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Marlene Dietrich

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Marlene Dietrich: un’icona gender fluid

Un’omaggio a Marlene Dietrich, donna sinonimo di rivoluzione

Tempo di lettura: 7 minuti

Veniva alla luce più o meno centoventi anni fa Marlene Dietrich: nata a Berlino nel 1901, la prima parte della sua carriera la dedica al teatro per poi dare inizio alla proficua collaborazione con il regista Josef Von Sternberg.

Una donna sinonimo di rivoluzione

Per comprendere la portata divistica rivoluzionaria di Marlene Dietrich è necessario collocarla all’interno del sistema produttivo nel quale si muove, quello hollywoodiano. All’inizio del Novecento Hollywood, attraverso il suo star system, è uno dei riferimenti principali (se non il principale) per la costruzione dell’identità femminile. La teoria femminista che si sviluppa negli anni Settanta (Feminist Film Theory) vede il cinema hollywoodiano classico come mezzo di potenziamento delle relazioni sociali patriarcali, dove la donna è ridotta a mero spettacolo sessuale. Partendo dalla nozione di male gaze elaborata dalla critica femminista Laura Mulvey, secondo la quale il cinema hollywoodiano è sempre stato visivamente caratterizzato da una prospettiva esclusivamente fallocentrica, risulta evidente quanto la figura femminile sia sempre stata relegata a componente passiva e specificatamente subordinata allo sguardo maschile.

Josef von Sternberg e Marlene Dietrich

Con Marlene Dietrich questa rappresentazione viene messa in discussione da più punti di vista.
La figura di Dietrich, infatti, delinea una forma di divismo in grado di riflettere le necessità della società femminile. Quando parliamo di sessualità riferendoci a questi film non parliamo del piacere voyeuristico maschile nel vedere un corpo nudo. Piuttosto, dell’emancipazione che attraverso il corpo della diva sperimentano molte donne, identificandosi nella diegesi del film. Ed è proprio questa la forza del divismo della femme fatale tedesca: un corpo che porta con sé istanze di rinnovamento che sono tutt’altro che banali, e che, anzi,  permettono e legittimano condotte che non troverebbero riconoscimento altrove. La forza della Dietrich è, quindi, quella di essere una diva che dialoga con il pubblico femminile. E che, decodificando regole inscritte nel cinema hollywoodiano, riesce a sostenere il cambiamento in atto e le posizioni più marginali. 

Le collaborazioni con Josef von Sternberg

L’identità di Marlene Dietrich è in gran parte costruita su una fluidità di genere, e le collaborazioni hollywoodiane con il regista Josef von Sternberg nei primi anni Trenta sono tra le più audaci nel trasgredire le nozioni di femminilità tradizionali. Sternberg costruisce insieme a Marlene la sua immagine, il suo personaggio. La coppia realizza insieme ben sette film : L’angelo azzurro (Der blaue Engel, 1930), Marocco (Morocco, 1930), Disonorata (Dishonored, 1931), Shanghai Express (1932), Venere Bionda (Blonde Venus, 1932), L’imperatrice Caterina (The Scarlet Empress, 1934) e Capriccio spagnolo (The Devil is a Woman, 1935).

Marlene Dietrich in una scena di Shanghai Express
Marlene Dietrich in una scena di Shanghai Express

Tutte le pellicole raccontano storie fondamentalmente diverse, ma ognuna di esse ruota intorno alla Dietrich come un personaggio potente e di grandi dimensioni, con un passato esplicitamente sessuale, che cammina sulla linea tra il giudizio della società e l’orgoglio personale. La chiave delle trasgressioni della Dietrich non è data solo dalla sessualità molto appuntita dei suoi personaggi, ma anche dal fatto che ibridino mascolinità e femminilità. Allo stesso modo, la Dietrich rifiuta di recitare strettamente all’interno di una modalità eteronormata del desiderio. Sebbene ognuna delle collaborazioni con Sternberg sia incentrata su una storia d’amore eterosessuale tra la Dietrich e un uomo, i film sono carichi di allusioni alla bisessualità. Per comprendere a fondo la portata di Marlene Dietrich è utile concentrarsi sui tre film che ne esemplificano più di tutti la figura: L’angelo azzurro, Marocco e Disonorata.

L’angelo azzurro 

L’angelo azzurro è forse uno dei film più importanti nella storia della Repubblica di Weimar. Convenzionalmente ritenuto il primo film sonoro tedesco, è anche la prima opera in cui ammiriamo il sodalizio perfettamente sinergico tra il regista Josef von Sternberg e Marlene Dietrich, a tutt’ oggi una delle collaborazioni più importanti della storia del cinema mondiale. Ancora immersa nelle sinistre atmosfere espressioniste, questa pellicola renderà Dietrich una diva e la porterà a ottenere un contratto con la Paramount.

Marlene Dietrich in una scena de L'angelo azzurro
Marlene Dietrich in una scena de L’angelo azzurro

Il ritratto che Dietrich realizza di Lola Lola, cantante-ballerina di un locale notturno, influirà intensamente nella costruzione della femme fatale che domina il ciclo dei film noir nella Hollywood del decennio successivo. La chiave dello strano potere esercitato dalla protagonista risiede nella straordinaria sessualità che Sternberg le dona. Incarna tratti maschili e femminili nel modo in cui comunica, si veste, si muove. Già da questa prima pellicola, Dietrich delinea quelle che saranno le costanti della sua personalità. Insieme ad accessori femminili come calze a rete e giarrettiere, figura anche un cappello a cilindro, accessorio maschile per antonomasia. In questo modo ella passa senza soluzione di continuità dall’essere oggetto passivo del desiderio a soggetto sessualmente attivo e sicuro, utilizzando talvolta la sua sessualità come un’arma. Dietrich riesce a creare un modello squisitamente tedesco, ma la Paramount, che immediatamente le offre un contratto, tenta di rimodellarlo contaminandolo con gli standard hollywoodiani.

