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Squid Game

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Squid Game, un due tre…sangue!

E’ la serie del momento. “Squid Game” arriva dalla Corea del Sud e batte ogni record. Ma vale la pena vederla?

Tempo di lettura: 4 minuti

Provate ad aprire qualsiasi social in questo preciso momento. Fatto? Vi sfido a non trovare nei vostri feed alcun riferimento – testo, video o immagini – relativo alla serie Netflix Squid Game. L’avete trovato, eh? Non avevo dubbi. Non ne avevo perché la serie proveniente dal Sud Corea è il contenuto Netflix più visto del momento in centinaia di paesi sparsi per il mondo. Non solo. Secondo Ted Sarandos, il co-amministratore delegato di Netflix, Squid Gameè la nostra serie non in inglese di maggior successo e ci sono buone possibilità che diventi la nostra più grande serie di sempre“.

La curiosità di approcciarvi a questa serie vi verrà in un batter d’occhio, così com’è venuta a chi scrive. Quindi com’è questa Squid Game? Vale la pena vederla? E si merita il successo che sta avendo in tutto il pianeta? Domande a cui cercherò di dare una risposta da qui in avanti. Con una precisazione: si astengano deboli di stomaco e coloro i quali “quando di una serie se ne parla troppo vuol dire che…“.

Di cosa parla Squid Game?

Seoul, Corea del Sud. Seong Gi-hun è un uomo a cui la vita sembra aver voltato le spalle. Senza un lavoro, passa le sue giornate a scommettere sulle corse dei cavalli, perdendo spesso e vincendo quasi mai. Il problema è che nel corso della sua esistenza ha accumulato debiti su debiti che non sa come ripagare, con tanto di strozzini che gli stanno alle calcagna tutti i santi giorni. Non può e soprattutto non vuole più dipendere dalla povera madre, malata di diabete e in costante pericolo di vita. Seong Gi-hun ha anche una figlia nata da un relazione con una donna, anch’essa finita nel peggiore dei modi. Per Seong è l’ora di dare una svolta alla sua vita, prima che sia troppo tardi.

Una scena di Squid Game

L’occasione gli viene offerta da un signore distinto che si presenta davanti a lui in una stazione della metro di Seoul. Lo sfida a un gioco, apparentemente semplice. Seong Gi-hun non può immaginarsi che quello è solo l’antipasto di qualcosa di più grande e, soprattutto, di scioccante. Seong si ritrova con altre 455 persone in un grande stanza piena di letti, tanti quanti sono le persone. Per lui, e per tutti gli altri, è l’inizio di un sadico gioco suddiviso in 6 step. I giocatori devono sostenere delle prove che si rifanno ai giochi della loro infanzia (“un, due, tre…stella!”, il gioco delle biglie, il tiro alla fune, ecc.). Chi vince, passa al gioco successivo. Chi perde, muore. Perlopiù in maniera cruenta. Chi arriva al termine dei sei giochi si porta a casa un montepremi in denaro gigantesco. Un montepremi che fa gola a molti in quanto i giocatori si trovano tutti nelle medesime condizioni di Seong, stritolati dai debiti.

Chissà se Hwang Dong-hyuk, autore e regista di tutti e 9 gli episodi della prima stagione, si aspettava un successo così fulmineo della sua serie che ha iniziato a scrivere nel 2008. Per questo motivo respinge al mittente chi lo accusa di aver plagiato altri titoli che un po’ somigliano a Squid Game. Battle Royale di Kinji Fukasaku è l’esempio più lampante. Oppure, per spostarci in occidente, la saga di Hunger Games. O As the Gods Will del prolifico Takashi Miike e, per restare nell’alveo delle serie tv, Alice in Bonderland, sempre battente bandiera Netflix. Simili, sì, ma non uguali. L’ispirazione dell’autore arriva dai fumetti e dall’animazione giapponese, confessando di aver pensato come si sarebbe sentito se fosse stato lui il protagonista di uno di quei giochi mortali. 

Classismo, critica alla società…senza dimenticare l’intrattenimento

E’ interessare constatare come una buona parte dell’audiovisivo sudcoreano abbia un minimo comun denominatore da cui parte per sviluppare una precisa narrazione. Ancora una volta sono le differenze tra classi sociali a finire sotto la lente d’ingrandimento. E’ la società sudcoreana ad essere messa sotto torchio in modo spietato e senza sconto alcuno, divisa com’è tra chi ha le tasche gonfie e chi invece vivi ai margini cercando di non finire stritolato dai debiti. Un assunto tanto caro anche a Parasite, il film sudcoreano che grazie alla sua vittoria dell’Oscar è diventato famoso in tutto il mondo.

Una scena di Squid Game

Ma Squid Game è principalmente una (discreta) serie di puro intrattenimento. Una serie intelligente, che costruisce molto bene i momenti di tensione e si gioca sapientemente la rischiosa carta dei cliffangher che hanno il compito di chiudere ogni episodio. Come accade spesso con i prodotti coreani, anche il prodotto realizzato da Hwang Dong-hyuk gioca con i generi. Ed è così che la serie Netflix ora si traveste da horror/splatter, ora da commedia di stampo sociale, ora da mistery, grazie alla sottotrama del poliziotto infiltrato che cerca di capire cosa si nasconde dietro questo inferno travestito da parco giochi d’infanzia.

Se Squid Game avrà una seconda stagione è ancora presto per dirlo. Da Netflix ancora non si sono sbottonati. Il finale – va detto, al di sotto delle aspettative dell’intera stagione – sembra lasciare intelligentemente uno spiraglio aperto verso un prosieguo della storia.

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