from the Loop ed il rapporto uomo-tecnologia

La miniserie di Amazon Prime Video propone un tema già ampiamente raccontato in passato, ma lo fa con una configurazione che promuove nuove soluzioni interpretative del rapporto uomo-tecnologia.

Tempo di lettura: 4 minuti


Tales from the Loop è una miniserie televisiva ispirata liberamente al libro di Simon Stalenhag che ripropone, attraverso immagini retro-futuristiche (le quali, prima della pubblicazione, erano in formato digitale), le campagne svedesi della sua infanzia.


Ogni episodio è un focus a sé su ciascuno dei personaggi presentati nella serie: per quanto alcuni appartengano alla stessa famiglia, altri siano amici o colleghi di lavoro, sembra che non abbiano in comune nient’altro se non il Loop, una struttura costruita negli anni ’60 per studiare i misteri di una grande sfera nera ritrovata nel sottosuolo in Ohio e rinominata attraverso un’associazione che calza a pennello per la sua misteriosa e seducente comparsa, ovvero l’Eclissi.

Questo tipo di narrazione, che potremmo alla lontana definire antologica (anche se in questo caso l’attribuzione di genere è relativa e quindi non del tutto corretta), se da un lato ci consente di comprendere i singoli personaggi in toto – attraverso uno scorrevole fluire di loro sequenze tra passato, presente e (in taluni casi) futuro – dall’altro spezza rovinosamente il continuum temporale della serie: per quanto alcuni degli eventi siano cronologicamente successivi/precedenti ad altri, la collocazione che spetta loro nel tempo trasla in secondo piano, dando l’impressione che gli eventi e le persone che li vivono siano cristallizzati in una dimensione atemporale. La narrazione, dunque, non procede su una linea orizzontale che di solito predilige la consequenzialità, ma piuttosto quasi verticale, che dà priorità a chi vive gli eventi e non agli eventi stessi, tant’è che molti di essi vengono presentati allo spettatore più di una volta, ma da punti di vista diversi. La scelta del tipo di narrazione sembra spesso essere uno di quegli aspetti che, confluendo tacitamente nel prodotto finale, non può influire negativamente sullo stesso, ma al contrario è quasi sempre il principale responsabile del rovinoso calo di attenzione da parte del telespettatore qualora il tempo del racconto risulti essere molto lento e faticoso da seguire, come appunto in Tales from the Loop.


La scelta di collocare i racconti negli anni ’80 ci arriva come un rafforzativo: l’avvento di una tecnologia così avanzata e di conseguenza così impensabile per quel momento storico, le conferisce un’importanza maggiorata rispetto a quella che le daremmo noi oggi, in un’epoca in cui connessioni, collegamenti, scambi e fruizioni sono già stati ampiamente ottimizzati. Ed è qui che la miniserie acquisisce quel quid in più che la differenzia dagli sciapidi racconti incentrati sull’avanzamento tecnologico della civiltà: se nel mondo di oggi si è perduta la misura con cui sfruttare la tecnologia senza inconvenienti di ritorno e senza disconnetterci dalla concretezza e dalla tangibilità della vita, nella miniserie robot, macchine dotate di una propria intelligenza, strutture avveniristiche sono talmente parte integrante della vita dell’uomo da fondersi con lo sfondo, diventando scenografia, ma mantenendo comunque un ruolo fondamentale. Non si è intimiditi, né spaventati né oppressi da questa realtà avanguardista perché ad essa viene data la giusta importanza, senza caricarla di un eccessivo significato, strumentalizzarla o conferirle una priorità che, a tutti gli effetti, non dovrebbe avere e che al contrario l’uomo di oggi le regala spassionatamente.

Una scena tratta da Tales from the Loop
Una scena tratta da Tales from the Loop


Tutto ciò che deriva dal Loop e dalla sua tecnologia, la quale influenza in un modo o in un altro la vita dei personaggi, non verrà mai spiegato: questo perché esso rappresenta solo un pretesto per poter immergersi, contrariamente da ciò che ci si aspetta, nell’umanità. Così vengono, uno dopo l’altro e senza sosta, eviscerati alcuni tra i temi più scottanti e simbolici dell’esistenza: l’abbandono materno, l’invidia, la solitudine, la frustrazione, la morte. E quando, silenziosamente o ad alta voce, ci si chiede il perché delle cose, non arriva risposta alcuna, e non arriva perché neanche l’Eclissi, capace di consentire salti temporali, bootstrap paradox, compresenza di universi paralleli, scambi di corpi, può dare spiegazioni razionali a quei banali quesiti che almeno una volta nella vita ci siamo posti anche noi: perché ci si sente soli, perché si vorrebbe essere qualcun’altro, cosa ci aspetta dopo la morte.

                                        
Tutti i temi sono enfatizzati da una colonna sonora estremamente attenta ma, a mio avviso, troppo ridondante. La soundtrack nasce funzionalmente per accompagnare il racconto e potenziarlo nei suoi punti chiave, non per esserne il centro (cosa che spesso ha rubato dei momenti preziosi a scambi verbali che avrebbero avuto senso di essere scritti). Bisogna anche saper bilanciare cosa lasciare all’interpretazione e quali messaggi, invece, chiarire in maniera univoca, altrimenti si rischia che il telespettatore prosegua la visione per conto suo, distaccandosi dal vero significato della serie.

Non fidatevi di chi vi presenta la miniserie come una distopia, un’ucronia o una produzione sci-fi. Certo, sparsi lungo l’intero cammino cinematografico sono disseminati tanti elementi del genere, ma non bisogna cadere nel tranello ideato dagli sceneggiatori: a serie conclusa, quando parlerete di Tales from the Loop ai vostri amici, verrà tratto il dado e a seconda di ciò che riporterete si evincerà cosa e quanto avete colto del suo senso originario e profondo.

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