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Cinema

Parasite e l’inconscio

Una lettura interessante e fino a questo momento inedita su Parasite di Bong Joon-ho, uno dei film più apprezzati dell’anno.

Una scena di Parasite

Parlando di Parasite, film del regista coreano Bong Joon-ho, vincitore della Palma d’oro a Cannes, alla luce della costruzione dell’opera che si presta a chiamare in causa più livelli di interpretazione, può essere interessante richiamare alla mente le parole che un eminente psicologo dell’università di Yale, John Bargh, inserisce in un recente saggio dedicato alla “mente inconscia”, il cui titolo in italiano recita “A tua insaputa”: “la mente inconscia condiziona le nostre azioni in maniera potente, spesso invisibile e talvolta spaventosa”.

Una delle modalità con le quali Joon-ho richiama questo concetto in Parasite è l’evocazione della struttura sopra-sotto, annunciata perfettamente dalla primissima inquadratura, molto bella, la quale mostra la visuale della strada che la famiglia ha dal seminterrato in cui vive, prima di scendere e far “cadere” nell’inquadratura il paralume dell’abitazione (ci sarà poi un richiamo a tale struttura top-down, ben più rocambolesca, nella seconda parte del film). In entrambi i casi il binario della realtà, o effetto “di reale”, può essere associato ad una possibile accezione psicologica, in quanto l’enfasi posta sul piano verticale richiama palesemente la metafora freudiana dell’iceberg. Freud la usò per illustrare la sua famosa topica, uno schema della struttura mentale che prevede un inconscio e un preconscio posti direttamente al di sotto del funzionamento psicologico consapevole.

Una scena di Parasite

Il modello freudiano prevede anche che vi sia una tracimazione dell’inconscio nel conscio, attraverso i sogni, quelli notturni e quelli ad occhi aperti, i lapsus, fino ad arrivare ai fenomeni nevrotici e a quelli psicotici. E questo deflusso di contenuti da un’area della mente ad un’altra trova in Parasite una perfetta rappresentazione nelle scene in cui una pioggia improvvisa e inarrestabile porta ad un’alluvione, mentre i membri della famiglia di Kim Ki Woo tornano dalla casa dei padroni nel loro seminterrato. Questa parte del film si chiude con una cristallizzazione di questo fenomeno: la ragazza si trattiene nel bagno colmo di un inquietante liquame nero, che fuoriesce in particolare dal sanitario, l’origine “infera” di questo sconfinamento dell’inconscio nel conscio viene efficacemente suggellata da quest’immagine. A distanza di oltre un secolo circa da Freud, Bargh ci dice però che è meglio pensare alla mente inconscia e a quella conscia come strutture che lavorano gomito a gomito, in particolare quando si applicano come solutori di problemi (problem solvers in inglese).

Passando all’analisi tematica di Parasite emergono conferme della plausibilità di questa chiave di lettura data da ciò che il sapere psicologico ci ha detto sui processi della mente inconscia. Introdotte da un registro piuttosto lontano dal realismo, più vicino al grottesco, notiamo come le caratteristiche che emanano direttamente dallo status sociale dei personaggi caratterizzano profondamente i loro comportamenti, e anche qui Bargh ci viene in aiuto ricordandoci come l’ambiente sia un potente attivatore di comportamenti spesso inconsapevoli, e come essi diventino facilmente incontrollabili. Chi è povero in Parasite è indotto a provare una feroce invidia sociale; non siamo solo in presenza dell’aspirazione ad una vita migliore, ma piuttosto ad una compulsione ad appropriarsi del feticcio rappresentato dalla casa dei ricchi che cresce man mano di intensità e appare evidente come uno stimolo ambientale si impossessi brutalmente della psicologia dei personaggi trascinandoli in una escalation tipica dei processi veicolati da fattori inconsci.

Una scena di Parasite

Questa discesa nell’inconscio è in grado di liberare dinamiche comportamentali basilari, quali quelle di attacco o fuga le cui basi biologiche si situano nel cosiddetto rinencefalo, una porzione del cervello che ci accomuna ai rettili, in quei momenti nei quali il controllo della corteccia superiore, o neocorteccia, si spegne, siamo in presenza delle condizioni propizie per l’esplosione di un’aggressività istantanea che non va tanto per il sottile, e infatti un membro della famiglio di Kim Ki Woo correrà il rischio di trovarsi propria in una condizione simile.

Possibili allusioni alla mente inconscia si trovano anche negli atteggiamenti della famiglia ricca: il capofamiglia fa riferimento al concetto di limite e al suo superamento descrivendo il comportamento nei suoi confronti dell’autista Kim-ki Taek. Questo limite, oltre ad avere una natura socioculturale (padrone-sottoposto, ricco-povero), è prima di tutto inscritto nel funzionamento mentale di colui che lo espone. La psicologia ha chiarito da tempo la potenza della struttura in-group out-group, fin da un famoso esperimento noto come Robbers Cave messo in atto nell’Arkansas dallo psicologo sociale Muzafer Sherif.

Esiste una propensione di base a categorizzare l’ambiente sociale in un noi e in un loro, secondo caratteristiche anche molto superficiali e temporanee, i cui effetti sono potenzialmente molto potenti. E’ lecito pensare che tale limite sarebbe molto diverso se Kim-ki Taek appartenesse allo stesso status socioculturale di Kim ki-Woo, oppure possedesse delle caratteristiche che potessero comunque includerlo nell’in-group del suo datore di lavoro, invece i due si trovano ad essere separati da una vera e propria voragine, il che sarà uno dei motori principali del film.

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