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I Am Greta, metafora dell’incomunicabilità (non solo) ambientale

I Am Greta, diretto da Nathan Grosman, è il ritratto intimo di un’incomunicabilità.

Tempo di lettura: 4 minuti

I Am Greta è il titolo del documentario Amazon Prime Video realizzato da Nathan Grossman disponibile dal 3 gennaio. Il film segue il “dietro le quinte” del tour europeo che ha visto l’attivista Greta Thunberg partecipare a una serie di conferenze intergovernative per la sensibilizzazione sui problemi ambientali, dagli albori del suo sciopero scolastico in Svezia fino al settembre del 2019, quando, dopo aver attraversato l’Atlantico a bordo di uno yacht a vela, ha parlato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Pochi dati, tanta intimità

Chi si dovesse approcciare ad I Am Greta in cerca di conferme o smentite sull’emergenza ambientale resterà deluso. Il documentario non snocciola dati, non mostra grafici, non cita questo o quell’altro scienziato a sostegno di alcuna tesi, allarmistica o meno. In ambito pittorico, I Am Greta si collocherebbe forse nella corrente impressionista, quantomeno data la sua tensione alla “negazione” dell’incontrovertibile centralità oggettiva e la corrispettiva centralità accordata alla soggettività narrante (o, in questo caso, narrata). Il titolo è già eloquente in questo senso. Ciò che sta davanti alla macchina da presa è la Greta ragazzina, con le sue fragilità, i suoi timori e le sue ragioni di lotta. Si vede anche la Thunberg attivista, che certo è parte essenziale del racconto, ma la focalizzazione è ben altra. Lo spazio che Grossman tenta di ritagliarsi sta in quello spazio bianco che sosta tra nome e cognome, tra Greta e Thunberg.

Greta Thunberg a bordo dello yacht mentre attraversa l'oceano Atlantico
Greta Thunberg a bordo dello yacht mentre attraversa l’oceano Atlantico

La narrazione di I Am Greta è cronologica e canonica. Segue gli inizi solitari di una ragazzina che tenta di sensibilizzare prima il proprio paese, poi l’Europa e infine il mondo. Una progressione, questa, filtrata attraverso gli occhi di due figure centrali: Greta e il padre Svante, fedele, attento e talvolta preoccupato accompagnatore. Le immagini scorrono né più né meno come le pagine di un diario audiovisivo, pregne di un’intimità ora sofferta ora gioiosa, talvolta quiete e persino rabbiose. Un’intimità qualunque, verrebbe da dire. Se non fosse per il fatto che Greta – forse a suo discapito – si trova nel giro di una manciata di mesi a dover portare sulle spalle il peso di una responsabilità forse troppo gravosa per una (allora) quindicenne, diventata una delle figure chiave nel panorama ambientalista globale.

Al cuore di una discrasia insanabile

Il cuore pulsante di I Am Greta, a mio avviso, ripara sotto la sua irrisolta e irrisolvibile tensione strutturale. Da un lato l’attivista, dall’altro, soprattutto, un’adolescente. Il primo versante del binomio non è certo irrilevante o marginale, ma l’enfatizzazione del secondo si percepisce con chiarezza. È in tale discrasia, ricercata dalla regia ed evidenziata anche dalle parole della protagonista, che il documentario rivela la sua natura e palesa il proprio messaggio. Lo squilibrio è proprio la figura che regge non solo l’intento di I Am Greta, ma la stessa vita di questa piccola eroina, il suo messaggio. Persino l’atteggiamento umano che ella avversa e accusa. È quindi alla luce dell’età critica di Greta che larga parte del suo attivismo globale riveste una luce diversa e forse inconsueta. È anche in virtù della sindrome di Asperger – che «ha», non della quale «soffre» – che il suo ruolo sembra vieppiù sorprendente e incredibile. E, di sproporzione in sproporzione, è nel suo tenero eppur titanico (forse donchisciottesco?) impeto “verde” che il mondo circostante sembra ancor più cupo, cattivo, sordo.

Una scena tratta di I Am Greta
Una scena tratta di I Am Greta

I Am Greta batte in maniera quasi pedante sul ritratto di un’adolescenza, non su una militanza. Un’adolescenza che sembra dover essere come tutte le altre, ma che non può esserlo davvero. Insiste molto (silenziosamente) sulla dinamica familiare dei Thunberg, specie sul rapporto con la figura paterna, restituendone una versione mai ampia od onnicomprensiva, bensì limitata quasi esclusivamente alla sfera dei crescenti impegni della ragazzina in un contesto socio-politico che sembra troppe volte più grande di lei. Tanto appaiono sproporzionati i suoi impegni per il rispetto dei parametri degli Accordi di Parigi rispetto ai compiti in classe. L’incommensurabilità tra pubblico e privato, nella figura di Greta, sfocia in sofferenza intima. Una sofferenza che si traduce in – e che deriva anche da – un’incomunicabilità eletta a spirito dei tempi. I nostri tempi.

L’annoiata indifferenza

Si parla anche di Asperger, all’interno di I Am Greta. Lo fanno i detrattori della Thunberg, strumentalizzando in maniera odiosamente monocausale una sindrome utile a delegittimarne la posizione. Lo fanno più discretamente i suoi genitori, che la affrontano come accessoria e forse trascurabile concausa del temperamento di una ragazzina che sì, forse un po’ spaventa nella sua ostinata fissazione, nel suo ossessivo ambientalismo. E il sospetto, ancor più terribile, è che il messaggio di quest’adolescente sui generis possa sembrare un tenero gioco, un vezzo da appuntare sulle giacche dei perbenisti che si appassionano sempre tantissimo ai casi umani. O, in maniera esiziale, alle migliaia di giovani che potrebbero essere preda di questo vomitevole gioco di ottusa dabbenaggine nei Fridays for Future.

Una scena tratta da I Am Greta
Una scena tratta da I Am Greta

I Am Greta ha – se non altro – il pregio di dipingere pacatamente l’intimità di una ragazzina, senza la pretesa di andare oltre. Non ho amato questo documentario, sono sincero. Ma, da non più giovanissimo, non nascondo di aver provato un’umana, profondissima compassione nei confronti di una Greta forse troppo romantica. Consapevolissima, soprattutto, del suo ruolo da semi-marionetta dinnanzi a politici, burocrati e capi di stato probabilmente ansiosi di fare la loro passerella accanto alla bambina speciale di turno. L’ho sentita tutta quell’assoluta, rivoltante indifferenza di chi, alla conferenza come a una laurea, a un colloquio come a una telefonata, smanetta il proprio smartphone in cerca d’altro. E l’ho pure perpetrata. Tutto in attesa che finisca. In cerca di una fuga. Fingendo che interessi. Fingendo che importi. Comunque, fingendo.

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