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Crimes of the future

Cinema

Crimes of the Future, la bellezza interiore come estetica percettiva per Cronenberg

Crimes of the Future è una “banalissima” (se tale si può definire) operazione di scoperchiamento psicologico, che vede i protagonisti prendere lentamente coscienza della propria condizione, ovvero quella di fabbricatori di bellezza interiore nella sua accezione assolutamente non canonica.

Tempo di lettura: 6 minuti

Dopo un fermo artistico prolungatosi per otto anni (l’ultima volta che lo avevamo visto dietro la mdp era stato nel remoto 2014 con Maps to the Stars) David Cronenberg si impone nuovamente all’attenzione della settima arte con Crimes of the Future. Gemello – ma solo nell’onomastica – di un altro film del regista canadese del 1970, Crimes of the Future riprende i grandi filoni contenutistici del cinema di Cronenberg, il surrealismo emozionale, l’abbrutimento emotivo, la spregiudicatezza morale per i meri fini di sopravvivenza.

Sensazionalistico agli occhi (e anche allo stomaco) di chi l’ha visto in anteprima al Festival del Cinema di Cannes lo scorso maggio, il lungometraggio ha effettivamente un potenziale metafisico non indifferente che tuttavia, vuoi per una trama troppo sfuocata, vuoi per una caratterizzazione dei personaggi per niente turgida, si perde in un finale scontato e unidirezionale, un colpo di spugna che manda in fumo il certosino lavoro di autoanalisi dell’intera pellicola.

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“Body is Reality”, manifesto estetico dei tempi moderni

Il background storico-sociale del film è rappresentato da una realtà alternativa distopica in cui alcune persone sviluppano molto rapidamente delle forme tumorali non convenzionali, strutture anatomiche identificate come neo-organi all’interno del proprio corpo, con le quali riescono a convivere senza problema alcuno dal momento che non è più possibile percepire il dolore, fatto salvo durante la fase del lavoro onirico. Seppure l’assenza della tribolazione fisica rappresenti una condizione idilliaca e preferenziale per vivere un’esistenza spensierata, una chimera inseguita in pratica da sempre, i protagonisti del film sono costantemente insoddisfatti, frustrati, scontenti per/a causa di una realtà che, per quanto trascendentale, ha raggiunto un livello di appiattimento sentimentale ingestibile per le coscienze più sensibili e notevoli. Non a caso il cliché del dolore che fa sentire vivi.

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E’ così che l’uomo – che vive un’evoluzione incontrollata e involontaria della propria fisiologia – induce parallelamente un mutamento forzato anche alla dimensione affettiva: scarificazioni, cicatrici e vere e proprie falciature epidermiche si impongono nel panorama estetico sostituendosi al canonico concetto di bellezza del fisico longilineo e del volto aggraziato ed il piacere, quello erotico, sessuale ma anche intellettuale – che un tempo si otteneva attraverso l’unione di corpi e menti, adesso è raggiunto per lo più attraverso la chirurgia ferina e brutale, totalmente avulsa da scopi di guarigione e finalizzata alla conquista di una voluttà puntuale ed estemporanea.

Crimes of the future

In questo panorama rivoluzionario e anticonformista il corpo diviene, così, una corsia preferenziale per scindersi da una realtà impoverita, acquosa e sentimentalmente anestetizzata: “Body is reality” diventa sinonimo di propaganda culturale, sociale, relazionale, la matrice corporea è strumento di connessione che abbatte ogni forma di estraneità con sé stessi e con gli altri. Alle soglie di una mutazione genetica inaspettata, ingestibile e del tutto fuori controllo, alcuni sanno tuttavia in parte dominarla riconoscendone il potenziale espressivo e definendo una vera e propria filosofia estetica, che fa dei tableaux vivant operatori la sua manifestazione più aulica, la cui funzione taumaturgica è sostanzialmente accessibile a quei pochi dotati di un inconscio più autonomo e meno inibito.

Crimes of the Future, tra sublimazione ed estensione del Sé

Quella dei protagonisti di Crimes of the Future è, a conti fatti, niente di più che una “banalissima” (se tale si può definire) operazione di scoperchiamento psicologico, che li vede prendere lentamente coscienza della propria condizione, ovvero quella di fabbricatori di bellezza interiore. Gli organi rappresentano un’estensione del Sé così come le rappresentazioni artistiche relative alla loro rimozione (o, in taluni casi, alla loro sovrabbondante duplicazione – basti pensare all’uomo sul cui corpo vengono cucite decine di paia di orecchie) sono la sublimazione delle classiche pulsioni sperimentate anche prima del mutamento genetico. Le persone sono restate, in sostanza, più umane che mai.