Marocco

Marocco è il primo film americano della coppia. Anche in questo caso von Sternberg tende a sottolineare la fragilità della cantante di cabaret Amy Jolly. È in questa pellicola che la fluidità di genere di Marlene Dietrich raggiunge livelli mai visti prima, infrangendo il Codice di censura e dando spazio a nuove forme di attrazione sessuale. Come farà qualche anno dopo la Regina Cristina di Greta Garbo, Amy Jolly supera le limitazioni morali della società americana, dando vita a un personaggio che accenna alla bisessualità. E infatti, nella scena più interessante del film, un uomo flirta apertamente con la Dietrich durante uno spettacolo. Piuttosto che assecondarne i desideri, tuttavia, la Dietrich rifiuta le sue avances e porge invece un bacio all’assistente femminile dell’uomo. Non si tratta soltanto di una rappresentazione lesiva delle regole del Codice Hays, che proibisce esplicitamente le rappresentazioni omosessuali, ma di un momento che è chiaramente configurato come un rifiuto dell’attenzione di un uomo in favore di una forma alternativa di piacere sessuale. Si tratta di rappresentazioni sfidanti una comprensione limitata sia dell’identità personale che del desiderio erotico.

Marlene Dietrich in una scena di Marocco
Marlene Dietrich in una scena di Marocco

Dietrich afferra simboli di autorità tradizionalmente maschili e li integra nelle sue interpretazioni: Amy Jolly sale sul palco per la sua performance musicale indossando uno smoking. La costruzione di base della scena è quella della donna di spettacolo che si esibisce per una stanza colma di uomini guardinghi, ma l’abbigliamento della protagonista ribalta le dinamiche di potere convenzionali. Indossando uno smoking, esso stesso un simbolo di potere mascolinizzato, Marlene Dietrich riafferma un livello di potere e di controllo che è tipicamente negato alle donne sullo schermo.

Disonorata  

Disonorata è una delle pellicole meno discusse della coppia. Ambientato durante la Prima guerra mondiale, la storia ruota attorno a una prostituta arruolata dal governo per impegnarsi in atti di spionaggio e costretta ad utilizzare la propria sessualità per sopravvivere in una società ostile e patriarcale. Fucilata da un plotone d’esecuzione per aver tradito il suo paese, la protagonista di Disonorata muore. Un messaggio, quello di questo film, che pare suggerire che una donna forte, indipendente e senza vergogna può essere se stessa, ma anche che questa scelta la porterà inevitabilmente alla morte. È questa circostanza, la morte come unico trionfo disponibile, che sembra essere al centro di Disonorata e che lo distingue dalle altre pellicole del ciclo.

Marlene Dietrich in una scena di Disonorata
Marlene Dietrich in una scena di Disonorata

Il personaggio di Dietrich, in questo film, è quello di una donna posta al di fuori delle norme della società: la sua prostituzione la definisce per tutto il film. Molte delle pellicole di Sternberg-Dietrich trattano della posizione delle donne nella società e delle strategie che le donne sono costrette a utilizzare per sopravvivere. In tutte si è consapevoli delle disuguaglianze sociali sotto le quali le donne cercano di operare, ma indubbiamente la prostituta è la manifestazione più visibile della posizione delle donne in una società patriarcale: la sua natura sessuale la definisce e la rende emarginata. Il suo personaggio non viene quasi mai nominato, nel film è per lo più solo un numero, X-27 o “donna”. L’assenza del nome può renderla iconica, ma può, parallelamente, anche ridurla a mero oggetto. È come se questa donna, il cui corpo è ben disposto ad essere conosciuto, rendesse inconoscibile il resto di sé. La sua prostituzione definisce come viene guardata, ma non come ella guarda se stessa. Molto si è scritto sull’importanza dello sguardo nella rappresentazione delle donne nei film. O nell’interpretazione a esso sottesa propria sia dei personaggi maschili che del pubblico, quando si rivolgono verso la donna rappresentata. E tuttavia, in Disonorata, lo sguardo più potente è quello della stessa protagonista, la quale, costretta ad essere definita dal suo corpo e dal suo sesso, decide di utilizzarli come armi.

Marlene Dietrich
Marlene Dietrich

Anche Shanghai Express (1932) e Venere Bionda (1932) ritraggono donne che ricevono giudizi e disprezzo dagli uomini e che lottano con il loro senso di indipendenza sessuale e di potere. Entrambi i film terminano con una sorta di riconciliazione tra Dietrich e il suo amante (anche se il tono del finale di Venere Bionda è molto ambiguo a questo proposito), suggerendo efficacemente un incontro tra le donne e le aspettative patriarcali poste su di loro. Questo non è il caso di Disonorata, dato che la protagonista, pur avendo l’opportunità di ritrattare i propri crimini, si rifiuta e viene per questo giustiziata. Narrativamente la sua esecuzione è per tradimento, ma tematicamente Dietrich è davvero accusata della sua stessa sessualità. Ella viene uccisa perché non rientra in una comprensione (limitata) di ciò che è una “buona donna”. Questo è enfatizzato non solo dal suo passato, ma anche dalla scelta del vestito per la sua esecuzione, lo stesso che indossava come prostituta. 

Con una carriera che attraversa gran parte della storia del cinema statunitense, Marlene Dietrich è riuscita a creare un modello di femminilità inedito e difficile da replicare. Forse ora più che mai avremmo bisogno di un’icona come lei.

Leggi anche: Giulietta Masina, la musa di Federico Fellini

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