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Cinema

Buon compleanno, Dottor Caligari!

Usciva un secolo fa Il gabinetto del dottor Caligari, capolavoro dell’espressionismo tedesco

Il gabinetto del dottor Caligari

La mente ama l’ignoto. Ama le immagini il cui significato è ignoto, poiché il significato della mente stessa è sconosciuto – R. Magritte

Il 27 febbraio del 1920, in una Germania devastata dal primo conflitto mondiale, usciva nelle sale Il gabinetto del dottor Caligari. Capolavoro del muto, l’opera di Robert Wiene rientra tra le opere assurte a sintesi – e simboli – di un’epoca storica, oltre che cinematografica. Da quel momento, la storia della Settima Arte non sarebbe più stata la stessa.

UN’ICONA CHE SORGE DALLE CENERI

La fine della Prima Guerra Mondiale aveva sancito il tracollo di alcune industrie cinematografiche europee che, per tutti gli anni Dieci, erano state in grado di competere con le produzioni statunitensi. Se Italia, Danimarca e Svezia vedevano definitivamente tramontare la rispettiva grandeur, Francia e Germania cominciavano a risorgere dalle proprie ceneri. Fu in particolare la seconda, anche grazie alla scelta in un certo senso autarchica del governo di bloccare l’importazione di film dall’estero a partire dal 1916, a valorizzare il tessuto artistico “domestico”.

Una scena tratta da Il gabinetto del dottor Caligari
Una scena tratta da Il gabinetto del dottor Caligari

Le istanze espressioniste, che erano state anticipate da opere precedenti a quella di Wiene (Lo studente di Praga, di Rye e Wegener, del 1913; L’altro, di Max Mack, del 1913; Il golem, di Wegener e Galeem del 1914) erano arrivate tardivamente al cinema, essendosi già affermate, ai tempi dell’uscita del Caligari, nell’ambito pittorico con i gruppi Die brücke e Der blaue reiter, e in quello teatrale. Proprio dalla crasi tra istanze pittoriche e teatrali, la Germania si apprestava ad accogliere un film talmente iconico da dar nome a un’intera corrente cinematografica: il caligarismo.

OLTRE LE IMMAGINI: LO SPIRITO DI CALIGARI

Quello di Wiene non fu l’unico film a trasporre sullo schermo i tumulti politici e sociali di una Germania uscita a pezzi dalla Grande Guerra, ma fu, probabilmente, l’opera che seppe farlo in maniera più efficace e radicale. Il popolo tedesco covava già malumori nei confronti della neonata Repubblica di Weimar, che si trovava a gestire i lasciti di un conflitto che aveva imposto durissime sanzioni di guerra al popolo. I debiti, la fame, l’incertezza, le opposizioni perennemente sul piede di guerra anche a causa della passività governativa nei riguardi delle sanzioni: il paese si reggeva sull’esile, impercettibile filo di un equilibrio precario. Il gabinetto del dottor Caligari inscenò tutte le tensioni, i traumi e le lacerazioni del tessuto sociale, le sue incertezze, la crisi morale, l’umiliazione.

Una scena tratta da Il gabinetto del dottor Caligari
Una scena tratta da Il gabinetto del dottor Caligari

Diede forma all’impetuosa e universale dialettica tra (il sempre più flebile) apollineo e il (sempre più strabordante) dionisiaco. Se, da sempre, l’arte ha rappresentato una risposta e insieme una trasfigurazione del reale, il Caligari di Wiene manifestava un grumo di tensioni che ben poco avevano a che fare col durissimo grigiore materialista di una nazione – solo apparentemente – in ginocchio. Materializzava, piuttosto, tutte le sotterranee tensioni di un’epoca seminale nella storia della Germania, dell’Europa e del mondo.

ESASPERARE L’INVISIBILE

A rendere immortali le forme del Caligari contribuirono in maniera determinante le scenografie di Walter Reimann, Walter Rörig e Hermann Warm, creatori di un profilmico esasperatamente deformato e, alla lunga, paradigmatico per l’intera corrente espressionista. «Per l’artista espressionista ciò che è esterno è apparente. Egli intende rappresentare ciò che è interiore. […] Attraverso l’espressionismo noi comprendiamo come la realtà sia irrilevante e come l’irreale sia potente: ciò che non è mai esistito, ciò che è stato solo percepito, la proiezione di uno stato d’animo verso l’esterno».

Una scena tratta da Il gabinetto del dottor Caligari
La città di Holstenwall disegnata da Walter Reimann, Walter Rörig e Hermann Warm

Basterebbero queste parole del regista a chiarire l’impulso osmotico alla base dell’espressionismo: non più le tranquillizzanti, razionali geometrie del reale, ma le pericolanti, misteriche, ossessive trasposizioni di un immaginario che si estrinseca, facendosi reale. Pur nella semplicità figurativa dei fondali dipinti, le stilizzazioni concretizzavano le paure e le angosce di un popolo, la cui anima pareva sul punto di essere assorbita nelle inquietanti e ingombranti ombre di quei palazzi irrealisticamente allungati, pronti a inghiottire lo schermo, i protagonisti e il pubblico. Ecco spiegata l’iperbolica distanza suggerita dall’altissimo scranno sul quale siede il direttore della fiera (la burocrazia) che si mostra scorbutico con Caligari. Ed ecco esplicitate le punte, i bordi affilati del paesaggio dipinto, come sul punto di infilzare mortalmente i malcapitati.

