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Una scena de La vérité

Venezia 76

Da Le verità a Storia di un matrimonio: Venezia 76 inizia col freno a mano tirato

Le nostre impressioni sui primi film in concorso a Venezia 76

La vérité
Tempo di lettura: 5 minuti

Sono passati appena due giorni dall’inizio della settantaseiesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, ma per Ultima Razzia è già tempo di primi bilanci. Quattro, finora, le opere in concorso, che hanno lasciato il pubblico leggermente tiepido rispetto alle aspettative.

KORE’EDA E LE VERITÀ SCOMODE

Reduce dal successo ottenuto a Cannes, dove l’anno scorso ha trionfato con il meraviglioso Un affare di famiglia, Hirokazu Kore’eda si presenta al pubblico veneziano con Le verità (La vérité). Una storia intima, con protagonista un’anziana star del cinema (Deneuve) costretta a fare i conti con una figlia (Binoche) che troppo spesso ha trascurata in tenera età, e con una serie di scomode verità e tragicomiche vicende sentimentali scaturenti da uno status di diva impenetrabile e cinica, incapace di difendersi dallo scorrere del tempo e dalle sofferenze di relazioni sentimentali mai curate

Kore’eda analizza rapporti familiari (quasi) incancreniti, la tirannia del tempo, l’autopercezione del se

L’esordio in una produzione estera, per Kore’eda, si rivela più complicato del previsto. Poche e sbiadite le tracce della sua autentica e consueta vena poetica. La famiglia, topos prediletto, trova qui una declinazione meno convincente, controversa e viscerale di altre opere. Il consueto semi-immobilismo della macchina da presa, dove la stasi è funzionale allo svelamento della poesia quasi nascosta delle cose o del dettaglio illuminante, lascia in Le verità spazio ad una verbosità insolita ed a volte gratuita. Kore’eda analizza rapporti familiari (quasi) incancreniti, la tirannia del tempo, l’autopercezione del se; parla, in generale, della Verità e delle conseguenze che essa comporta, utilizzando però un tono quasi da commedia francese (il rimando ad alcune opere di Assayas è lampante) che pare manovrare con scarsa dimestichezza. Un’opera che, se isolata dal corpus del regista di Tokyo, sarebbe comunque godibile. Tuttavia il curriculum di Kore’eda ci impone una riconsiderazione – tutta al ribasso – di un’opera in cui il regista, in verità, dimostra di stare quantomeno scomodo. Ed in cui l’unico punto luminoso è costituito dal duo Deneuve/Binoche, entrambi entusiasmanti.

UN’ALTRA STORIA DI EMANCIPAZIONE: LA CANDIDATA DI HAIFAA AL-MANSUOR

The perfect candidate è il titolo della seconda opera della regista Haifaa al-Mansour, che continua a raccontare una delle realtà politico-sociali più complesse del pianeta: quella delle donne in Arabia Saudita. Protagonista della vicenda è una giovane dottoressa, Maryam (Al Zahrani), che decide di candidarsi alle elezioni comunali del proprio paese per sfidare una mentalità maschilista, immobilista e retrograda.

Mila Alzharani

Anche l’opera della regista araba ci lascia con più d’una perplessità. La storia di emancipazione e di lotta, senza alcun dubbio urgente e cogente presso pubblici altri (pensiamo, ad esempio ed innanzitutto, a quello arabo), rischia di mescolarsi nell’enorme calderone del già-visto o del già-detto in un contesto occidentale. Il film non è certo realizzato male, ma non si discosta in nulla dalla sterminata “scia rosa” di larga fetta del cinema contemporaneo. Per di più, risulta allarmante la veste di The perfect candidate, molto più consona ad un format televisivo che ad un (qualsiasi) festival del cinema. L’assenza ingiustificata di una fotografia minimamente espressiva, così come le prove non esattamente esaltanti degli attori tutti, appesantiscono un’opera in larga parte prevedibile e afflitta da qualche tempo morto di troppo.

