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Normal People e la sublimazione del linguaggio metacomunicativo

Sulla scia dell’omonimo romanzo, i protagonisti ci aprono le porte della loro intimità con un effetto boomerang intenso e viscerale.

I protagonisti di Normal People

Se credete, con Normal People, di imbattervi nella classica prima storia d’amore liceale, questa miniserie non è affatto quello che stavate cercando. Il titolo, infatti, è un vero e proprio eufemismo, una gelida provocazione messa in atto per mescolare disordinatamente le concezioni che abbiamo di ‘semplice’ e di ‘normale’, – già spesso confuse, se non addirittura associate. La relazione tra i due protagonisti – una trascinante passione a singhiozzi – ha una configurazione piuttosto semplice e comune a tante altre, questo è vero, ma di normale non possiede niente. La normalità citata nel titolo è grevemente estranea ai protagonisti; al contrario è un bisogno embrionale, un’aspirazione cui tendere attraverso un processo di crescita silente ma allo stesso tempo implosiva e messa in atto aprendo ad intervalli un vaso di Pandora fin troppo rigurgitante.

Marianne e Connell frequentano lo stesso liceo in una piccola cittadina irlandese di provincia, Sligo; il racconto parte presentandole come due persone antitetiche, lei appartenente ad una famiglia ricca, anaffettiva e indifferente e che si trascina a scuola con un’asocialità che sfiora l’autolesionismo emotivo; lui, invece, vive modestamente in una piccola casa assieme alla madre, donna delle pulizie della famiglia di Marianne, e a scuola sembra apparentemente integrato in un gruppo di amici che lo aiuta inconsapevolmente a restare a galla finché può.

Ma il senso di abbandono da parte della figura paterna e l’operazione di identificazione l’uno nell’altra che da esso deriva sono richiami troppo forti perché i due si lascino interlineare da condizioni al contorno che non sono degne di rilievo.

I protagonisti di Normal People

Il valore corale che tendenzialmente si ritrova nelle serie tv qui si annichilisce sino a scomparire: come in una fotografia scattata con un teleobiettivo, Marianne e Connell si staccano totalmente dallo sfondo, relegando a mero contesto sfuocato il resto dei personaggi che, quasi conoscendone in anticipo le sorti di secondarietà, vengono abbozzati in maniera assai negligente.

La riuscita dell’operazione di risalto è sicuramente nobilitata dalla recitazione pulita e cadenzata di Daisy Edgar-Jones e Paul Mescal, il quale accoglie la sfida del primo ruolo della sua carriera da leading actor talmente bene da accaparrarsi meritatamente una nomination ai Primetime Emmy Awards.

Anche per gli eventi, che coprono un arco di tempo di svariati anni, sembra quasi che non siano loro a tenere uniti i personaggi quanto Marianne e Connell a tenere insieme gli eventi. La secca puntualità degli episodi, isolati e privi di interconnessione, ritrova sicuramente la propria matrice nella genesi letteraria del prodotto che, come sappiamo, è tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice irlandese Sally Rooney ed è funzionale a comprendere quanto ciò che accade nel mondo interno è di gran lunga superiore a ciò che accade in quello esterno; ma se nel caso di un libro una pagina bianca è sufficiente per accogliere la mera episodicità, in una trasposizione visiva glissare con disattenzione su questi vuoti temporali dà al lettore un vago senso di spaesatezza.      

Il cardine su cui ruota la relazione tra Marianne e Connell è l’incapacità di rendere l’altro partecipe delle proprie emozioni: Connell non riesce ad ammettere di essere vittima di un costrutto sociale che viaggia esclusivamente sulla lunghezza d’onda della popolarità e che pezzo dopo pezzo gli estirpa la sua identità fatta di purezza ideologica e sentimentale, estremamente rara in un ragazzo della sua età; Marianne si sforza di censurare un’insicurezza che ha radici tremendamente profonde e che, contraddittoriamente, la spinge ad assumere un atteggiamento altero e protervo nei confronti di tutti gli altri, eccezion fatta per Connell.

L’unico mezzo espressivo utilizzabile per comunicare resta, così, il corpo, che in questa occasione viene validamente assurto a elemento psicologico di connessione, non solo fisica, ma anche e soprattutto mentale e che attraverso un’insaziabile e delirante fame di baci, abbracci e carezze colma quella secchezza delle fauci di voci spezzate e di sincopi dialettali.

La fusione dei loro corpi è la panacea contro quel male di vivere che li fa sentire scomodi a stare nella propria pelle e che li induce fin troppo spesso ad anestetizzarsi dal mondo circostante; si abbassa ogni velo, si rimuove ogni filtro e si spegne ogni giudizio su se stessi, tanto il proprio quanto quello degli altri. 

Non c’è malizia nell’esplicitezza degli atti sessuali né accentuazioni puramente erotiche, ma solo tanta genuina tenerezza nel vedere come essi rappresentino un canale preferenziale che favorisce un’introspezione personale per due anime come le loro che hanno già provato cento e più versioni di se stesse senza mai riuscire ad adattarsi completamente ad ogni nuovo reboot.

I protagonisti di Normal People

Alla frustrazione che deriva dai limiti di comunicazione verbale e che culmina in una brusca e implicita separazione segue un rincontro causale al college a ruoli invertiti: Marianne, ormai immune all’asfissia sociale del paese, riesce a farsi degli amici con i quali tuttavia non si sentirà mai davvero a suo agio, cosa che implementa voracemente tanto il senso di costante e manifesta insufficienza relazionale che le è sempre appartenuta quanto l’agghiacciante brama di violenza (da subire), reminiscenza di un’onta familiare; Connell, invece, è incapace di integrarsi, privo ormai del sostegno di quei compagni che negli anni del liceo gli hanno reso la vita di società, anche se non adeguata ai suoi desideri, almeno agevole.

Lo scambio di posizioni, per quanto accorgimento banale, sottolinea ancora come vestire i panni dell’altro e viverne le condizioni al contorno sia un surplus pleonastico e inutile, se il sentito non diventa parlato.

È solo quando sono costretti a vivere per sottrazione dell’unico espediente da loro conosciuto, quello del sesso, che Marianne e Connell iniziano a crescere all’unisono e che la relazione si avvicina al suo pieno sviluppo attraverso una (finalmente) autorizzata presa di coscienza che la comunicazione efficace è una conditio sine qua non per una sana e solida storia d’amore, che consente loro persino di uscire illesi da quei cerchi di fuoco quali la depressione e la lontananza.

I protagonisti di Normal People

Su questa altalena emotiva carica di malinconia e disagio che ci ha condotti tutti (tanto i due protagonisti quanto noi telespettatori) alla fine del viaggio con la sensazione che ci manchi qualcosa (e sì, effettivamente a mancarci è la spiegazione del perché Connell e Marianne abbiano la dote di sperimentare una gamma di emozioni molto più vasta di quella basale) si arriva a un punto di non ritorno in cui uno dei due si concede uno slancio tale da anteporre addirittura il bene dell’altro al proprio e alla stabilità di coppia, raggiunta finalmente dopo aver smussato, per anni, fin troppi spigoli.

Il finale ambiguo e aperto che ci tocca e che, in un primo momento, ci lascia a bocca asciutta, è tuttavia il migliore che alla storia potesse essere regalato: ci consente di tirare le somme, di farci una nostra personale idea sull’effettiva possibilità che i due compagni siano riusciti davvero a maturare attraverso quell’ancestrale processo di riempimento e svuotamento reciproco che deriva da una complementarietà inevitabile. 

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