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Bridgerton e il fascino della Regency London

Basato sui romanzi di Julia Quinn, Bridgerton racconta l’ambiziosa corsa al matrimonio nella Regency London.

Tempo di lettura: 5 minuti

Sappiamo bene che alcune serie TV fanno breccia esclusivamente su di una ristrettissima e selezionata cerchia di spettatori, per il loro stampo e la categoria cui fanno riferimento. Il period drama Bridgerton, ideato da Chris Van Dusen e con executive producer niente po’ po’ di meno che Shonda Rhimes, è di sicuro una di queste. Indubbiamente si accalappierà l’attenzione specialmente (o forse solo) delle donne, sia perché il predominio assoluto è dei personaggi femminili, quanto e soprattutto perché la loro storia, in un modo o in un altro, incarna i desideri, le speranze e le paure latenti di gran parte di noi. Ma rincuoratevi, o showrunner di Bridgerton: noi donne rappresentiamo la metà (e qualcosina in più) della popolazione tutta: l’audience da bomba è assicurato.

Maritarsi: la vision della società londinese dell’800

Regno unito, epoca pre-vittoriana. La stagione londinese, cuore pulsante del mondo regency, sta per avere inizio. L’occhio di bue rincorre le vicissitudini di vita della famiglia dei Bridgerton, frizzante e copiosa in quanto a figli: quattro maschi – di cui tre adulti – e quattro femmine. E per una di loro, Daphne (Phoebe Dynevor), è arrivato il momento di debuttare in società, ma riuscire a ritagliarsi un cantuccio laddove esplode un intransigente settarismo ideologico e sociale equivale a cavalcare una tigre. La difficoltà sta nella sovrabbondanza delle pretendenti e, contestualmente, nella necessità di guadagnare anche la benevolenza della regina Carlotta di Meclemburgo-Strelitz, subentrata al potere a seguito dell’incalzare della demenza di suo marito, Re Giorgio III, e tratteggiata come una donna permalosa, suscettibile e facilmente irritabile. Trovare marito era, più che un desiderio, un’impellenza scottante, un dovere, una necessità, una vera e propria vision di vita che aveva tutte le carte in regola per togliere il sonno la notte.

Bridgerton
La regina Carlotta di Meclemburgo-Strelitz con le sue dame di corte

Per facilitare l’operazione sono macinati balli, promenade, cene, picnic e costanti visite dalla modista, il tutto riportato in maniera pedissequa da un diarietto periodico pubblicato anonimamente sotto falso nome, quello di Lady Whistledown, un deus ex machina alla ricerca avidissima di scandali che condisce i racconti con machiavellica malizia. A catturare la sua attenzione è il ritorno di Simon Basset duca di Hastings (Regé-Jean Page), il classico scapolo dissennato e dongiovanni che ha voglia di far tutto tranne che di sposarsi. Per una serie banalissima (dobbiamo ammetterlo) di casualità, Daphne e Simon si incontrano e iniziano a giocare ad un tira e molla appassionato e vivido, e la loro relazione culmina, non sto qui a dirvelo, nel finale più scontato di tutti (le sorti della coppia sono già chiarificate nel quarto episodio) finale che tuttavia perderà il suo tocco fiabesco a causa di un tema scottante che brucia persino attraverso lo schermo e che ci terrà incollati ad esso per seguire passo passo le dinamiche relazionali.

La formalità dei matrimoni combinati

Bridgerton è uno spaccato fedelissimo di un’epoca in cui non avere marito rappresenta uno status sociale sui generis, un’onta che ha il potere di modificare brutalmente e repentinamente l’idea che la società cuce su misura per la donna. Ella soccombe in silenzio a causa di una dittatura emotiva di stampo chiaramente maschilista e viene scansata sia se rimasta nubile per troppo tempo, sia qualora avesse intrattenuto relazioni carnali, divenendo addirittura ‘compromessa’; il celibato è invece ossequiato con deferenza e fagocita costantemente il rispetto nei confronti dell’uomo scapolo, che in quanto tale affascina e magnetizza l’interesse dell’altro sesso.
La società è un campo di battaglia in cui anziché serrare i ranghi per sovvertire una condizione sfinente ed ancestrale di servilismo, le donne si inviperiscono, sgomitando per accalappiarsi il partito migliore.

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Daphne (Phoebe Dynevor) durante un evento a corte

Daphne però ha il fegato di spezzare le catene della prigionia e si ribella a queste sciarade matrimoniali in cui l’unione è combinata su una serie di algoritmi di rango che non hanno né capo né coda e che rappresentano solamente degli arrangiamenti, come la stessa parola inglese ‘arrangement’ suggerisce.
Mentre le altre donne sfoggiano onore, decenza e furbizia, Daphne conquista per la sua strabiliante innocenza e la sua candida ingenuità – tanto nei pensieri quanto nei gesti – infiorettati anche con un pizzico di insolenza, quella sana che aiuta a sconfiggere la retrograda sopraffazione di genere. In un’ottica in cui le donne sono da esposizione, come in una vetrina, in attesa di essere notate e scelte, Daphne ha una forza d’animo connaturata che la spinge a cercare col lanternino il vero amore, noncurante delle aspettative della sua famiglia e della società.

La sagace originalità di Bridgerton

Bridgerton reclama sicuramente la sua eccentrica singolarità con il personaggio di Lady Whistledown (la voce è quella di Julie Andrews), l’audace narratore extradiegetico della storia che dà un tocco di freschezza alle vicende, sollevandole dalla gravosa pena d’animo con cui le si viveva. Per quanto il linguaggio sia forbito e il relazionarsi raffinato ed elegante, sentiamo di essere stati lanciati in un period drama che ha voglia di modernizzarsi, congegnando un plotone di personaggi tanto variegati tra di loro quanto squisitamente sopra le righe, e che proprio per questo cozzano un po’ con la formalità dell’epoca. Primo fra tutti, il personaggio della Regina Carlotta interpretata da una più che convincente Golda Rosheuvel, ma sa emergere anche quello della sorella minore di Daphne, Eloise, ragazzina sarcastica e beffarda che nuota contro corrente desiderando acculturarsi piuttosto che maritarsi.

Una scena di Bridgerton

Suggerisco di tenere duro durante la visione dei primi due episodi, che hanno l’arduo compito di presentare un tema ampiamente ritrito. Sin dai primissimi momenti, infatti, assaporiamo un retrogusto tematico che con mente e cuore ci riporta ad Elizabeth Bennet, la protagonista dell’intramontabile Orgoglio e Pregiudizio, di cui Daphne ricalca anche la ritrosia a piegarsi ai costrutti sociali. Del resto, il periodo storico è esattamente lo stesso: si ha da fronteggiare l’incombenza di convolare a nozze il prima possibile per smaltire gradualmente la copiosità delle figlie a carico, cosa che all’epoca si prestava benissimo ai traccheggi di due amanti tra passione ed ostilità.

Altro punto a suo favore: Bridgerton non ha una trama didascalica e lineare; si avvale di una serie di plot twist inattesi e spumeggianti (la mano di Van Dusen, sceneggiatore di Grey’s Anatomy dal 2005 al 2012, si percepisce benissimo) che sanno ritmare la narrazione, movimentarla e, magicamente, mantenere fedele l’attenzione dello spettatore.
In linea di massima, prima di iniziare Bridgerton, sappiamo già a cosa andremo incontro, ma per chi è cresciuto a pane e Jane Austen, non se ne ha mai abbastanza dei tormenti d’amore ottocenteschi.

Leggi anche: Normal People e la sublimazione del linguaggio metacomunicativo

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