LE MAGNILOQUENTI STELLE DI JAMES GRAY

Si intitola Ad astra il nuovo film di James Gray, con protagonista Brad Pitt nei panni di un esploratore spaziale che, per salvare il mondo e ritrovare il padre scomparso in una missione spaziale anni prima, decide di intraprendere un viaggio astrale fino ai confini dell’universo conosciuto.

Brad Pitt

Magniloquente, enfatico, costoso: manifestamente hollywoodiano. Il film di James Gray è tutto questo. I viaggi interstellari ed i limiti della conoscenza umana trovano concreta applicazione in un rapporto padre-figlio che supera il tempo e lo spazio, e che trova modo di esplicarsi e risolversi nonostante le inclinazioni quasi superomistiche di un anziano (un intenso Lee Jones) che non intende abdicare ai propri limiti fisici, biologici e cognitivi, preferendo l’esplorazione dell’ignoto al pacificante amore familiare. Eppure, prevedibilmente, ciò che viene (in apparenza) cacciato dalla porta rientra dalla finestra. Il nostro protagonista troverà modo di ribadire che nonostante tutto, l’amore è l’unica ancora di salvezza esistenziale persino in un mondo in cui nemmeno la gravità è un dato certo. Il lato avventuroso e fantascientifico di Ad astra, nel corso del suo farsi, cede spesso il passo a lunghi monologhi: quelli di un uomo che, sebbene si presenti inizialmente quasi come un anti-eroe esistenzialista, finisce pian piano per appiattirsi su modelli collaudati e pacificanti. Decisamente lungo e talvolta prolisso, Gray avrebbe certamente beneficiato di qualche pesante intervento in fase di taglio. Canonica, nel complesso, l’interpretazione di Brad Pitt.

LA BELLEZZA DI UN MATRIMONIO FINITO

Al secondo giorno di proiezioni, è certamente Storia di un matrimonio (A marriage story) la nota più lieta del Festival di Venezia. La vicenda raccontata da Noah Baumbach è convincente: divertente ed in egual misura delicatamente struggente. Adam Driver e Scarlett Johansson vestono i panni di due giovani genitori alle prese con un imminente divorzio dopo una storia d’amore travolgente ed intensa: tra avvocati spietati, ripercussioni lavorative e nuovi equilibri da ridisegnare, il loro rapporto andrà incontro a periodi di tempesta e di rinnovata quiete.

Scarlett Johansson e Adam Driver

Baumabach dosa con sapienza gli ingredienti del dramma e della commedia, alternando con efficacia esilaranti scambi di battute e silenzi pesanti come macigni, riso ed introspezione, ironia e crudo realismo. Tutto si tiene in equilibrio all’interno di Storia di un matrimonio, e nulla è lasciato al caso in una sceneggiatura solida e strutturata. Nonostante la lunghezza apparentemente proibitiva, il tempo vola al pari della vicenda, e lo spettatore è compartecipe di un turbinio di emozioni in cui l’empatia è la chiave di volta del film. Baumbach, nel raccontare una vicenda ispirata a fatti autobiografici, opera il piccolo miracolo dell’equidistanza e dell’imparzialità, lasciando allo spettatore il non semplice compito di assistere impotente ad una separazione dolorosa non meno che poetica, almeno in certi momenti. Storia di un matrimonio vanta anche una fattura straordinaria nella sua raffinatezza. Memorabile il piano-sequenza di una magnifica Johansson che passa dal riso al pianto in pochi minuti; straordinario il Driver padre premuroso e talvolta rabbioso, intonato ed intenso persino nella sua prova canora. Irripetibili, entrambi i protagonisti, negli scambi di battute nei quali la tenerezza di un tempo si mescola alla rabbia di ciò che – loro malgrado – non è più. Un film assolutamente da non perdere.

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