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Little Fires Everywhere e l’accanita lotta contro l’accettazione dei fallimenti materni

L’intimità di due madri viene eviscerata fino al punto da risucchiarci in un vortice emotivo di paura, delusione ed ostilità

Reese Whiterspoon e Kerry Washington in Little Fires Everywhere

Se guardiamo al panorama seriale, ad oggi lo vediamo quasi totalmente costellato da miniserie i cui 8/10 episodi risultano essere, al regista, sufficienti abbastanza per dare un inizio, uno sviluppo e una fine al suo racconto. Little Fires Everywhere si aggiunge in coda alla lista, aprendo le braccia ai telespettatori di HULU prima e a quelli di Amazon Prime Video dopo.

MATERNITA’. È lapalissiano che la miniserie affronti questo tema sferzante, ma usare la parola nel titolo o addirittura renderla tale in solitaria avrebbe rappresentato un ardire riduttivo e superficiale, dal momento che per maternità si può intendere tanto il processo educativo che avvolge flessibilmente madre e figli, quanto solo il puntuale momento del parto. Così Celeste Ng, scrittrice del romanzo cui la miniserie è ispirata, sceglie come titolo “Little Fires Everywhere”, quei tanti piccoli fuochi che fanno riferimento sia metaforicamente agli ostacoli scottanti che caratterizzano le relazioni familiari tra alti e bassi, sia alle fiamme che ridurranno in cenere quella casa simbolo di una famiglia che, pur ostentando forzatamente una vita esente da difetti, risulta invece disfunzionale e guasta spiritualmente.

Little Fires Everywhere

Delle 5 W –Who, What, When, Where, Why i quesiti che possono darci più risposte sono sicuramente i primi due.

Il “Chi” ci presenta due donne disposte ai punti diametralmente opposti di quel grande cerchio chiamato, appunto, maternità: da un lato Elena, una donna carica di dubbi e ripensamenti sulle scelte che la società dell’epoca le ha imposto come un banale cliché –un matrimonio stabile, una grande casa, una famiglia numerosa- convinta che un paio di post-it che organizzino l’agenda mensile ed i pancakes a forma di iniziale dei nomi dei suoi quattro figli siano la soluzione per censurare le ambizioni lavorative cui ha dovuto rinunciare per la famiglia e, di conseguenza, le frustrazioni che dalla loro mancanza ne sono derivate; dall’altro Mia, un’artista che sublima la sofferenza della sua vita attraverso l’arte plastica del riciclo dei materiali ed il potente dinamismo della fotografia, incline alla tolleranza e che tende ad essere piuttosto permissiva nei confronti dell’unica figlia, libera da quelle prospettive future che, al contrario, Elena rigetta violentemente sui figli.

Little Fires Everywhere

Ad acuire questa dicotomica opposizione/attrazione –che caratterizzerà il loro rapporto per tutta la durata della miniserie- un background socio-familiare anch’esso completamente diverso: Mia, riluttante alla sovrabbondanza dei precetti religiosi dei suoi genitori cattolici, è marchiata dal colore della sua pelle e da una povertà limitante e alla quale, come vedremo, diverrà devota per mantenere incontaminato l’unico ricordo del passato da cui sta fuggendo, mentre Elena continua a vivere sulla scia di comodità sulle quali si adagia pigramente fino a diventarne un’emblematica rappresentazione.

Tuttavia il riferimento familiare, utile sicuramente per definire ancora più nel dettaglio cosa ha condotto le due protagoniste a imboccare il proprio sentiero di vita, può essere solo in parte la motivazione che le ha spinte ad un tipo di educazione dei figli piuttosto che ad un’altra; non va sottovalutata l’indole caratteriale di ciascuna di esse che vive di vita propria, indipendentemente dal contesto sociale in cui si forma, e nulla toglie che, a ruoli invertiti, si sarebbero comportate comunque alla stessa maniera.

