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The Act

Serie Tv

La desolante dissociazione dalla realtà obiettiva in The Act

La serie è una finestra che affaccia sulla tangibile concretezza della malattia, tanto fisica quanto (e soprattutto) mentale. Disponibile su Starzplay.

Tempo di lettura: 5 minuti

Sin dalla prima sequenza di The Act ci si immerge subitaneamente e senza indugi nelle vicende di Dee Dee (Joey King) e Gypsy Rose Blanchard (Patricia Arquette). Protagoniste indiscusse, ma (metaforicamente) anche registe e sceneggiatrici delle loro sorti, come poi vedremo più avanti, una madre e una figlia; la loro storia, tuttavia, non è la storia di una maternità, ma di tutto quello che ne smentisce e ne scardina il concetto, mascherandosi però nel frattempo del bello, del buono e del giusto.

Ciò che viene portato sul piccolo schermo è tratto da eventi reali: se si è anche solo in piccola parte interessati alle crime news americane, si può avere un vago ricordo della risonanza mediatica che la loro storia acquisì –storia che culminerà con l’omicidio della madre e la cui portata sarà riconosciuta e stravolta solo a seguito delle numerose confessioni da parte di Gypsy.

Gran parte dei telespettatori conosce già l’evoluzione degli eventi – anzi, oserei dire che forse chi guarda la serie tv lo fa proprio per questo-, tant’è che per giocare d’anticipo sulla loro preparazione di base gli sceneggiatori decidono di non avvalersi della consequenzialità della linea temporale: si parte con il momento Y del 14 giugno 2015 – la sera dell’omicidio di Dee Dee-, si torna indietro al momento X che copre un arco di tempo di circa 7 anni e quando X ed Y si incontrano, si procede linearmente con il momento Z, ovvero quello corrispondente alla fuga di Gypsy e al suo successivo arresto.

Non basta tuttavia qualche modesta modifica all’ordine del tempo del racconto per convincere chi guarda a continuare a farlo, cosa che potrebbe risultare uno sforzo ponderoso dal momento che l’effetto suspense è perduto per sempre; c’è bisogno di strutturare i personaggi curandone anche il minimo dettaglio con l’obiettivo di consentire una lettura piena non solo dei loro comportamenti, ma anche di tutte le motivazioni e strutturazioni mentali di background, e in questo Nick Antosca e Michelle Dean hanno dato vita ad un lavoro magistrale.

Una scena di The Act

A guidare l’agire di Dee Dee e Gypsy sono le 3C della vita: convinzione, caparbietà e consapevolezza, che se opportunamente e coscientemente ponderate, consentono a un individuo in buone condizioni di raggiungere un equilibrio di vita che può condurlo a scelte adeguate e degne, ma l’instabilità di partenza di entrambe le donne è la miccia di quel fuoco implosivo che le porterà a distruggersi vicendevolmente.

Dee Dee è inamovibilmente convinta che sua figlia soffra, sin dalla nascita, di un’innumerevole serie di patologie che, con l’avanzare dell’età, hanno continuato a peggiorare e moltiplicarsi; ma il vincolo affettivo che la lega alla figlia malata cui offre la sua devozione senza limiti ha un altro nome, quello di sindrome di Munchausen per procura, che consiste nell’arrecare volontariamente danno ai propri figli per spingerli ad aver bisogno di loro, trasformando il naturale rapporto fisiologico madre-figlia in una spirale carica di morbosità e inquietudine.

La cura della figlia per Dee Dee rappresenta contemporaneamente un obiettivo, una missione e uno stile di vita: è solo strumentalizzando la sua salute che riesce a marcare e validare la propria immagine di madre come amorevole tanto ai suoi occhi quanto a quelli degli altri vivendo così in un do ut des triangolare con ai vertici, oltre lei, sua figlia e gli altri; ciò che lei dona “disinteressatamente” a Gypsy la società glielo restituisce in benevolenza, solidarietà e anche in soldi. Ma sono i primi due i compensi più alti ai quali aspira; dei soldi, al contrario, poco si interessa, tant’è che non fa altro che metterli da parte senza spenderli, continuando a mantenere un aspetto visibilmente sciatto della sua persona e una casa in completo disordine causato da un’accumulazione compulsiva.

Una scena di The Act

Se c’è un aspetto che potremmo ammirare in Gypsy è la sua caparbietà. Nasce come qualsiasi altro bambino da un utero di donna ma sino al momento della svolta si considererà, rispecchiando appunto le convinzioni della madre, una sua mera e dipendente estensione, una larva priva di potere decisionale e diritto alla vita, quella però come si deve.

Ben presto si rende conto che i sotterfugi della madre, la sua divagazione al momento delle domande e la costante titubanza con la quale vive in presenza di terzi nascondono qualcosa ed anche se non riesce effettivamente a dare il giusto appellativo di abuso psicologico al comportamento di Dee Dee, il suo istinto la guida ad una silente ribellione, iniziando a costruirsi una propria morale e a classificare personalmente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Cerca, per quel che può, di svincolarsi docilmente dalla presa materna soffocante ma l’acrimonia e il livore tenuti troppo tempo a freno e causati dal comportamento cancerogeno della madre al quale non riesce in alcun modo a dare una spiegazione plausibile – essendo una fallacia contro natura- esplodono prima in sotterfugi apparentemente innocenti quali un po’ di trucco sul viso, l’acquisto di un telefono, un account Facebook, e poi in un’incalzante escalation incontrollata e forse incontrollabile, fino alle pratiche BDSM con il suo partner Nick conosciuto online e, come ben sappiamo, al brutale omicidio.

Ciò che invece le accomuna, seppur in maniera divergente, è la consapevolezza. A Dee Dee manca del tutto, infatti mai nemmeno una volta è stata capace di mettersi in gioco e sospettare, seppur vagamente, della sua malattia: in occasione di una delle ultime visite in ospedale, infatti, si scusa con Gypsy per non averle dato il sorso della Dr. Pepper da lei chiesta, lasciando ancora una volta la febbricitante figlia in attesa di una rivelazione sulla sua insalubre inadeguatezza genitoriale. Morirà nella certezza assoluta di essere stata una madre lodevole.

Una scena di The Act

La consapevolezza di Gypsy, invece, cresce lentamente nel tempo in maniera inversamente proporzionale al controllo della madre, liberandosi di quelle che sino ad allora aveva considerato delle certezze inconfutabili: il bisogno che Dee Dee le faceva credere di avere, l’impossibilità di autogestirsi, il cameratismo di un rapporto bilaterale e nel quale nessun altro poteva entrare.  

Quando tuttavia si rende conto quanto di sbagliato ha macchiato la sua vita per oltre vent’anni, sceglie volontariamente di restare con la madre, e questo la dice lunga tanto sulla sua latente e masochistica instabilità quanto sul fatto che, in un modo o in un altro, continuerà a temere l’ira e il disappunto di una madre amata – seppur di un amore malato- e che non sarà, proprio per queste ragioni, capace di uccidere da sola.

Ci si trova così alla fine a non riuscire a condannare (moralmente) nessuna delle due, né la malattia di Dee Dee, diagnosticata con una lentezza ignobile, né l’agire di Gypsy costretta a una cattività alla quale forse più della metà di noi non avrebbe saputo resistere così a lungo.

Alla morte di Dee Dee cala così il sipario su una recita, un lunghissimo atto – The Act – durato per quasi 10 anni, la cui trama e soprattutto il cui finale ci invitano implicitamente a riflettere su un concetto atavico e banale ma allo stesso tempo essenziale: niente è mai come sembra.    

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