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Venezia 78: “Vidblysk”, “Leave No Traces” e “Il capitano Volkonogov è scappato”

In chiusura di Venezia 78 sono stati presentati “Vidblysk”, “Leave No Traces” e “Il capitano Volkonogov è scappato”

Tempo di lettura: 5 minuti

Si chiude il sipario della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Ecco gli ultimi tre titoli visti in Concorso di Venezia 78: Vidblysk, Leave No Traces e Il capitano Volkonogov è scappato.

Vidblysk di Valentyn Vasyanovych – Venezia 78

di Vito Piazza

Valentyn Vasyanovych si presenta al Lido con un film nuovamente ambientato sul fronte della guerra del Donbass. Il protagonista di Vidblysk (Reflection) è Serhiy, un chirurgo che capitato per caso nelle terrificanti prigioni russe assiste a indicibili vessazioni e torture ai danni dei detenuti. Quando uno scambio di prigionieri gli consente di salvarsi e di tornare nella sua Ucraina, egli è chiamato al difficile compito di alleviare i tormenti della figlia e di riallacciare, così, anche i rapporti con l’ex moglie. A un anno di distanza dal suo trionfo nella sezione Orizzonti con Atlantis, Vasyanovych torna a Venezia 78 per perlustrare con l’innato tatto e la consueta delicatezza i territori emotivi del conflitto russo-ucraino. E lo fa con un’opera ancora più audace, dove la ricercatezza della messinscena – superbo l’utilizzo dei quadri nei quadri, come di certi richiami simbolici – è tutt’uno con l’estrema, esasperante lentezza dello svolgimento della trama. Le scene, lunghe oltre ogni immaginazione e sopportazione, non fanno che creare un’atmosfera di ipertrofica e pervadente sofferenza; quasi che Vasyanovych voglia scavare a fondo, mostrare ogni singolo sussulto di dolore senza alcuno sconto. Un dolore così insistito ed enfatizzato, quello di Vidblysk, da poter sembrare gratuitamente ostentato, anche se l’obiettivo è ben altro. Questa sofferenza, in un certo senso, va “assaporata”, compresa lentamente e con altrettanta lentezza assorbita, fatta decantare ed espiata. Le colpe, come il dolore, non recano tracce facili da cancellare con un semplice colpo di spugna.

Un'immagine tratta da Vidblysk
Un’immagine tratta da Vidblysk

Le lacerazioni della guerra e della morte non sono però solo semplici trucchi simbolici, né meri artifici scenografici. Sono piuttosto traumi reali e concreti, che si imprimono imperituri soprattutto sui bambini, simboli – questi sì – delle generazioni a venire. All’uomo adulto non resta che farci i conti, tentando di dare un senso a ciò che pare non averne. Nell’universo di Vasyanovych non c’è consolazione di sorta, men che meno religiosa. C’è un senso tutto laico e prosaico di accettazione, che spinge l’essere umano di Vidblysk nell’unico rifugio dalle sofferenze: la famiglia. Poco importa che si tratti, in questo caso, di un legame biologico o meno. È solo lì che si può trovare una (parzialissima) salvezza dalle belve e dalle bombe che circondano gli agi degli appartamenti borghesi apparentemente impermeabili. A questo risultato Vasyanovych giunge con tempi filmici e con uno sviluppo e una resa estetica “dilatati”, come un Roy Andersson al quale sia stato tolto ogni barlume di surreale risata. Un film non per tutti, ma che tutti dovrebbero vedere. Voto: 6.5.

Leave No Traces di Jan P. Matuszyński – Venezia 78

di Francesco Binini

Una mattina del 1983, a Varsavia. Due ragazzi escono di casa e vanno in centro. Qui, uno dei due fa uno scherzo all’altro che cade in terra. È sufficiente per attirare l’attenzione di un paio di poliziotti che arrestano seduta stante i ragazzi, li portano al commissariato e li sottopongono ad un pestaggio selvaggio che costa la vita ad uno dei due. Se la trama vi ricorda il caso di Stefano Cucchi, le somiglianze non finiscono qui.

Un'immagine tratta da Leave No Traces
Un’immagine tratta da Leave No Traces

Immediatamente dopo la morte del giovane, partono le indagini tutte tese a scagionare i poliziotti e a scaricare la colpa sui ragazzi e sugli infermieri che portarono il ragazzo al pronto soccorso. Insomma: le somiglianze con il caso Cucchi sono più d’una e questo rende il film di Matuszyński particolarmente interessante, soprattutto per noi italiani. La Polonia del 1983 improvvisamente non sembra così differente dall’Italia degli anni 2010: stessi interessi a coprire i reati, manovre di ministri e ministeri per scaricare le colpe, processi infiniti che terminano con l’assoluzione dei responsabili. Leave no traces è un film ottimamente realizzato che colpisce direttamente allo stomaco e che rappresenta bene come uno Stato possa agire intenzionalmente contro un proprio cittadino lasciandolo solo a lottare contro poteri immensamente più grandi di lui. Voto: 7,5

Il capitano Volkonogov è scappato di Aleksey Chupov e Natalya Merkulova – Venezia78

di Vito Piazza

Il capitano Volkonogv è scappato, opera a quattro mani firmata da Natasha Merkulova e Aleksey Chupov, ci trascina nella Russia stalinista del 1938. È nel servizio di sicurezza nazionale che il giovane Volkonogov scorrazza come picchiatore, fino a quando, accusato di un crimine, cerca di redimere la sua esistenza e di ottenere il perdono. La Storia immaginata e raccontata da Merkulova e Chupov assume le tonalità del pastiche: a una struttura drammaturgica che ammicca abbastanza chiaramente al Dickens de Il canto di Natale corrisponde un tratto estetico dalle tonalità pop più che pronunciate. Non siamo in presenza di un resoconto storico, ma il pesante e criminoso clima politico dell’epoca staliniana si respira a ogni passo. Non siamo neppure in presenza di una vera e propria fiaba, né di una rielaborazione latamente cronachistica dell’epoca. Il film tenta di trovare il proprio ancoraggio al centro di tutti questi accenni, sempre tentennante su cosa diventare e con l’inevitabile risultato di immobilizzarsi in un esercizio un po’ innovativo ma anche un po’ algido: un “po’” di tutto, insomma.

Un'immagine tratta da Il capitano Volkonogov è scappato
Un’immagine tratta da Il capitano Volkonogov è scappato

È senza dubbio la figura del nerboruto capitano Volkonogov a calamitare, nella sua natura ossimorica, tutta l’attrattiva del film. Prima spietato e cinico, secondo la ragion di stato; poi tardivamente contrito, capace di gesti umanissimi quando – abbandonato ogni utilitarismo morale – abbraccia un “disinteresse” dalle tonalità semi mistiche, ascetiche. È in questo meccanismo abbastanza scontato di prova ed errore che Il capitano Volkonogv è scappato si svela come un percorso a ostacoli, un gioco a livelli. Il fallimento di una prova morale prevede un nuovo inizio, fino alla conquista dell’oggetto-valore finale. Tuttavia, una esplicitati i propri intenti, il racconto non riesce mai ad accendersi davvero, finendo per avvitarsi su sé stesso fino al climax finale. Il quadro dipinto da Merkulova e Chupov reca alcuni tratti distintivi del cinema dell’Europa orientale, del quale conserva la forte spinta spiritualista, la figura vagamente cristologica e il melodramma come amalgama. Ma – sembrano dirci i registi – tutto questo retaggio deve confrontarsi con il gusto estetico e plastico delle nuove generazioni. Voto: 5.5

Tutte le recensioni dei film presentati alla Mostra 2021

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