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Cinema

Madame Claude, la volgarità che sa trasformarsi in eleganza

Al centro del film la personalità esplosiva e al contempo controversa di Madame Claude, raffinata prostituta della Parigi degli anni ’70.

Tempo di lettura: 5 minuti

Chi è Madame Claude?

A rispondere a questa domanda è l’omonimo film, di produzione francese e rilasciato sulla piattaforma Netflix il 2 aprile, che ci presenta le vicende di vita di Madame Claude – nome di battesimo Fernande Grudet – donna ambigua e senza ombra di dubbio equivoca, ma anche predatore sociale, machiavellica pensatrice, burocrate per diletto e rivoluzionaria anticonformista. Tutti questi aspetti della sua personalità possono essere interpretati tanto come conseguenza quanto come motore d’azione del giro di prostituzione da lei gestito e che l’ha portata alla fama come un insaziabile e calcolatrice lenone dei tempi moderni.

Un arrivismo silenziosamente raffinato

Parigi, 1968. Siamo alle soglie della fine di un decennio impregnato di perbenismo, divieti morali, tabù sociali. Le proibizioni degli anni ’60 sfoceranno, di lì a poco, nel tanto discusso e icastico Festival di Woodstock (1969), pioniere di uno stile di vita rivoluzionario per il suo libertinaggio e la sua leggerezza, tanto emotivi quanto e soprattutto fisici. Si pone nel mezzo, incastrandosi alla perfezione come l’ultimo pezzo mancante di un puzzle, l’attività di prostituzione gestita da Madame Claude – ormai prospera e capace di autoalimentarsi – che raccoglie dal (finto) moralismo di allora la discrezione, mettendo però in campo un progressismo relazionale che quasi strizza l’occhiolino alla legalità.

Alla volgarità che, spesso e purtroppo, accompagna la prostituzione e che appartiene ad un’immaginario collettivo bigotto, Madame Claude contrappone una disponibilità sessuale sofisticata ed elegante, fatta di grandi soirée, alberghi di lusso, festini con alcol e droga; da prostituta si trasforma in moderatrice amorosa, e la triviale e spesso aberrante vendita del corpo viene spazzata via da prestazioni sessuali che sono espressione del desiderio di Madame Claude di raggiungere un obiettivo altro, che trascende dalla necessità di procurarsi denaro per la mera sopravvivenza.

Madame Claude

La protagonista ha un bruciante desiderio di imporsi in un panorama sociale fiacco e sterile, di trasformarsi da preda a predatrice, di non essere sottomessa da quegli uomini arrivisti e misogini che, indirettamente ed inconsapevolmente, le conferiscono quel potere di cui lei dispone. E così, colpendoli dall’interno, prendendoli per la gola, Madame Claude ha in pugno i politici più influenti del tempo: è riuscita, in maniera magistralmente creativa, a procurarsi un’arma per difendersi, per non essere più sottomessa.

Ritratto di una donna in fiamme

La pellicola racconta sì del giro di prostituzione da lei gestito, ma è un biopic (per quanto molto romanzato) che fa convergere l’attenzione soprattutto sulla personalità graffiante ed esplosiva e al contempo traumatizzata di Madame Claude. Costretta (da se stessa) a cambiare nome, per recidere completamente i rapporti con un passato carico di infelicità e solitudine, si chiude in una crisalide emotiva che le fa prendere sempre le distanze, dai suoi amanti e da sua madre e dalla sua stessa figlia, che allontana perché incapace di gestire l’autenticità della relazione. Padre padrone con le sue ragazze, conosciute nel mondo con il vezzeggiativo di ‘Claudettes’, burbera, scontrosa ed estremamente esigente, raccoglie però anche il suo inconscio desiderio di maternità, quella obnubilata ed inibita, con la quale spesso le consola e le rianima amorevolmente.

