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Una scena di La stanza

Cinema

La stanza, tentativo audace di un cinema in costruzione

La Stanza aveva bisogno di una scrittura più asciugata, meno dialoghi e spiegazioni a vantaggio di ambiguità e mistero.

Tempo di lettura: 3 minuti

Tra i registi italiani che come moderni Frankenstein cercano di resuscitare il cinema di genere italico si annovera senz’altro Stefano Lodovichi. L’intento è certificato sia da quest’ultimo lavoro che dal precedente, il folk horror dolomitico In fondo al bosco (2015). Ne La Stanza, disponibile dal 4 gennaio su Amazon Prime Video, si passa dalle credenze e i pregiudizi dei valligiani alpini al thriller psicologico da camera. Si tratta di un cinema non molto battuto dagli autori italiani, trattandosi di di materiale estetico e narrativo affine al testo gotico anglosassone.

Il film si apre con Stella (Camilla Filippi), in procinto di gettarsi da una finestra e vestita con uno sgualcito abito da sposa. Sembra essere l’unica abitante di una villetta art déco, apparentemente in rovina, ripresa con colori lividi e tagli espressionisti. Verranno a farle visita senza preavviso due uomini, Giulio (Guido Caprino) e Sandro (Edoardo Pesce). Il primo è un ospite inatteso che con il suo arrivo interrompe il tentativo di suicidio, dicendo di essere in attesa di Sandro, l’ex marito di Stella. Ma siamo così sicuro che ognuno sia veramente chi affermi di essere?

Una scena di La stanza

La stanza, un film audace con problemi di scrittura

Questo è l’incipit de La Stanza, un film audace, anche nel modo in cui è stato realizzato (17 intensi giorni di riprese in piena epidemia di coronavirus), che affronta in chiave derivativa temi ben noti al dramma nostrano come la crisi familiare e le macerie delle scissioni matrimoniali. Gli interpreti sono adeguati e offrono ciascuno delle ottime prove, sebbene a Pesce tocchi il personaggio più complicato da rendere credibile. Le interpretazioni, infatti, risentono di una certa confusione nella sceneggiatura, dando la sensazione di aver colto il tono dei personaggi ma non le coordinate verso cui dirigerli.

Inoltre, il film presenta criticità soprattutto in sede di scrittura, con eccesso di esposizione quando non necessario e approssimazione dove occorreva più chiarezza. Sul piano estetico, tuttavia, sono efficaci colori e scenografie, atti a restituire l’idea di un regno di spifferi e umidità. Ma, nonostante l’ottimo apparato estetico, manca il giro di vite per dare un ultimo strato di spessore; si cerca di riportare a parole elementi di trama cui occorreva una riduzione visiva. Pertanto, pur essendoci ottime intenzioni di proporre un’opera personale e originale, l’eccesso nello scritto a scapito del mostrato penalizza l’esito finale.

Una scena di La stanza

La Stanza aveva bisogno di una scrittura più asciugata, meno dialoghi e spiegazioni a vantaggio di ambiguità e mistero, anche dove c’erano limiti produttivi. L’enigma legato alla vera natura dei personaggi viene risolto in maniera troppo spiegata. Pur indovinando cast e confezione, Lodovichi manca il colpo di coda finale, l’ombrellino sul long drink necessario per impreziosire il thriller. É un peccato perché quest’opera quasi teatrale poteva brillare nel panorama del genere italiano. Si tratta di un cinema in costruzione che richiede tentativi come questo e, inoltre, la vita del film su piattaforma potrebbe essere di grande aiuto per questo giovane regista.

Leggi anche: SanPa, quanto male si può fare a fin di bene?

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