Una scena tratta da Il gabinetto del dottor Caligari
Una scena tratta da Il gabinetto del dottor Caligari

Ed ecco lo sguardo del povero Cesare, attorniato da una desolante e misteriosa oscurità quasi impenetrabile amplificata dagli iris che aprono o chiudono molte inquadrature. La stessa scelta di un’impostazione nel suo complesso teatrale, privilegiando un montaggio ridotto all’osso e inquadrature molto lunghe, rispondeva all’esigenza di consentire al pubblico di assaporare ogni anfratto oscuro, ogni particolare situato ai bordi dell’inquadratura. Lo spettatore, esattamente come Cesare e Francis, doveva perdersi. E doveva farlo proprio in quella messinscena che, tramite le ombre, esasperava l’invisibile.

I TANTI TOPOI DEL CALIGARI

Il gabinetto del dottor Caligari fu, come detto, l’espressione paradigmatica dell’intera corrente espressionista, tanto da diventare fonti di ispirazione per registi del calibro di Murnau e Lang, oltre ad aver ispirato il noir statunitense con i suoi giochi chiaroscurali. Al centro della vicenda stavano immancabilmente emarginati di ogni sorta, i mostri, individui assillati da angosce, ossessioni e frustrazioni. Sul piano narratologico, questo si concretizzava spesso nella figura del doppio fantasmatico o della dinamica veglia/sonno, in grado di veicolare quanto di più irrazionale fosse custodito nell’animo umano. Immancabile era la bella da salvare, centro propulsivo dell’azione per i protagonisti scissi e disturbati.

Una scena tratta da Il gabinetto del dottor Caligari
Una scena tratta da Il gabinetto del dottor Caligari

Wiene eseguì il compito espressionista disseminando tutta l’opera di doppi, moltiplicando ogni personaggio presente sullo schermo e problematizzando il concetto di verità, più che quello di realtà. Se infatti, nell’ottica espressionista, la realtà è reale esattamente quanto l’immaginario che si imprime su di essa trasfigurandola, è sul piano narrativo che si realizzava l’assoluta novità del Caligari, che poneva le basi per il suo stesso superamento. Moltiplicare i personaggi – e i punti di vista spesso opposti da loro incarnati – significava invitare lo spettatore a una continua e radicale messa in discussione di ogni elemento appreso. Di fondamentale importanza fu, in questa (de)costruzione, la dinamica mai del tutto chiarita che si instaurò tra i padri dell’opera. Gli sceneggiatori Hans Janowitz e Carl Mayer, infatti, non avevano inizialmente tenuto conto né del taglio scenografico prettamente espressionistico che il Caligari avrebbe poi assunto, né di alcun sovvertimento narrativo.

Una scena tratta da Il gabinetto del dottor Caligari
Una scena tratta da Il gabinetto del dottor Caligari

Nelle intenzioni della coppia pare ci fosse una “semplice” allegoria incentrata su un potere cieco, spregiudicato e malato (rappresentato dal dottor Caligari) che manipola per i propri scopi la massa inerme (il sonnambulo Cesare). Fu l’intervento del produttore Erich Pommer, e dello stesso Wiene, a rendere possibile un apparente sovvertimento dell’intento allegorico-satirico, allorchè nelle ultime inquadrature il povero Francis, insieme a tutti gli altri protagonisti della vicenda, si trova rinchiuso nell’ospizio del dottor Caligari.

L’IMMAGINE OLTRE IL SIGNIFICATO

Pur nella penuria di montaggio, Wiene sfruttò appieno le potenzialità già enormi della propria storia, inserendo negli ultimissimi fotogrammi l’enigmatico sguardo di Caligari in chiusura dell’ultimo iris. Non sapremo mai se la volontà del regista fosse effettivamente quella di ribaltare per la seconda volta una verità già più che precaria. E in fondo, gli aneddoti e le dispute ricostruite a posteriori sulla genesi dell’opera corrono il solito rischio: quello di sterilizzare, disinnescare la potenza evocativa del film.

Una scena tratta da Il gabinetto del dottor Caligari
Una scena tratta da Il gabinetto del dottor Caligari

Lo spirito e l’approccio filologico, apprezzabili ma non necessari, nulla aggiungono (né tolgono) a un’opera che a distanza di un secolo rivela ancora la vitalità e la pregnanza di una strutturatissima riflessione sul labile confine tra verità e menzogna, tesa tra gli indefiniti e labirintici spazi di veglia, allucinazione e sogno. La primigenia potenza della macchina-cinema sta principalmente nell’immagine: evocativa, equivoca, sfuggente, drammatica. Lo aveva intuito già Edwin S. Porter nel 1903, con il suo The great train robbery, con un’unica inquadratura (anche in quel caso, quella finale) pensata per enfatizzare il rapporto con il pubblico. Lo ribadiva, con diversi intenti, Wiene. Perché è grazie a opere come Il gabinetto del dottor Caligari che il pubblico e gli amanti del cinema continuano a interrogarsi. Ancora. Dopo un secolo. Lunga vita a Caligari, chiunque egli sia.

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