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Sound of Metal: quando il coraggio non basta

Sound of Metal, film Amazon diretto da Darius Marder, è un’opera con un notevole montaggio sonoro ma con qualche pecca di troppo

Tempo di lettura: 3 minuti

Diretto da Darius Marder, Sound of Metal è il titolo del film targato Amazon Prime Video disponibile dal 4 dicembre. La storia è quella del batterista Ruben (Riz Ahmed) e della fidanzata Lou (Olivia Cooke), un duo punk-rock che vive in caravan e gira l’America in tour. La vita di Ruben cambia repentinamente quando il suo udito ha un calo tanto vertiginoso quanto irreversibile, costringendolo presso una struttura gestita da un reduce del Vietnam in cui tutti comunicano a gesti.

Un film senza scrittura

Sound of Metal è un film in cui la scrittura è sostanzialmente assente. Coadiuvato nel soggetto da Derek Cianfrance, Marder (de)scrive ben poco, lasciando buchi grossi come crateri in una storia che si perde spesso strada facendo. Un brandello di idea vincente ci sarebbe pure, cioè quella di non battere le strade dei più banali sentimentalismi, figli naturali dell’idea di sottrarre l’udito proprio a un musicista. Eppure, ciò che emerge da questa sottrazione non dona spessore a una trama, che, basica, scandisce un viaggio emotivo di autocoscienza e consapevolezza.

Riz Ahmed in una scena tratta da Sound of Metal
Riz Ahmed in una scena tratta da Sound of Metal

La perdita dell’udito, in questo senso, è solo l’input che apre a digressioni e riflessioni ulteriori. Talvolta goffamente esplicite, come l’improponibile parallelismo tra la dipendenza da sostanze stupefacenti (Ruben è un ex tossico) e lo spasmodico desiderio di riacquistare l’udito. Talvolta, purtroppo, implicite fino ai limiti dell’ermetismo, come la flebile, appena accennata riflessione sul valore relativo di ciò che si è perso a paragone di quanto si è invece guadagnato (esistono, se non diversi tipi di udito, quantomeno vari modi di avvertire e rapportarsi al mondo?). Sound of Metal scandisce le canoniche tre tappe della vita del protagonista: la manifestazione del deficit uditivo; la vita in comunità; il reinserimento in società. È solo nella fase di mezzo che Marder offre (pochi) spunti di approfondimento psicologico. Il resto del film snocciola snodi narrativi auto-concludentesi, sbrigativi e raffazzonati. Il risultato finale è una narrazione disarticolata e per niente organica, che non incide affatto.

Il coraggio del montaggio

A fronte di una scrittura che latita, Sound of Metal esibisce un interessante lavoro di post-produzione e, nello specifico, di montaggio sonoro. È così che il film restituisce l’esperienza della perdita dell’udito. Lo spettatore inizia a sentire esattamente gli stessi fruscii di Ruben quando la sua sordità si manifesta. Avverte i suoni distorti e sporchi che egli percepisce dopo l’operazione alle orecchie. L’immedesimazione spettatoriale è totale. In questo rapporto sonoro di uno a uno, è come se il profilmico si espandesse a dismisura, fino a inglobare il pubblico in un’esperienza sensoriale che lo chiama direttamente in causa.

Riz Ahmed in una scena tratta da Sound of Metal
Riz Ahmed in una scena tratta da Sound of Metal

È in questa coraggiosa scelta di montaggio che Sound of Metal offre la sua parte migliore, in un caso del tutto peculiare di abbattimento della quarta parete. Ed è per questo motivo che mi sento vivamente di consigliare la visione del film nel silenzio più assoluto, sebbene questo sia ormai un lusso, in questa fase storica senza cinema e senza vita, per noi cinefili. Solo così sarà possibile apprezzare appieno il lavoro dietro le quinte operato dal regista, e immergersi, sperimentare in maniera parecchio realistica l’esperienza di un sordo che tenta di imparare a gestire la sua nuova condizione.

Il poco che resta di Sound of Metal

Contrariamente a quanto immaginassi, Sound of Metal non è quindi un film sulla musica, né tantomeno un film che parla – anche solo tangenzialmente – del genere musicale menzionato nel titolo. Le pecche narrative e strutturali non offuscano l’apprezzabile tentativo di restituire allo spettatore un’esperienza sensoriale il più possibile autentica.

Riz Ahmed in una scena tratta da Sound of Metal
Riz Ahmed in una scena tratta da Sound of Metal

Tuttavia, restando in tema di montaggio sonoro ma discostandoci dal genere, film come A Quiet Place (2018) hanno insistito sul medesimo espediente con risultati a mio parere più convincenti. Se Sound of Metal può sperare di salvarsi dall’anonimato a venire, può forse contare sulla sola interpretazione di Riz Ahmed, convincente e autentico. Non pervenuti, invece, gli altri attori del cast, da Olivia Cooke (pur molto intensa nelle pose da rockstar, inspiegabilmente e repentinamente abbandonate in favore di una mise più che borghese) a  Mathieu Amalric, che timbra il cartellino senza mai offrire lampi del suo estro.

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