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Teatro Pergolesi

Attualità

Gli appelli tardivi del mondo del teatro

In questi giorni si moltiplicano gli appelli dal mondo del teatro per chiedere allo Stato di salvare il proprio settore dalla crisi legata al Coronavirus, però arrivano dopo anni di silenzio e spesso complicità degli stessi artisti, organizzatori e tecnici sulle dissennate politiche dei tagli alla spesa pubblica.

Tempo di lettura: 2 minuti

In questi giorni gli attori, attrici, drammaturghi, registi, organizzatori, tecnici, che lavorano nel Teatro, stanno lanciando appelli per la crisi di uno dei settori più colpiti a causa delle restrizioni richieste per combattere il Coronavirus. Come sa chi ci lavora, il Teatro è sostenuto solo per circa un terzo dal ricavato dei biglietti comprati dagli spettatori, mentre per circa i restanti due terzi è finanziato dagli enti pubblici. Si tratta quindi di una spesa senza ricavo economico che compiono gli enti pubblici, grazie alle tasse pagate da tutti i cittadini, con un obbiettivo e una funzione di carattere culturale, come viene fatto ad esempio per l’Istruzione pubblica.

Il teatro è una forma d’arte anti-economica, se per economia s’intende quella di mercato, che si fonda sul rapporto fra spese e ricavi, domanda e offerta: non ci sarebbe pubblico sufficiente in una qualunque sala per ripagare l’enorme lavoro che richiede una sola replica, alla quale contribuiscono scrittori, musicisti, scenografi, costumisti, truccatori, disegnatori luce, fonica, tecnici di palcoscenico, ecc.. L’esistenza del Teatro dipende dunque dalla volontà di considerarlo un bene pubblico garantito e finanziato dallo Stato.

Teatro Regio di Torino

La domanda che pongo, di fronte agli appelli di questi giorni, è quindi la seguente: quanti degli artisti, organizzatori e tecnici, pur ben consapevoli di quanto scritto sopra, hanno alzato la voce pubblicamente in questi ultimi decenni, caratterizzati da una politica di tagli ad ogni spesa pubblica e di privatizzazioni forsennate, già ben avviata a decretare la fine del Teatro? La mia risposta è che tranne rarissime voci, che ne hanno pagato il prezzo, tutti gli altri hanno taciuto, accomodandosi nel prescritto silenzio, necessario ad ottenere una paga. La selezione fra chi non è artista professionista e chi lo è – ovvero stipendiato – è stata decisa anche sulla base di questo criterio, che ha ben poco di artistico: il silenzio-assenso a questo sistema. Quanti drammaturghi, registi, attori e attrici sapevano molto bene che il lavoro che ottenevano era dovuto alle amicizie ed alle alleanze politiche delle compagnie e dei teatri che glielo fornivano, che senza batter ciglio hanno appoggiato leader e partiti che promuovevano a livello locale e nazionale una politica di tagli alla spesa pubblica e furiose privatizzazioni?

In questi decenni si è verificata una guerra di tutti contro tutti – in particolare contro chi criticava le politiche di certi leader e partiti – per spartirsi le briciole sempre più inconsistenti che cadevano dal tavolo dove si spolpavano i resti dei beni comuni. Spero che anche il pubblico amante del teatro prenda coscienza della situazione che vive questo settore, e cominci a fare le proprie valutazioni e scelte fra chi è un artista con una coscienza civile – e direi anche teatrale – e chi non lo è mai stato.

In conclusione, sono disposto a partecipare ad iniziative che propongano delle soluzioni per affrontare questa che sarà una lunga emergenza, che richiederà anche il riadattamento in nuove formule delle messe in scena, e creatività per realizzarle; ma in primo luogo mi sento di unirmi solo a chi è disposto a cambiare radicalmente una politica che da anni sta svuotando l’idea stessa di custodire e condividere dei beni comuni. Se saremo in pochi, o da solo, pazienza: ci sono abituato.

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