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Shining: un viaggio nelle ossessioni di Kubrick

Il 22 dicembre del 1980 usciva in Italia Shining, capolavoro di Stanley Kubrick

Tempo di lettura: 5 minuti

Ho perso il conto delle volte in cui ho guardato e riguardato Shining (1980), così come dei significati che ho tentato invano di attribuire ad alcune scene o particolari che di visione in visione ho notato. Sono stati versati fiumi di inchiostro sul capolavoro di Kubrick e oggi, a quarant’anni dalla sua uscita, c’è davvero poco che io possa aggiungere. Proverò quindi a spiegare quello che, fin da bambina, quando spaventata e piena di inquietudine mi approcciavo alla sua visione, questa incredibile pellicola ha rappresentato per me.

Un film al di là del genere

La prima cosa che, da profani, colpisce, è la scelta del regista di non ricorrere ad espedienti tipici del genere: non c’è nessuno scantinato buio, né porte cigolanti o boschi infestati. L’ambientazione è luminosa, spaziosa e simmetrica. Con Shining, Kubrick si cimenta nell’horror – genere ancora inesplorato –  traendo ispirazione dall’ omonimo best seller di Stephen King edito nel 1977, che gli offre solo uno spunto da cui partire per proporne la propria personale lettura. Sembra infatti che lo scrittore fosse piuttosto scontento della resa finale proprio perché si discostava troppo dal romanzo. È inutile azzardare paragoni tra libro e film, sono due mondi completamente diversi. Disinteressato ai meccanismi classici del genere, Kubrick prende in mano una storia fantastica per raccontare alcune delle sue ricorrenti ossessioni.

Shelley Duvall in una scena tratta da Shining
Shelley Duvall in una scena tratta da Shining

Lascia identica l’ambientazione, l’Overlook Hotel, albergo enorme e vuoto, lontano dal mondo, in cui una famiglia all’apparenza normale, cercando di sbarcare il lunario, accetta un lavoro improponibile che la terrà confinata per mesi in un isolamento completo. Più che un horror, Shining è un thriller fantastico di parapsicologia, un viaggio delirante all’interno delle pieghe della mente di Kubrick che ne precisa la filosofia pessimistica già esplicitata in opere precedenti (ad esempio in 2001: Odissea nello spazio). Una filosofia che si basa sulla convinzione che le radici del male non siano da ricercare in fattori esterni o sovrannaturali ma sono insite nell’uomo: la storia horror ha il vantaggio di permettere allo spettatore di scoprire la parte malvagia dell’essere umano senza necessariamente doversi confrontare direttamente con essa.

La follia tra la visione e la parola

 «C’è qualcosa di intrinsecamente sbagliato nella personalità umana», affermò il regista all’uscita di Shining. E Jack Torrance è l’esempio chiarissimo della crisi della ragione che si manifesta nel contrasto tra visione e parola. Jack infatti, a pochi giorni dal suo arrivo all’Overlook Hotel, è preda di orribili visioni legate a fatti di cronaca nera accaduti in quel luogo molti anni prima. Questo gli renderà impossibile portare a termine il suo romanzo, motivo per cui aveva accettato il lavoro di custode dell’albergo. Non solo, tutto questo farà sì che l’uomo sprofondi in una progressiva schizofrenica follia che metterà in pericolo la sua famiglia. Non riuscirà più a distinguere le allucinazioni dal reale, si convincerà di essere bersaglio della sua famiglia ritenendola causa dei suoi fallimenti. A questo proposito non posso non ricordare una delle scene più iconiche della pellicola: il momento in cui Wendy, la remissiva moglie di Jack, si accorge, sconvolta, che suo marito, nelle interminabili ore che passa a lavorare sul libro, ha soltanto ripetuto all’infinito una frase: «All work and no playmakes Jake a dull boy», tradotta nella versione italiana come “il mattino ha l’oro in bocca”. Jack sta chiaramente soccombendo alla follia.