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Di base, quello di Cronenberg è dunque un prodotto che rimanda moltissimo al lavoro analitico; basti pensare al piacere che passa attraverso quello che un tempo era identificato come dolore (tagli et similia) che ricorda il fenomeno del masochismo, oppure lo stato patologico di Saul Tenser che gli impedisce di deglutire ma al contempo anche di parlare in maniera spigliata, laddove la gola e l’intero apparato fonetico rappresentano il centro della comunicazione, l’unione tra il piano interno ed esterno.
Le operazioni chirurgiche effettuate da Caprice, la “partner d’esibizione” di Saul, sono un modo blando ed inconscio per andare alla ricerca di sé stessi partendo da dentro, letteralmente parlando.

Se scegliamo di appropriarci di questa chiave di lettura (i film ne forniscono anche più di una, e spesso divergenti l’una dall’altra) la realtà distopica diventa un elemento contingente, un pretesto accessorio per raccontare del concetto di bellezza – declinata nelle sue forme più atipiche – e, in primis, della sua dimensione percettiva, mutevole da persona a persona. Non a caso il racconto della sua centralità nell’esistenza umana non poteva che palesarsi tra i vicoli rustici di una Grecia che potremmo definire post-apocalittica, dove il rimando al καλός (il Bello) ha, però, radici forti e invulnerabili.

Il gap irrisolvibile di una sceneggiatura scialba

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Se abbiamo sino a ora – anche solo velatamente – sviolinato gli aspetti più costruttivi della pellicola, è pur vero che, purtroppo, Crimes of the Future se ne fa portatrice di altrettanti meno interessanti. La caratterizzazione dei personaggi è considerata, in questo caso, un quid soverchio, un elemento che, anziché rinforzare positivamente la fantasia sofisticata di Cronenberg, sembra crearle solo rogne: non sappiamo mai realmente cosa pensano di una realtà ambigua che ad una velocità sempre più incalzante fagocita le poche sicurezze di cui l’essere umano ha potuto disporre sino ad ora. Si lavora per lo più di prossemica, tagliando corto i dialoghi, impoverendoli al massimo.

Ci si chiede, dunque, se l’ambivalenza del personaggio interpretato da Viggo Mortensen in primis – ma anche degli altri – sia effettivamente voluta o se si tratti, semplicemente, di una mancanza di coraggio da parte del regista, che non lascia mai che i personaggi prendano una posizione ben definita. Che poi potrebbe essere anche la volontà effettiva del film, quella di porre una quantità spropositata di interrogativi senza fornirne anche le corrispettive risposte. E’ giusto oggettificare il proprio corpo – anzi, per essere ancora più precisi l’interno del nostro corpo – per propositi meramente artistici? Se sì, come si pone questa volontà nei confronti di un immaginario collettivo che è ancora saldamente ancorato alla riluttanza nei confronti dell’ignoto? Se no, qual è il momento esatto in cui entra in gioco la morale, al fronte di un punto di non ritorno? Cos’è, dunque, il bello? Cos’è il buono? Cosa il giusto?

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C’è tanta ontologia lasciata sospesa a mezz’aria, che ad un tratto cerca persino di agganciarsi alle tematiche più cocenti di attualità, come la parentesi – totalmente fine a se stessa – di quella fetta di popolazione che ha trasformato il disturbo del proprio apparato digerente in un punto di forza, adattandolo a processare la plastica. Da artefice della propria nefasta sorte, l’uomo diventa quasi un Messia riparatore. Ma anche in questo caso tutto si conclude in un niente di fatto, con il protagonista che, sulla soglia dell’ennesimo peggioramento di salute, si piega alla trasformazione volontaria del proprio organismo. Per desiderio di guarigione, per sopravvivenza o, anche in questo caso, per l’omertà di non aver saputo dare la giusta conclusione a una storia che avrebbe potuto raccontare tanto altro se fatto tutto meglio.


Crimes of the Future
trama: in un futuro distopico e post-apocalittico, alcune persone sviluppano molto rapidamente delle forme tumorali non convenzionali, strutture anatomiche identificate come neo-organi all’interno del proprio corpo, con le quali riescono a convivere senza problema alcuno dal momento che non è più possibile percepire il dolore. La sua assenza rappresenta il punto di partenza per dare vita ad una serie di rappresentazioni artistiche che andranno al di là del canonico concetto di bellezza, in bilico tra l’etica ed il desiderio di redenzione spirituale.
regia: David Cronenberg
sceneggiatura: David Cronenberg
con: Viggo Mortensen, Lea Seydoux, Kristen Stewart
durata: 103 minuti
disponibile: al cinema dal 24 agosto 2022




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