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Cinema

Elegia Americana, un’occasione cinematografica da valutare premurosamente

Con Elegia Americana ci si tiene volontariamente lontani da qualsiasi declinazione sociologica e politica; è, al contrario, una storia di scelte giuste e sbagliate.

Dopo un brevissimo ancoraggio nei cinema statunitensi, Netflix distribuisce Elegia Americana (Hillbilly Elegy il titolo originale), l’ultima pellicola firmata Ron Howard, da martedì 24 novembre disponibile in catalogo. Lo script è liberamente ispirato dalla storia di vita di J.D. Vance che nel 2016 aveva pubblicato un libro dal titolo omonimo, aggiungendo un sottotitolo sul quale, nella trasposizione cinematografica, si è deciso volontariamente di glissare: ‘A Memoir of a Family and Culture in Crisis’. Un vero peccato, dal momento che forse la chiave di volta per un’interpretazione pulita ed avulsa da critiche piccate potrebbe risiedere proprio in questa asciutta anticipazione.

Una matrice culturale svantaggiosa

I background scenografici di J.D. sono due: la città in cui sono nati i suoi nonni materni – Jackson, in Kentucky – e Middleton, in Ohio, che gli ha dato i natali e se lo è portato in grembo fino alla tarda adolescenza.
La differenza tra i due stati è sostanzialmente nulla, poiché la genesi socio-culturale è unica: il contesto è quello montanaro degli Appalachi, la catena che decora la configurazione della East Coast, dal Canada all’Alabama. Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio topos inteso in senso letterario e metaforico: ‘Hillbilly’ è il soprannome della comunità bianca che vive in quest’ampia zona, ma è anche un’espressione che esprime una posata ripugnanza per chi, lontano dalle metropoli, sposa una clausura geografica volontaria. Questa distanza fisica, a detta dell’establishment urbano, implementa un’anedonia intellettuale che ha radici nella rozzezza delle maniere e nella degradante banalità delle azioni.

Elegia Americana

Lo stile di vita di questa comunità è indubbiamente frugale, semplice e genuino; e la rusticità dei costumi, per partito preso, è giudicata come sinonimo di dilagante ignoranza. Se per ignoranza vogliamo intendere una ridotta o forse del tutto mancante erudizione, su questo non si può discutere: in Elegia Americana la famiglia di J.D. si interessa poco quanto niente del bon ton e di altre finezze manierate. La durezza di una vita che arriva sempre come un gancio destro inaspettato non consente di soffermarsi su frivolezze prive di utilità, ma la risoluta praticità con la quale macinano gli anni di vita di certo non li rende dei selvaggi in quanto a sentimenti. Con J.D., sua madre e sua nonna in Elegia Americana consultiamo un registro sentimentale commuovente ma mai, in nessun momento, smielato.

L’anomalia cromosomica della famiglia Vance

Le tre generazioni a confronto di Elegia Americana sono, da un punto di vista di genere, in rapporto di uno a due; J.D., ragazzino timido, impacciato ma dal cuore grande si relaziona con due donne: sua madre Beverly, attorno alla quale fluttua con forza centrifuga la sua vita – a causa dell’assenza del padre e di una figura paterna valida che uno dei qualsiasi compagni di sua madre avrebbe potuto ricoprire – e la nonna Mamaw, per metà pozzo senza fondo di saggezza spicciola e per metà placenta surrogato di una figlia troppo spesso in balia dei suoi demoni.

La madre di J.D. raggiunge vette altissime di brio e allegria, cui spesso seguono crisi isteriche apparentemente immotivate, ma chiaro replay della violenza domestica inflitta per anni da ciascuno dei suoi genitori all’altro. Bev assorbe come una spugna questi vissuti traumatici e li trasforma inconsciamente in una rabbia virulenta che vomita costantemente su J.D., talvolta finendo persino per aggredirlo fisicamente. Nel corso dell’adolescenza di J.D. Mamaw si vede così costretta a cambiare pelle, da nonna a compagna di giochi, da cuscinetto salva-colpi a life coach fino a ricoprire, un po’ per gioco ed un po’ per davvero, il ruolo di tutore.

