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Lucia Bosè e Massimo Girotti in Cronaca di un amore

Anniversari

Cronaca di un amore, la desacralizzazione del Neorealismo

A 70 anni dall’uscita nei cinema, Cronaca di un amore, il primo film diretto da Michelangelo Antonioni, desacralizza l’epica del Neorealismo.

Cronaca di un amore, primo film di Michelangelo Antonioni del 1950, si nutre in qualche misura dell’eco della grande stagione neorealista, che in quel momento storico stava dando fama immortale al cinema italiano, e sembra in particolare confrontarsi con l’opera che aveva in qualche modo dato il la a questo nuovo modo di fare cinema, ovvero Ossessione di Luchino Visconti del 1943. Sussistono infatti trai due film chiare analogie di trama; in entrambi sono presenti una coppia di amanti che cospirano contro il marito di lei. C’è poi un attore che interpreta lo stesso ruolo nei due film, si tratta di Massimo Girotti; tra le ambientazioni dei due film compare inoltre Ferrara, con cui lo stesso Girotti aveva un legame particolare, tanto che dopo la sua morte in quella città gli fu intitolata una strada.

Massimo Girotti

In più, rispetto a Ossessione, ci sono elementi del poliziesco, che danno al film un tono più da commedia. Il legame col neorealismo in Cronaca d’amore viene rielaborato in modo originale, nel film di Antonioni non c’è quello sforzo di rendere uno sguardo puro sulla realtà che caratterizzava i grandi capolavori neorealisti.
Proseguendo nel parallelo con Ossessione di Visconti, nel film del 1943 i due amanti agivano come spinti da una forza superiore, erano eroi tragici sospinti nelle loro azioni dal fato, mentre qui Girotti e la Bosè sono personaggi molto più prosaici, mossi spesso da doppi fini e grettezze – Lucia Bosè fa capire, ad esempio, che farebbe fatica a rinunciare al lusso che Girotti, al contrario del marito ricco, non le può offrire.

La differenza tra Lucia Bosè, che nel film aveva solo diciannove anni, e Clara Calamai, la moglie sedotta da Girotti in Ossessione, salta agli occhi: la prima ha il glamour di una donna dell’alta società, tra macchine di lusso e vestiti costosi, e ha delle pose affettate che l’altra invece, donna del popolo, non mostra. La differenza è fisica prima che drammaturgica, tra le due donne: la bellezza della Calamai ha qualcosa di Anna Magnani, che pur non essendo propriamente bella era stata la prima scelta di Visconti per quel ruolo, evoca la potenza drammatica dell’attrice romana, mentre Lucia Bosè fa pensare ad una Brigitte Bardot, richiamando una femminilità più moderna e sfaccettata.

Lucia Bosè

Dalla noia della Bosè che finge di avere l’emicrania per evitare il marito si arriverà poi alle donne eteree e trasognate che Antonioni farà interpretare spesso a Monica Vitti – per esempio in Deserto Rosso del 1966. Antonioni infatti farà dell’alienazione dei suoi personaggi, specialmente quelli femminili, corrosi dalla noia esistenziale fin quasi al silenzio– i suoi film hanno spesso sequenze poco parlate – una sua cifra stilistica, e quello interpretato da Lucia Bosè ha già qualcosa di loro. Ecco quindi che Cronaca di un amore può essere visto come una desacralizzazione del neorealismo, l’uscita dal mito effettivamente monolitico di uno sguardo ingenuo sulle cose, per abbracciarne un altro che tenta di far luce su una realtà più a tutto tondo.

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