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Il sole, una riflessione di Sokurov sul potere e sul sacro

A 15 anni dall’uscita nelle sale italiane, celebriamo Il sole di Aleksandr Sokurov, una lucidissima riflessione sul concetto di potere

Il Sole di Alexander Sokurov è un film presentato in concorso al festival di Berlino nel 2005 e vincitore del nastro d’oro per il miglior regista straniero, premio attribuito dal Sindacato dei giornalisti cinematografici italiani.

Il corpo prigioniero di una (sacra) gabbia

L’opera si condensa attorno alla presenza fisica dell’imperatore giapponese Hiroito, impegnato nella gestione della transizione in cui versa il suo paese alle prese con una guerra appena persa – siamo nel 1945 – e con il doloroso negoziato con le potenze vincitrici, incarnate dal generale americano McArthur. La macchina da presa non molla un attimo il corpo dell’imperatore. La maschera del suo volto spesso contratta in ossessivi tic labiali, e ancora la lentezza esasperatamente cerimoniosa dei suoi gesti, quando mangia, quando scrive, quando si muove come una marionetta negli interni claustrofobici della sua residenza e del quartier generale del generale McArthur, all’interno del quale si reca.

Una scena tratta da Il sole
Una scena tratta da Il sole

Il film in effetti si gioca in gran parte qui, l’imperatore è ormai un goffo orpello logorato dalla storia e messo fuori gioco su tutti i fronti: dagli americani che lo ridicolizzano col loro fare predatorio – la schiera di fotografi yankee che si affanna a riprendere la sua silhouette sacra e quindi irrappresentabile restituisce quest’idea -, e dai suoi stessi sudditi, ancora legati all’attribuzione divina della sua persona, elemento centrale della cultura giapponese ma ormai una gabbia dalla quale lo stesso Hiroito è ansioso di liberarsi.

Fotografia di un paese a pezzi

Questo senso di oppressione fa leva su una fotografia, opera dello stesso Sokurov, che riempie ogni scena di una luce particolarmente fredda e cupa, debitrice di quella tarkovskijana – ad esempio di Stalker (1979), il cui direttore della fotografia era Alexander Knyazhinsky -. Volti e ambienti vengono colorati con toni di luce grigia e riflessi che danno sul verde. Emerge, nell’interpretazione dell’attore giapponese Issey Ogata, popolare in patria, tutta la fragilità di quest’uomo arroccato nel suo fortino di passatempi artistici e intellettuali. Scrive poesie e si interessa quotidianamente di biologia marina, mentre fuori il paese di cui è a capo è ridotto ad un cumulo di macerie e messo in ginocchio da potenze straniere.

Due universi culturali a confronto

Per Hiroito, il contatto con la realtà è possibile solo per via allucinatoria, sotto forma di una cupa visione onirica che lo coglie mentre è inquieto a letto. Questa rimane l’unica divagazione rispetto al ritmo lento e ripetitivo del film, tale da enfatizzare, attraverso l’amplificazione dei dettagli che ne risulta, l’inadeguatezza dell’imperatore, il suo essere spaesato: «Mi ricorda un bambino», dirà McArthur. Viceversa il generale americano è pragmatico e arrogante. Nelle scene in cui è a colloquio con Hiroito, si ha inevitabilmente sotto gli occhi la dialettica data dal confronto tra le diverse culture che i due rappresentano.

Una scena tratta da Il sole
Una scena tratta da Il sole

In McArthur si rispecchia il mito americano originario che è quello della frontiera, ciò che conta è l’appropriazione condotta eroicamente dall’individuo in una realtà ostile che deve essere addomesticata. Il riferimento è al Far West, quell’immensa landa inesplorata per l’uomo bianco dove chiunque con l’ausilio dei propri bruti mezzi poteva andare a cercar fortuna a proprio rischio e pericolo (gli indiani che abitavano quelle terre non scherzavano). Naturale, quindi, che l’atteggiamento di Hiroito, forgiato invece da quello spirito contemplativo radicato nella ritualità tipica della culture asiatiche – l’imperatore cita il filosofo cinese Lao Tse, che predica di rifiutare il nuovo preferendo il vecchio, chiaro riferimento alla preminenza della tradizione molto importante per gli asiatici – venga interpretato in maniera sprezzante dall’interlocutore.

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