La vita di Beverly si perde in una spirale altalenante di dipendenza da droghe e posticcia sobrietà alla quale aspira senza crederci poi più di tanto. L’unico ponte con la realtà è la relazione con J.D., inquinata da un igiene mentale vacillante e morboso. J.D. si vede crescere tutto d’insieme e vivere un’adolescenza a parti invertite, frullando una forza d’animo paranormale ed una disumana comprensione per la madre sprovveduta e troppo impulsiva di cui deve anche prendersi cura, sino addirittura ad arrivare a chiedersi ‘come farà ad imparare?’ al suo ennesimo crollo emotivo.

Ruotare la cinepresa spirituale

Per molti Elegia Americana sciorina distrattamente la storia dell’ennesimo riscatto sociale, di quel ‘uno su mille’ che riesce a svincolarsi dall’habitat naturale di nascita per svolazzare alla ricerca di uno in cui possa adattarsi nonostante le differenze di specie.
Questo è il motivo per il quale la pellicola è stata stroncata ripetutamente: ci si aspetta di leggere forzatamente un’accusa contro una realtà provinciale asfissiante e menomante, mentre l’opera, al contrario, non ha il minimo desiderio di colpevolizzare le famiglie di serie B, nè di indicizzare statisticamente quanto esse rappresentino un deterrente per potersi poi tuffare in società. A sostegno di ciò il sottotitolo, che accenna a ‘una crisi di una famiglia e di una cultura’, senza specificare che la prima sia causata dalla seconda.
Ci si tiene volontariamente lontani da qualsiasi declinazione sociologica e politica, ma la scelta sembra essere stata digerita davvero male.

Basterebbe ruotare di qualche grado la cinepresa spirituale per avere una visione meno imprecisa del film. Elegia Americana potrebbe volerci raccontare di sensi di colpa, perdono, rancore? Potrebbe, ancora, mostrarci come spesso una stessa persona può essere vittima, carnefice e salvatore allo stesso tempo? Un timido insegnamento di come ci si trovi costantemente ad un bivio: ricambiare il male subito o trasformarlo in una lezione di vita. Insomma, se me lo chiedessero, io risponderei che Elegia Americana non è una storia di azioni giuste o sbagliate, ma di scelte giuste o sbagliate.

Elegia Americana

Il triage tecnico del film

E’ doveroso sottolineare che sicuramente Elegia Americana non brilla. La storia si presta ad un ritmo filmico incalzante, ma non riesce a spiccare il volo, causa forse un montaggio poco raffinato, privo della maestria di cui abbiamo potuto godere in altri film con al timone Howard.
In soccorso il triage tecnico composto dalla colonna sonora di Hans Zimmer e l’interpretazione di due attrici con la ‘a’ maiuscola. Su Glenn Close è cucito a misura il ruolo di Mamaw, donna che non si fa turbare dalla vita e che le risponde direttamente a tono. Se trucco e parrucco influiscono sulla somiglianza alla Mamaw originale, la riuscita del personaggio risiede nella performance della Close che convince nei suoi modi burberi, negli sguardi dolcemente scostanti e nella tacita accondiscendenza nei confronti della figlia rotta.

Ad Amy Adams non sono certo mancati, nella sua ventennale carriera, ruoli di spessore come in Animali Notturni, Big Eyes, Arrival, The fighter, The master, American Hustle, Vice – L’uomo nell’ombra, eppure, a detta della giuria, le è sempre mancato quel quid per potersi aggiudicare l’Oscar. Bev è un personaggio chiave nel racconto, ma non è il personaggio. La sua dipendenza è accroccata a scene, seppur ricche di tensione, quantitativamente poche, che spesso ci lasciano immaginare il suo tormento, senza mostrarcelo mai con tutta l’intensità papabile, che la Adams sarebbe certo riuscita a raggiungere senza dubbio alcuno.
Nel mare magnum delle ultime edizioni degli Oscar, tuttavia, la qualità ha avuto la meglio sulla quantità, e nulla ci proibisce di sperare che la sua performance in Elegia Americana, per quanto mutilata, possa convincere chi di dovere come ha convinto (a quanto pochissimi di) noi.

Elegia Americana

Il dente avvelenato della critica su Elegia Americana è, senza troppi giri di parole, quello di una platea superficiale, che abbisogna di una corrispondenza pedissequa con i libri da cui i film sono tratti, che impallidisce quando la sceneggiatura si azzarda a variare per apostrofare maggiormente un aspetto piuttosto che un altro e che non sa far altro che scandalizzarsi quando il messaggio del film – che ne rappresenta l’anima – non arriva telegrafico e manifesto.

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