Madame Claude

Madame Claude è una silente e trasversale espressione del femminismo che lentamente stava mettendo radici all’epoca e che portava avanti l’idea della parità dei sessi. E’ così che vuole sentirsi ed effettivamente lo è: una pari dell’uomo. La sua attività, in pratica, è solo uno strumento per raggiungere uno status sociale grazie al quale naviga nelle acque sporche della mafia, della politica, del mondo del cinema, persino dei servizi segreti francesi e della polizia locale, ai quali fornisce informazioni ricevendo in cambio il loro silenzio sulla sua attività. Mentre Gloria Steinem combatte a suon di manifestazioni e giornalismo, Madame Claude lavora di gomito plasmando un esercito di anticonformiste, per lanciarle nel mondo e rivoluzionarlo proprio come aveva iniziato a fare lei.

La fretta di raccontare

Qualcosa, tuttavia, non quadra nella pellicola. A stonare sono le scelte tecniche, di una regia che vuole raccontare la vita di Madame Claude ad ampio spettro, senza trascurarne il minimo dettaglio, ma la cui ansia da prestazione sfocia in un’impazienza strabordante. Le scene sono subitanee, le sequenze frettolose e di conseguenza anche un po’ caotiche, cosa che ci spinge a seguire le vicende con un’attenzione certosina ed eccessiva, pur di non perderci lungo il cammino.
La voice over, che ci accompagna per tutto il film, prende spesso il sopravvento, soverchiando la narrazione visiva e miscelando gli eventi passati e quelli presenti senza creare una netta separazione, confondendo spesso lo spettatore.

Ad acuire la poca convinzione per il film è anche la decisione (estremamente consapevole) di bypassare quelle vicende che forse, più di tutte, l’hanno resa un personaggio rinomato: non era affatto un segreto che Madame Claude fosse costantemente in contatto con personaggi influenti non solo parigini, ma di tutto il mondo, da Kennedy ad Onassis, passando per Agnelli e addirittura Gheddafi. Nella pellicola, invece, ad esser nominato (e presentato in una singola scena, ma tra l’altro di spalle) è solo Marlon Brando, un’ altra tra le personalità di cui prima che amava la compagnia delle sue Claudettes. E’ assolutamente chiaro il bisogno della regista Sylvie Verheyde di mantenersi nell’anonimato e di non pizzicare alcune corde delicate e scomode, ma le sue velata omertà e autocensura fanno perdere al film lo spessore di cui, invece, la tematica e la storia sono intrise.

Il film si perde moltissimo anche sul finale, durante il quale condensa troppo velocemente circa venti anni di vita – dal 1972 al 1992 – quando, non ritenuta più preziosa dalla polizia, viene incriminata dal fisco per frode, ed è costretta ad emigrare negli Stati Uniti dove cambia radicalmente la sua vita, per poi ritornare in Europa, scontare una pena di sei mesi ed affrontare il suo processo. Allo spettatore sembra di guardare un riassunto dallo stampo scolastico, che mette in discussione la discreta riuscita del racconto fino a questo momento.

Il film aiuta sicuramente a fare molta chiarezza su di una figura di cui, per ovvi (ma immotivati) motivi di pudicizia, fatto salvo per la pellicola del 1977 The French Woman, non se ne è mai parlato liberamente. La figura di Madame Claude, tuttavia, resta lì dove l’abbiamo trovata, in una nube criptica, senza gli strumenti adeguati per decifrare la sua difficile e controversa personalità, strumenti che il film avrebbe dovuto invece fornirci.


Madame Claude
regia: Sylvie Verheyde
con: Karole Rocher, Roschdy Zem, Garance Marillier, Pierre Deladonchamps
sceneggiatura: Sylvie Verheyde
anno: 2021
durata: 112 minuti
disponibile su: Netflix
trama: Parigi, 1968. Fernande Grudet, in arte Madame Claude, gestisce un giro di prostituzione di più di 200 ragazze, chiamate le ‘Claudettes’. Le donne, quasi sempre di buona famiglia e manierate, sono le amanti di politici ed uomini influenti, i quali spesso vengono smascherati dai servizi segreti proprio grazie alle soffiate che Madame Claude fornisce loro, in cambio del silenzio in merito alla sua attività. Il film racconta le dinamiche di vita – più che della prostituta – della donna più influente di Parigi, cui si deve la coniazione del nome ‘ragazze squillo’.


Leggi anche: Il leader: un “prodotto” del quale non si sentiva la mancanza

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