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Cinema

Che nessuno dimentichi Judy

Renèe Zellweger prenota l’Oscar con una prova struggente dove esalta le proprie doti canore.

Renée Zellweger in Judy

Raccontare nel modo giusto le vite di star dello spettacolo è spesso arduo e scivoloso, ma è pur sempre un ottimo viatico per inserirsi nella stagione dei premi. Una scelta vincente è concentrarsi su segmenti particolarmente cruciali nella biografia di una celebrità. Per ritrarre la diva Judy Garland (interpretata da una ritrovata Renée Zellweger), in questo Judy si opta, infatti, per un racconto ben localizzato, incentrato sui suoi concerti al Palladium di Londra del 1969. Il film si basa sulla pièce teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter e adattata per il grande schermo da Tom Edge. Pur trattandosi di un film-veicolo per valorizzare la performance stratosferica della protagonista, il regista Rupert Goold (True Story) riesce con una regia semplice a conferire spessore al film. Infatti, non si ha quasi mai la sensazione di vedere un catafalco allestito al solo scopo di esaltare la recitazione della protagonista.

L’opera diventa un mezzo per raccontare la schiavitù latente perpetrata dagli studios sugli artisti nell’era dello studio system. In tale scenario, infatti, gli attori erano vincolati alle società dal nodo scorsoio di contratti capestro pluriennali. Nel caso di Frances Gumm (costretta a cambiare nome nel più commerciale Judy Garland), si delinea il caso di una bambina di fatto venduta agli studi dai suoi stessi genitori. Per raccontarne la storia efficacemente, il film procede su due precisi piani temporali. Da un lato la Judy bambina (Darci Shaw), privata della sua infanzia dalle esigenze del languido tycoon di MGM Louis B. Mayer (Richard Cordery), come espresso dalla crudele scena sul set de Il Mago di Oz. In un’infanzia segnata da divieti e soprusi, viene particolarmente sottolineato il veto sul cibo, demonizzato in quanto Judy non poteva variare di peso essendo impegnata in più produzioni contemporaneamente. Dall’altra parte si racconta la Judy adulta che cerca, con il tour londinese, di ritrovare serenità, pur alterata da anni di consumo smodato di alcool e medicinali. Il dialogo tra i due filoni compone il ritratto intenso di una donna spezzata, che cerca sollievo legandosi a uomini inadeguati o dando tutta sé stessa su stessa sui palcoscenici. La sua vita sentimentale è infatti alla continua ricerca di un uomo non sia abbagliato da Judy Garland, ossia la genuina mascotte creata dagli studios da sfruttare come volto pulito di un’industria immorale.

Renée Zellweger in Judy

Le figure maschili sono in gran parte negative o inadeguate, a partire dal viscido L.B. Mayer, la cotta giovanile Mickey Rooney (Gus Barry) e l’impreparato Mickey Deans (Finn Wittrock) e l’ex marito Sid Luft (Rufus Sewell), l’unico con cui sembra avere un rapporto maturo. Nel film, infatti, hanno spazio anche persone che non la vedono come un risorsa da sfruttare, ma come un’artista da ammirare e sostenere.

La Zellweger si cala nei panni di Judy/Frances in modo abbagliante, eccellendo con formidabili esibizioni dei brani più celebri dell’attrice-cantante. Alle prime battute la sua prova può risultare quasi caricaturale ma, man mano che se ne racconta la malinconica gioventù, le ragioni del personaggio diventano sempre più chiare. Il lavoro sulla voce, inoltre, fa filtrare perfettamente le incrinature di un animo straziato da anni di abusi psicologici e fisici. Dopo l’Oscar guadagnato nel 2004 da non protagonista (Ritorno a Cold Mountain di Anthony Minghella), Renèe Zellweger si impone con una prova indimenticabile in un biopic a tratti convenzionale ma realizzato con cura e attenzione.

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