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Nanni Moretti in Caro diario

Anniversari

Caro diario, il film della svolta di Nanni Moretti

Torna a 27 anni di distanza nelle sale cinematografiche italiane “Caro diario” di Nanni Moretti.

Una malattia può cambiarti.
Una malattia può cambiarti in modi che nemmeno pensavi potessero esistere, trasformare il tuo atteggiamento nei confronti della vita, delle persone, di te stesso.
Una malattia può farti cambiare il modo stesso in cui hai sempre concepito il tuo lavoro, il tuo modo di fare cinema, il tuo stesso modo di essere artista.
È un po’ ciò che succede a Nanni Moretti all’inizio degli anni ’90.
Palombella Rossa era stato a suo modo un film profetico e in un certo senso riassuntivo di tutta la produzione artistica morettiana fino a quel momento: Palombella certamente chiude una fase.
Nanni gira La Cosa nel 1990, cambia genere, cerca un linguaggio nuovo, si lascia trasportare dalla curiosità, si mette da parte rispetto al film.
Partecipa da coprotagonista a Il Portaborse di Luchetti nel 1991, fornendo una prova d’attore matura, completa, profonda e sgradevole; e poi, nell’estate del 1992, in una Roma deserta, inizia a girare un cortometraggio sulle sue passeggiate in vespa per le vie della città, senza sapere bene perché, senza sapere bene cosa stia cercando.

Nanni Moretti

Rimane così colpito dalla leggerezza, dalla freschezza di quelle immagini, dalla fluidità di movimenti della macchina da presa che insegue la vespa, che decide di farne il primo capitolo di un film, e già qui è una prima, piccola, vera rivoluzione stilistica per un regista che aveva sempre prediletto movimenti limitatissimi della macchina da presa per sua stessa ammissione.
Ma una malattia può cambiare tutto. Può farti decidere di mandare per sempre in soffitta l’alter ego di una vita, il linguaggio attraverso il quale davi senso e forma alla tua realtà e alla realtà tutta; può farti venire voglia di non usare più intermediari, può farti venire voglia di essere più diretto, più direttamente presente, più sincero, come quando si scrivono le pagine di un diario segreto.
Michele Apicella non tornerà più, proprio come le merendine di quando era bambino in Palombella.
Nanni adesso interpreta Nanni, forse la transizione obbligata per passare dal personaggio Apicella a un ruolo di completa finzione come avverrà ne La stanza del figlio.

Nanni Moretti

Costruito in tre capitoli, Caro diario racconta in fondo lo stesso viaggio solitario: per le strade di una assolata Roma d’agosto, per le Eolie, per gli studi medici in cerca di una diagnosi corretta.
Tre scenari diversi ma uguali, perché uguale è la solitudine dell’uomo che li attraversa e uguale è la solitudine di chi vi abita, che si tratti degli abitanti di Casalpalocco o di Spinaceto, o dei santoni di Alicudi o le Pr di Panarea, o ancora di Principi dei dermatologi ormai schiavi della loro protervia.
C’è un grande dinamismo di immagini e in generale una grande sensazione di libertà, quasi di liberazione, nel capitolo In vespa; immagini di quartieri e di palazzi che si intersecano con un flusso apparentemente sconnesso ma profondamente coerente di pensieri, di ricordi, di desideri.
Jennifer Beals, Henri, essere uno splendido quarantenne, il film sul pasticciere trozkista nell’Italia conformista degli anni ’50, il desiderio di saper ballare ma la constatazione di ridursi sempre a guardare, che è sempre bello ma è tutta un’altra cosa…
E poi la magnifica sequenza che porta lo spettatore nel luogo in cui è stato ammazzato Pasolini, con Nanni che guida la sua vespa verso quel campetto semi abbandonato sul litorale di Ostia e insieme guida lo spettatore nei meandri della memoria, lo spinge al ricordo sollecitato dalle note indimenticabili del pianoforte di Jarrett.
E dopo aver tenuto fermo il suo punto di vista per tutta la sequenza, una volta giunto a destinazione, stacca sul primo piano del monumento eretto a memoria del poeta: Nanni si fa da parte, lascia lo spettatore lì, da solo a riflettere.

Nanni Moretti Ostia Pasolini

Un mettersi da parte preludio di ciò che succederà nel secondo capitolo sulle Isole, in cui Nanni è di fatto la spalla di tutta una serie di personaggi ora patetici, ora ridicoli, ora disperati, ora tragici, ora visionari, sicuramente frustrati.
È il capitolo meno personale dei tre, il meno biografico e il più di finzione, probabilmente il più indirettamente divertente per l’interagire di Nanni con personaggi indirettamente o involontariamente comici.
Ma è in fondo una riflessione sul ruolo della Tv e degli intellettuali, sulla famiglia, sullo stato dell’Italia e degli italiani all’inizio degli anni ’90, alla vigilia del ventennio berlusconiano, quando sembrava irrimediabilmente perduta l’innocenza di riuscire ancora una volta a inseguire da soli un pallone su un campetto di calcio polveroso, come da bambini.

Probabilmente, anzi sicuramente il Moretti di dieci anni prima non avrebbe raccontato la propria malattia con quel tono, con quella semplicità e quel realismo, con quel piglio quasi documentaristico e con quelle immagini che vanno all’essenzialità della questione.
Nessun tono di denuncia, nessuna volontà di sollevare il tema della malasanità italiana: no, soltanto il bisogno, anche in questo caso come nella sequenza dedicata a Pasolini, di fissare nella memoria alcuni punti importanti per sé e per gli altri; il rigetto di un atteggiamento reverenziale nei confronti dei medici, il dovere/diritto del paziente di essere informato, la necessità di ascoltare gli altri.

Caro diario è la storia di una malattia che può cambiarti la vita ma è anche la storia di un uomo solo che non sa chi di fidarsi e che in fondo trova salvezza quasi per caso in se stesso grazie alla sua meticolosità, alle sue manie e alle sue fissazioni di catalogare, di appuntare tutto: l’elenco dei quartieri della capitale, le isole visitate, le ricette e le medicine di un anno di cure inutili.
Alla fine del tunnel resta la voglia di filmare l’ultima seduta di chemio, a futura memoria, e una grande, rinnovata e rafforzata sete di vivere: ce lo dicono i suoi occhi, in quel micidiale sguardo fisso in camera finale.

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