Il file rouge della serie è dunque di stampo chiaramente matriarcale, tant’è che la voce dei personaggi maschili si spezza prima di poter pronunciare parola alcuna: Bill, il marito di Elena, è un uomo che irretito dal dispotismo maniacale della moglie impara, nel corso del tempo, ad essere docile ed arrendevole e ad accettare di non avere voce in capitolo nell’educazione dei figli, diritto perduto quando, in seguito alla notizia dell’ultima gravidanza di Elena, dichiara bonariamente e con marcata ingenuità che “avere quattro figli è come averne tre”. L’unica cosa che gli appartiene veramente è il suo lavoro nel quale tuttavia l’ossessione del controllo di Elena la spingerà ad intromettersi spesso e malamente.

Nel caso di Mia, invece, il padre di Pearl è solo uno spettro etereo, un opprimente sguardo in una qualunque metropolitana di NY, la cui figura viene devitalizzata dal suo ruolo genitoriale quando è rivelata brutalmente la natura del suo essere, e cioè un semplice donatore di sperma.

Kerry Washington

Il “Come”, invece, svela l’approccio che queste donne hanno nei confronti dei figli. Elena sembra adottare un atteggiamento diverso a seconda del figlio con cui si rapporta: permissiva con Trip, esigente con Lexie, indifferente con Moodie e combattiva con Izzie; Mia, concentrata in toto sulla sua unica figlia, desidera per lei semplicemente una sorte diversa dalla sua. Questi metodi educativi spingeranno le due figlie cardine, Pearl ed Izzie, a desiderare, la prima, di avere una madre come Elena, e la seconda di poter essere la figlia di Mia. “Desiderare di avere una madre come” e “desiderare di essere figlia di” sono due concetti completamente diversi: il primo consente di traslare le caratteristiche di un’altra madre sulla propria, mentre il secondo implica un autentico bisogno embrionale di appartenere ad un’altra donna. Se queste fantasie adolescenziali sono piuttosto comprensibili e scusabili, quando silentemente le due donne desiderano di avere l’una la figlia dell’altra, questo pensiero, invece, ci fa un po’ inorridire.

Il centro è dunque rappresentato da questo vano tentativo da parte delle due donne di dimostrarsi di aver svolto il compito di madre in maniera lodevole, cercando di elidere il più possibile difetti e fallimenti, mentre a noi spetta il coatto compito di trovare il riferimento in cui immedesimarci, se nelle figlie o paradossalmente anche nelle madri.

Sullo sfondo una qualunque cittadina dell’Ohio ed un periodo storico emblema delle acrimonie razziali (gli anni ’90), il cui tema tuttavia viene affrontato in maniera superficiale, scelta giusta dal momento che il carico emotivo delle vicende risulta essere bello pesante già di per sé.

Reese Whiterspoon in una scena di Little Fires Everywhere

Il prodotto è in definitiva buono, anche se prende degli scivoloni evidenti nell’incalzare di tutti i pretesti possibili ed immaginabili che, come uno scambio di pallina da ping pong, spingono sempre di più le due donne agli antipodi; nell’aggiunta ridondante di altre due madri che, con una scelta narrativa forzata, vivono per sottrazione ed addizione della stessa bambina e nella recitazione, monoespressiva e troppo ricalcata di Kerry Washington, e in quella di Reese Witherspoon che, senza sforzo alcuno, ripercorre pedissequamente il ruolo di Madeline – madre dalle alte aspettative ed in conflitto con le figlie – interpretato in Big Little Lies.

È pur vero che questa miniserie racconta di solidarietà femminile e le donne madri diventano cinque, cosa che consente di diluire tra di esse in maniera equilibrata tutte quelle caratteristiche che in Little Fires Everywhere appartengono solo ad Elena e a Mia, ma il parallelismo non può non essere almeno lontanamente pensato, se non altro per la tenerezza provata nei confronti della Witherspoon ormai immobile in uno stereotipo di personaggio.

Le vicende della miniserie sono tante e si susseguono rapidamente, ma non avrebbe avuto senso riassumerle brevemente. Gettando le basi conoscitive del contesto in cui queste due figure sono calate, consiglio la serie a madri e figli, a chi si sente appagato dalla propria vita familiare e ai deboli di cuore, nella speranza che anche voi, come me, possiate leggere tra le righe la vostra personale morale della favola.   

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