Jack Nicholson in una scena tratta da Shining
Jack Nicholson in una scena tratta da Shining

Anche suo figlio Danny, grazie alla sua facoltà di vedere tracce di fatti accaduti nel passato in un particolare luogo (la luccicanza, lo shining), è succube di allucinazioni terribili, ma a differenza di suo padre, cerca di contrastarle percorrendo un viaggio a ritroso (esemplificato dalle scene finali in cui ripercorre indietro i suoi passi nella neve per seminare suo padre), lasciando così intendere che le nuove generazioni hanno una chance reale di vincere sulle vecchie, riuscendo a domare la follia.

Le innumerevoli strutture labirintiche

Centrale in questa mastodontica opera cinematografica è l’immagine del labirinto. Se nei film precedenti labirintica era la struttura spazio temporale e gli ambienti caotici, in Shining esso è fisicamente presente non solo nella scena finale ma durante tutto il film, nel groviglio infinito di corridoi e stanze dell’immenso albergo in cui si ripetono (anche nelle fantasie della moquette dei corridoi stessi), identici, sempre gli stessi ambienti. Labirintica è anche la scansione temporale allucinata laddove, causa anche l’isolamento e la tempesta di neve, non c’è più alcuna distinzione tra giorno e notte, tutto sembra un unico interminabile tempo. Come accade a Jack, lo spettatore non riesce più a capire cosa è reale e cosa no. Così, anche l’illusione che il cinema riesca a controllare spazio e tempo viene meno.

Jack Nicholson in una scena tratta da Shining
Jack Nicholson in una scena tratta da Shining

Kubrick ricorre a simboli e metafore di difficile interpretazione, usa doppi, sdoppiamenti, falsi doppi (basti pensare all’amico immaginario di Danny, alla grande quantità di immagini viste attraverso lo specchio, tra cui quella terrificante in cui Danny scrive con un rossetto REDRUM – ovvero MURDER al contrario – sulla porta). Tante le raffinatezze stilistiche e magistrali le prove attoriali, prima tra tutte, quella di Jack Nicholson che, volente o nolente, resterà ancorato al personaggio di Jack Torrance per molto tempo, nonostante le tante memorabili interpretazioni precedenti e successive.

Lo stile del dubbio metodico

Il film deve la sua riuscita ad una realizzazione tecnica eccezionale: l’uso massiccio della steadicam a mano, permettendo movimenti veloci senza vibrazioni né sobbalzi, assicura alle riprese grande fluidità e crea perfettamente l’effetto claustrofobico che Kubrik desidera ottenere. La camera segue infatti gli spostamenti degli attori precedendoli o seguendoli a breve distanza accentuando il carattere labirintico degli ambienti chiusi e dei lunghi corridoi dell’albergo. Anche il montaggio è molto particolare, soprattutto quando, inattese, arrivano le visioni che sopraggiungono alternandosi bruscamente ai primi piani dei protagonisti.

Danny Lloyd in una scena tratta da Shining
Danny Lloyd in una scena tratta da Shining

Shining è, ad oggi, riconosciuto come un capolavoro, ma all’uscita ottenne un’accoglienza tiepida, non solo da parte di chi si aspettava una fedele trasposizione dal romanzo di King, ma soprattutto perché lo spettatore si trovava davanti ad una narrazione frammentaria e inattendibile senza una voce di cui potersi davvero fidare. È un film che spiazza e confonde, e soprattutto che lascia un grande punto interrogativo finale: chi è Jack Torrance? Perché lo vediamo raffigurato nelle foto della hall dell’hotel in epoche diverse? È davvero stato sempre il custode che torna ciclicamente a massacrare la propria famiglia come asserisce Delbert Grady in uno degli incontri allucinati che Torrance ha nel corso della storia? Non lo sapremo mai. Sicuramente l’Overlook hotel più che un posto in cui il tempo segue leggi paranormali, è un luogo archetipico che intrappola le identità e, solo fuggendo come fa Danny, è possibile salvarsi e ritrovare sé stessi. A differenza di suo figlio, Jack Torrance è destinato a perdersi nel labirinto della sua follia, condannato inesorabilmente ad un eterno ritorno.

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