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Cuore Selvaggio, un fuoco che brucia da trent’anni

A trent’anni dalla vittoria a Cannes, il delirante road-movie di David Lynch non ha perso il suo fascino.

“Mi affascina l’idea della ricerca della strada di casa” dice un Sailor accigliato alla giovane Lula, che improvvisa pose ammiccanti sul letto di un sudicio motel della provincia americana.
In questa frase, presa in prestito dalla favola del mago di Oz, è racchiuso il senso di quel bizzarro viaggio di dannazione giovanile che è “Cuore Selvaggio”, la fuga da un mondo crudele ed insensato per mantenere intatto un amore puro e potente: la CASA è quell’amore, una fiamma che non si spegne neppure a trent’anni di distanza.

Sì, perché sono passati già trent’anni anni dalla Palma d’oro dello “scandalo”, era l’agosto del 1990 quando Bernando Bertolucci, a capo di una giuria incredula e contrariata, volle fortemente che l’ambita statuetta fosse assegnata alla pellicola di David Lynch: aveva intuito l’enorme potenziale di un film deflagrante che avrebbe rappresentato uno spartiacque nel mondo del cinema. In esso aveva identificato i segnali di una rivoluzione che avrebbe portato Hollywood a scardinare il concetto di “classico” per dare inizio ad un nuovo corso del cinema e aprire la strada a registi come Tarantino e i fratelli Coen, per dirne solo alcuni.

Nicolas Cage e Laura Dern in una scena di Cuore Selvaggio

Ma allora non era facile capire quanto fosse in anticipo sui tempi né coglierne appieno le varie chiavi di lettura.
Lynch doveva inizialmente essere solo il produttore del film, tratto dal romanzo “Wild at Heart: The Story of Sailor and Lula” di Barry Gifford (1990) salvo poi innamorarsi a tal punto della stralunata storia dei due ragazzi, da decidere di far proprio l’intero progetto: nel libro c’erano già tutti gli elementi che gli avrebbero permesso di creare un piccolo gioiello destinato a diventare un CULT.
Fondendo il registro sperimentale ad elementi di cinema di serie B, avrebbe confezionato in breve tempo il suo personalissimo road movie sovvertendo completamente le regole del genere e dandogli le sembianze di una dissacrante black comedy che a fatica riesce a contenere la prepotente urgenza di vita dei protagonisti.

Ad una prima visione Cuore selvaggio somiglia ad una delirante carrellata di personaggi demenziali, simili a maschere prive di spessore, grondante di violenza eccessiva e scene di sesso gratuite. La recitazione è caricaturale, i cattivi non fanno paura ma ridere e sembrano presi in prestito da cartoni animati. Anche i buoni si muovono sgraziati e goffi come pessimi attori da soap opera, si esprimono con frasi fatte e banali, incongruenti e colme di non-sense, risultando tutt’altro che credibili. Questo è certamente spiazzante, così come i continui rimandi alla favola del Mago Di Oz,: Lula con le sue scarpe rosse è una versione camp e sfrontata di Dorothy ma, come lei, aspira a vivere sull’arcobaleno.
In uno dei suoi frequenti incubi sua madre Marietta, la vera cattiva del film che si oppone al coronamento del suo sogno d’amore, impersona la Strega dell’Ovest che si contrappone a Glinda, la fata buona con il volto di Laura Palmer che compare, rassicurante e luminosa, nel finale.

Nicolas Cage e Laura Dern in una scena di Cuore Selvaggio

E’ difficile trovare un senso a questo folle caleidoscopio, è complicato empatizzare con una fauna così vasta e incomprensibile.
Non subito si coglie quanto questo affresco sia in primis una feroce critica all’American way of life e al sistema hollywoodiano stesso. Basti pensare alla famosa giacca di pelle di serpente “simbolo della individualità e fede nella libertà personale” di Sailor, caricatura di James Dean o Elvis Presley e a Lula, trasfigurazione coatta di Marylin Monroe.

In Cuore Selvaggio Lynch trova il modo più esplosivo per mostrarci come sotto la rispettabilità borghese si celino abissi di depravazione, violenza e sessualità sbagliata: il film può essere letto anche come uno scavo profondo nelle ossessioni del regista.
Come accade in tutta la sua produzione, anche in questo film, importantissimo è l’elemento onirico, in cui il sogno è un incubo non mediato che emerge direttamente dall’inconscio in tutta la sua violenza, si pensi alle immagini dello stupro che Lula ha subito da ragazzina, o il fuoco che continua a tormentarla, una fiamma che torna ciclicamente a occupare lo schermo quasi a voler confondere le carte e lasciare intendere che nulla è reale.

Willem Dafoe in una scena di Cuore Selvaggio


E’ il “fuoco cammina con me”, l’’inferno da cui i due amanti fuggono, il loro vissuto fatto di traumi e paure che li tormenta anche attraverso le notizie della radio che i due azzittiscono mettendosi a ballare come due pazzi musica rock in mezzo alla strada dove un incidente terribile sbatte loro in faccia la brutale minaccia di una morte violenta.
I veri nemici non sono i “cattivi” ma i propri, personali fantasmi.
In questa dimensione irreale la forma si fa contenuto e i personaggi sono rappresentati da alcuni particolari, che ne diventano simboli: la già citata giacca di Sailor , la dentatura terrificante di Bobby Perù, il villain impersonato impeccabilmente da Willhem Defoe, il rossetto che fa di Marietta un’attrice scattosa e nevrotica di un febbricitante teatro kabuki, le sopracciglia troppo folte di Perdita Durango, la protesi alla gamba della spietata Juana.

Laura Dern in una scena di Cuore Selvaggio

Lynch usa la metafora del viaggio per dimostrare che l’amore può vincere, mettendo a tacere le urla da iena di Juana, annientando la furia sessuomane di Marietta, facendo letteralmente esplodere la testa di Bobby Perù. Quello che vuole dirci è che dal delirio di un mondo “cattivo e senza pietà che racchiude dentro di sé un cuore selvaggio” si può uscire vincitori, si può sperare di vivere sull’arcobaleno dopo aver combattuto contro i propri mostri a patto che, come suggerisce Glinda a Sailor nel finale, non si fugga dall’ amore.

E Sailor non fugge.

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