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Paul Gascoigne

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Jane Preston racconta Paul Gascoigne: la vita di Gazza in un documentario su Amazon

Le discese ardite e le risalite (poche) di quello che in molti concordano nel definire il più grande calciatore inglese di sempre, frenato dal destino e dal suo essere terribilmente fragile.

Tempo di lettura: 3 minuti

Tanto istrionico sul campo, quanto fragilissimo nella vita. E’ davvero da non perdere il documentario Gascoigne, lavoro del 2015 della regista Jane Preston uscito sulla piattaforma Amazon Prime Video esattamente un mese fa.

La storia di Gazza sul campo si intreccia con la vita personale e privata, l’infanzia a Gateshead, gli esordi con la maglia del Newcastle, la consacrazione al Tottenham, la cima raggiunta con il mondiale di Italia 90, l’arrivo alla Lazio con la fama del più grande giocatore inglese in attività. Nel mezzo i tanti infortuni, alcune disgrazie come la morte del fratellino del suo più caro amico proprio davanti ai suoi occhi, cadute e risurrezioni, l’alcolismo e la parentesi della cocaina, l’incontro con Maradona sul campo di calcio, entrambi su di giri, la sedia del dentista e il gol alla Scozia ad Euro 96, ultimo momento in vetta prima della discesa.

Gazza, menestrello fragile

Una vita al massimo che ha presentato il conto a Paul, che amava vestire i panni del “pagliaccio” ma che racchiude una profonda sofferenza. Al di là delle genialate calcistiche e afferenti al mondo del pallone, forse vale la pena vedere il lavoro della Preston solo per ammirare, non senza un profondo rammarico, gli occhi di Gazza oggi. Occhi che si illuminano pensando al passato e ai tanti pericoli vissuti, affrontati e scampati, occhi venati di malinconia pensando a tutto quello che poteva essere e che oggi non sarà mai.

Paul Gascoigne

Spesso la fama e la grandezza la riconoscono gli altri: e nel caso di Gascoigne la certificazione viene data dalle parole di Gary Lineker, Wayne Rooney e Josè Mourinho. Tre grandi a sancire la grandezza di Paul, il cui unico difetto è quello della fragilità. Un bambino che non ha mai voluto crescere. Forse è stato inevitabile raccontare la vita di Gascoigne in una pellicola cinematografica, perché nessuno come lui è degno di essere protagonista di un film. Artista sul campo, genio e sregolatezza per antonomasia, la tristezza nel sentirsi qualcuno in cui non si riconosceva più. La morte sfiorata per un paio di volte, la necessità di sapersi controllare, lo spionaggio dei media inglesi nei suoi confronti, il telefono sotto controllo e di nuovo le accuse di essere paranoico, gli atti di estrema e bizzarra generosità nei confronti di compagni e amici.

“Ricordatemi come un calciatore che vi ha reso fieri”

Per me è importante essere ricordato come Paul Gascoigne il calciatore, quello che ha reso fiero chiunque l’abbia visto giocare, anche i miei genitori e i miei amici. Grazie. Salute”. O Cheers, quello che Paul dice alla fine del documentario e che chiude il lavoro della Preston, che di fatto conferma tutto quello che è noto sulla carriera di Gascoigne e va a scavare nelle ombre e nelle cadute di una vita vissuta certamente al massimo.

Paul Gascoigne

Gascoigne non è il documentario sulla vita di un calciatore: è il racconto di una colossale occasione mancata, o meglio, di una serie di occasioni mancate, per sfortuna, dabbenaggine o precisa volontà di autodistruzione, nessuno può dirlo né confermarlo se non lo stesso Gascoigne. Non fa sconti al protagonista, non è forzatamente celebrativo. È un pugno in faccia, un boccale di birra annacquato, un qualcosa che sembra volutamente amaro. Perché non può non essere acido il sapore di una vita così esaltante all’interno di uno stadio e così terribilmente amara al di fuori del manto verde. Ma questo è, è stato, e sarà per sempre Paul Gascoigne, “Genio e disperazione. Sembrava un jazzista, aveva un talento sconfinato unito a un’ansia di autodistruzione”, come disse Dino Zoff. E uno così poteva non essere raccontato? Inutile dirlo: imperdibile.

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