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It's a Sin

Recensioni

It’s a Sin, quel mostro invisibile che squarcia per sempre la felicità

Composta da 5 episodi, la serie ideata da Russell T Davies è un requiem, ora vivace ora straziante, per celebrare il ricordo dei tanti, troppi morti di AIDS.

Tempo di lettura: 4 minuti

E’ il 1999 quando Russell T Davies mette la firma su Queer as Folk, esuberante serie britannica sulle vite e le passioni di alcuni giovani omosessuali di Manchester. A distanza di oltre vent’anni, Davies torna a trattare tematiche a lui care legate alla sfera omosessuale (e non solo) in It’s a Sin, serie tv composta da 5 episodi la cui prima e unica stagione debutta il 1° giugno in Italia su StarzPlay dopo il passaggio inglese su Channel 4 e quello americano su HBO Max.

Tre ragazzi in cerca di libertà

Inghilterra, 1981. Tre ragazzi lasciano le rispettive famiglie per trasferirsi a Londra, la capitale del paese fulgida e attrattiva come non mai in quei primi anni ’80. Tutti e tre hanno un minimo comun denominatore: sono gay. Il distacco dalle rispettive realtà avviene per quella sete di libertà che lì, nel piccolo paese bigotto della campagna inglese o nel perimetro angustiante dettato dalla geografia dell’Isola di Whight, non potranno mai saziare. Un po’ casualmente, un po’ no, i tre si ritrovano ad essere coinquilini in un umile ma spazioso appartamento londinese.

Una scena di It's a Sin

Londra permette ai tre ragazzi – Ritchie, Roscoe e Colin – di respirare a pieni polmoni un’aria completamente diversa, di raggiungere i loro scopi professionali, di frequentare e di andare a letto con chi vogliono. Di esprimersi senza filtri, quindi, non avendo paura del giudizio del padre o della zia, o di chiunque abbia qualche tipo di riserva sull’omosessualità.
Ma c’è un mostro invisibile che comincia a inserirsi silente nelle vite di questi giovani belli e speranzosi. Una minaccia che sembra arrivare dall’altra parte dell’Oceano e che si dice prenda di mira proprio la comunità gay. Un virus, per l’esattezza, che in America ha già mietuto centinaia di vittime. Esseri umani morti soli, considerati degli appestati e per questo motivo rinchiusi a chiave in squallide stanze di ospedali. Privati di tutto, anche dell’estremo saluto ai propri affetti. Quel mostro ha un nome ben preciso: AIDS. E anche quel pregiudizio ha un termine definito: omofobia.

It’s a Sin, un pugno allo stomaco

It’s a Sin è un pugno che arriva allo stomaco piano piano. C’è questa minaccia, invisibile, che incombe sulle vite dei protagonisti e di tanti altri giovani desiderosi di vivere la loro vita in piena libertà. Una minaccia che però sembra appartenere a un mondo lontano. E’ una sensazione straniante ma contemporaneamente familiare anche al pubblico che segue la serie. Quello che abbiamo vissuto poco più di un anno fa è molto simile a quello che in primis la comunità gay e poi un’intera generazione ha vissuto in quegli anni. Dell’AIDS non si sapeva niente: cos’era? Come si trasmetteva? Ci si contagiava anche con un bacio? La serie di Russel T Davies mostra con grande umanità le storie che questi giovani avrebbero dovuto avere, le storie di cui sono stati derubati, le relazioni interrotte da quel maledetto nemico che ha cambiato per sempre il modo di vivere la sessualità.

Olly Alexander

Ritchie (Olly Alexander) è un brillante studente dell’Isola di Wight che decide di abbandonare il suo paese e gli studi legali per realizzare il sogno di una vita: diventare un attore di successo. Roscoe (Omari Douglas) scappa dalla sua famiglia che vorrebbe rimandarlo in Nigeria per curare la sua omosessualità. Il gallese Colin (Callum Scott Howells) inizia una carriera nel settore dell’abbigliamento elegante maschile, dove lavora anche un malato terminale di AIDS interpretato da Neil Patrick Harris. I tre, come detto, diventano prima coinquilini e immediatamente dopo amici. Insieme a loro vive un altro ragazzo omosessuale, Ash (Nathaniel Curtis), e una ragazza, Jill (una straordinaria Lydia West), amica, confidente e spalla dove versare lacrime. Nei pub, nelle feste, nei club i tre iniziano il cammino alla scoperta di loro stessi e a cercare quel posto nel mondo che fin lì qualcuno (la società, la famiglia) gli voleva precludere per sempre.

Una serie piena di vitalità

Nonostante quest’aria pesante che si respira da un certo punto in poi, dovuta al diffondersi della paura e dello stigma portato da quella terribile malattia, It’s a Sin è una serie che non perde mai la sua carica vitale e neanche l’occasione di celebrare l’orgoglio omosessuale in tutte le sue sfumature, concedendosi anche diverse scene particolarmente hot.

Una scena di It's a Sin

E’ una serie che non risparmia neanche stoccate alla politica thatcheriana, non solo al ruolo avuto dal governo nella gestione della sanità inglese ma anche a quello prettamente umano che Davies evidenzia bene con l’indifferenza e il pregiudizio del sistema sanitario nei confronti dei malati di AIDS, giudicati degli appestati da emarginare. Si percepisce benissimo anche da questo aspetto, quindi, che c’è una certa urgenza da parte dell’autore nel raccontare determinati fatti affinché non si ripetino più, con il risultato – positivo – che nell’arco di 5 episodi non si registra nessun passaggio a vuoto della sceneggiatura.

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