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A Classic Horror Story, l’horror italiano ha ancora qualcosa da dire

A Classic Horror Story sembra un derivato dell’horror sociale americano degli ultimi anni. Una cosa è certa: niente spaventa tanto quanto la realtà e la società in cui viviamo.

Tempo di lettura: 3 minuti

Disponibile dal 14 luglio su Netflix, A Classic Horror Story è tutto fuorché una classica storia dell’orrore. O meglio, lo è fino a un certo punto, ma andiamo con ordine. Roberto De Feo, regista nonché sceneggiatore, due anni fa esordì con il suo primo lungometraggio, l’ottimo The Nest. Pubblico e critica entusiasti, De Feo era un sicuro talento su cui puntare nei prossimi anni. Oggi ritorna dietro la macchina da presa con un film dal respiro internazionale, debitore di un già consolidato immaginario di genere che, tuttavia, dimostra la giusta personalità per distaccarsene. Prodotto da Colorado Film e distribuito da Netflix, ad affiancare De Feo alla regia troviamo Paolo Strippoli al suo primo lungometraggio. I due hanno vinto il Cariddi d’Argento per la Miglior Regia alla 67esima edizione del Taormina Film Festival, dove il film è stato presentato in anteprima mondiale.

Era una casa molto carina…

Un gruppo male assortito di cinque carpooler si ritrova a viaggiare insieme su di un camper. Elisa è costretta, su pressione della madre, a ritornare a casa per interrompere una gravidanza indesiderata; anche Riccardo pare avere un preciso scopo per quel viaggio, ma lo scopriremo più avanti. Completano il gruppo i fidanzati Mark e Sofia e il proprietario del camper, Fabrizio, aspirante regista. Una notte, in mezzo ai fitti boschi della Calabria, per evitare un animale morto sulla strada, si schiantano contro un albero. Al loro risveglio si ritrovano in mezzo ad una radura con una casa al centro, della strada fino a quel momento percorsa nessuna traccia. Rifugiatisi dentro, di lì a poco saranno testimoni di un susseguirsi di morte e atrocità inaudite, opera di tre losche e inquietanti figure.

a classic horror story carpooler

Classico si, ma fino a che punto?

Ricercare la classicità nel nuovo film di De Feo e Strippoli è una questione di regole e immaginario horror costruito (e decostruito) negli anni passati. Tanti i film che A Classic Horror Story ricorda e omaggia: da Non aprite quella porta di Tobe Hooper, a Misery, passando per La Casa di Sam Raimi, fino al recente Midsommar e al suo progenitore cinematografico The Wicker Man. Sui classici dell’horror, quindi, poggia le sue basi, mentre seguendo l’esempio di Quella casa nel bosco del 2011 decostruisce, ribaltando e rimescolando con personalità e originalità le carte in tavola. Qui entra in gioco la sfumatura folkloristica con la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso che, si racconta, siano i padri fondatori della malavita italiana. Che sia un derivato dell’horror sociale americano degli ultimi anni? Una cosa è certa: niente spaventa tanto quanto la realtà e la società in cui viviamo.

matilda lutz netflix

A Classic Horror Story, un nuovo cult italiano?

A Classic Horror Story è tecnicamente ineccepibile. De Feo e Strippoli dimostrano di saper creare un’atmosfera efficace e un contesto scenografico senza sbavature. A completare il quadro una fotografia da brividi e una colonna sonora che stride fortemente con le immagini (non ascolterete più Era una casa molto carina di Sergio Endrigo e Il cielo in una stanza di Gino Paoli allo stesso modo), ma la sua incisività sta anche in questo, nell’osare e spingere creando insolite soluzioni per il cinema italiano. Lode alla carismatica attrice Matilda Lutz, una final girl dalle mille risorse timida e introversa che, per istinto di sopravvivenza, prende alla lettera il detto: “La vendetta è un piatto che va servito freddo.” Un ruolo, a ben pensarci, simile a quello che aveva già interpretato in Revenge del 2017. A Classic Horror Story è il Made In Italy di cui andare fieri e una conferma ulteriore del prezioso talento di De Feo, assolutamente da salvaguardare nel panorama del cinema italiano.

Leggi anche: Fear Street Parte 1, l’horror anni ’90 non passa mai di moda

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